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giovedì 21 novembre 2013

Seggi elettorali vuoti?

POLITICA -
Alle ultime elezioni politiche del Febbraio 2013 hanno votato il 75.2 degli aventi diritto, dato già in calo, se pensiamo che alle ultime 3 elezioni politiche tenutesi tra il 2001 ed il 2008 dove l’affluenza era sempre stata tra l’80 e l’83%.

Il libro “La Casta”, scritto nel 2007 dai giornalisti Stella e Rizzo è divenuto quasi un simbolo ed un manifesto degli sprechi, dei privilegi, delle dinamiche poco chiare tra potere politico ed economico. A conferma delle tesi esposte nel libro sono poi arrivate le indagini giudiziarie che hanno coinvolto il Presidente del Consiglio dell’epoca Silvio Berlusconi, poi le giunte regionali della Lombardia, del Lazio, del Piemonte e sicuramente dimentico qualche regione.
Nonostante tutto questo, alle ultime elezioni politiche del Febbraio 2013 hanno votato il 75.2 degli aventi diritto, dato non altissimo ma neppure pessimo, insomma 3 persone su 4 si sono recare ai seggi.
Guardiamo cosa è successo dopo.
Per l’elezione del Sindaco di Roma del Giugno 2013 hanno votato il 52.3% al primo turno ed il 45.03% al ballottaggio.
Ad Aprile 2013, in Friuli Venezia Giulia, hanno partecipato al voto il 50.5% degli aventi diritto.
In Trentino, ad Ottobre 2013, ha votato il 62% degli aventi diritto.
Pochi giorni fa, in Basilicata, alle elezioni regionali hanno votato il 47.6% degli aventi diritto.
Roma, Il Trentino, la Basilicata ed il Friuli, 4 zone diverse per storia, tradizione e cultura, ma accomunate da una crescita della astensione, a distanza di non più di sei mesi dalle ultime elezioni politiche. Potremmo azzardare e dire che l’astensione cresce in tutta Italia. Vorrei provare a dare delle mie personali risposte. Per semplificare propongo due ipotesi, in parte collegate: 1) la sfiducia verso il Movimento 5 Stelle; 2) la sfiducia verso i partiti “tradizionali” ( pur cambiando nome, vedi Pdl Forza Italia Nuova Destra, sempre di partiti tradizionali si tratta).
Partiamo dal Movimento 5 Stelle, la mia ipotesi è molto semplice. Tanti avevano visto in loro una speranza, una alternativa, una risposta ai problemi del paese. Insomma, tanti che avevano smesso di votare per mancanza di fiducia nei partiti tradizionali, avevano scommesso su di loro. Ma, dopo sei mesi di figuracce, di chiusura ad ogni forma di dialogo, di no ripetuti, insomma dopo mesi di assenza di qualsiasi iniziativa politica che non sia il solo urlare vaffanculo, hanno deciso di non confermare il loro voto al movimento. A mio parere, non tutti, ma molti degli elettori del movimento 5 stelle erano disponibili ad una alleanza di Governo con il Pd, magari trattando, magari proponendo nomi alternativi, ma non hanno gradito il no secco e perentorio ad ogni ipotesi lanciato dal grande capo. Tanti si sono resi conto di aver votato un movimento che credevano democratico ma è in realtà una sorta di club dove due, Grillo e Casaleggio, decidono per tutti. (Ricordo che alle politiche il Movimento 5 Stelle ha raggiunto il 25% dei voti, mentre tra le comunali a Roma e le elezioni regionali raramente ha superato il 10%).
Quindi, sfiducia verso il 5 stelle, ma chiaramente questi voti non sembrano recuperati dai partiti tradizionali e ad oggi sembrano persi nella astensione. Perché? Perché i partiti tradizionali non attraggono. Una rapida occhiata della situazione. Il Pd, in attesa delle Primarie, non ha una linea chiara, basti pensare alla figuraccia sul caso Cancellieri: i tre candidati alle Primarie annunciano la sfiducia, Letta impone un diktat, il Partito vota la fiducia con Epifani che in sostanza afferma che il ministro è sfiduciato ma non si può sfiduciarlo perché Napolitano e Letta non vogliono (si rimanda all’ultimo articolo di Gavino Pala su queste pagine).
Il progetto di Scelta Civica (come facilmente ipotizzabile, vista l’unione di forze sociali del tutto diverse) è ufficialmente naufragato, ed al Centro continuano movimenti sotterranei, spesso condotti da vecchi lupi di mare della politica tipo Casini, che a mio parere non scaldano l’elettorato, che vede tutto ciò come una minestra riscaldata e povera di contenuti. Sembra di vedere più che la ricerca di un progetto, la ricerca di una poltrona.
Il Centrodestra è diviso da mesi tra falchi e colombe, questo ha portato alla scissione (vera o finta?) tra Forza Italia ed il Nuovo Centrodestra (che di nuovo sembra avere ben poco, se pensiamo che elementi di punta sono il pluriindagato Formigoni, l’ex socialista e forza italiota Cicchitto, l’ex Dc Giovanardi, insomma non proprio dei dilettanti della politica).
Personalmente chi scrive è contrario alla astensione, pensa che il non votare sia la scelta peggiore, perché non è utile sparare nel mucchio, non è saggio il dire sono tutti uguali, pensa che compito del cittadino sia individuare le alternative migliori, pensa che generalizzare sia sbagliato, e pensa che se non votiamo, poi non possiamo neppure lamentarci se le cose non vanno bene.
Però chi scrive pensa pure che i partiti, vecchi e nuovi, dovrebbero mostrare più serietà, più interesse verso i problemi del paese e meno alle alchimie ed alle poltrone, altrimenti alle prossime elezioni gli elettori si conteranno sulle dita di una mano.

Mario Scelzo



lunedì 18 novembre 2013

Un PDL di lotta e uno di governo.

POLITICA - Sono settimane che intorno al più grande partito del centro destra italiano, il PDL, si assiste ad una feroce lotta etologa tra falchi, pitonesse e colombe. Lotta tra filo governativi e parlamentari pronti a togliere la fiducia al governo. Lotta tra chi si professa più filo berlusconiano dell’altro.

Una feroce lotta che si è conclusa sabato con il Consiglio Nazionale del PDL che ha portato alla rinascita di Forza Italia (lo stesso Berlusconi ha sempre detto che il nome PDL non è stata una buona trovata da un punto di vista di marketing tanto che è da più di un anno ha in mente di ritornare al vecchio partito). Da una parte i lealisti berlusconiani pronti, con entusiasmo, a ridare vita al vecchio partito, dall’altra il traditore Alfano con un nutrito gruppo di parlamentari che decide di non entrare in F.I. e dare vita ad una formazione autonoma dal nome “Nuovo Centro Destra”.

Uno però si aspettava, dopo un divorzio tanto lungo e profondo, di trovarsi difronte a due formazioni politiche incompatibili, invece stupiscono le parole dei diretti interessati. Berlusconi è pronto a fare una coalizione con Alfano e chiede di non attaccare le colombe mentre il vice premier e ministro degli interni, in conferenza stampa, non smette di chiamare Berlusconi come il presidente ed è pronto ad una alleanza organica con Forza Italia.

Cosa è quindi cambiato sabato? Oltre alla divisione del vecchio Popolo della Libertà in due formazioni distinte ma non distanti, contigue pronte, in futuro, a governare insieme quale potrà essere la novità politica ad avere due formazioni nel centro destra?

Alfano e il nuovo gruppo politica sarà sicuramente più forte. I suoi 29 deputati e soprattutto i suoi 30 senatori diventano fondamentali per le sorti del governo:  “Se fra 12 mesi avremo centrato gli obiettivi” spiega il vice premier “si potrà fornire un certo tipo di giudizio, altrimenti un altro.” Dall’altra parte Berlusconi, con Forza Italia, potrà fare opposizione al governo e preoccuparsi della sua situazione giudiziaria facendo battaglia a tutto campo sulla sua decadenza. Con due partiti distinti, ma non distanti, ci si aspetta un rimescolamento nelle commissioni per dare il giusto peso alle due formazioni, con il rischio di cambiare gli equilibri oggi esistenti. Due gruppi distinti vuol dire anche più spese per le istituzioni (ogni gruppo parlamentare ha una serie di benefit e di finanziamenti) e più peso nella conferenza dei capogruppi.

Forza Italia, all’opposizione, potrebbe anche chiedere di avere la presidenza di una delle commissioni di garanzia (Copasir oggi alla Lega, Vigilanza rai oggi al Movimento 5 Stelle e  immunità presieduta da un senatore vendoliano) che per prassi o per diritto vanno all’opposizione.

In futuro i due partiti potrebbe provare a pescare, alle prossime elezioni, voti in bacini elettorali diversi, nonostante siano alleati. Forza Italia, partito di lotta e di opposizione, tra gli elettori delusi dalle larghe intese radicalizzando ancor più la propria posizione, mentre Alfano potrebbe chiedere i voti a moderati e centristi (nelle prossime settimane si potrà capire cosa hanno intenzione di fare Casini e i fuori usciti da Scelta Civica) più filo governativi.

In fin dei conti questo divorzio sembra convenire un po’ a tutti.

mercoledì 30 ottobre 2013

Voto palese sulla decadenza di Berlusconi, due piccole riflessioni

POLITICA - Alla fine il voto al Senato per decidere sulla decadenza del Senatore Silvio Berlusconi in applicazione al D.L. 235/2012 (la cosiddetta legge Severino) sarà con voto palese.  A deciderlo, in queste ore, la Giunta per il Regolamento del Senato che, accogliendo la proposta del M5S (con loro hanno votato anche i senatori del PD, di SeL e di Scelta Civica), modifica il regolamento in Senato che, a differenza della Camera dove il regolamento era stato già cambiato, stabiliva il voto segreto per votazioni riguardanti i singoli senatori. La senatrice Linda Lanzillotto, Scelta Civica e ago della bilancia nella votazione in Giunta (il suo voto è stato determinante nella Giunta per il regolamento) spiega le motivazioni che l’hanno portata a votare la proposta del MoVimento 5 Stelle:  “Quello sulla decadenza di Berlusconi non sarà un voto sulla persona, ma sul suo status di parlamentare. Pertanto non sarà necessario il voto segreto . Non reinterpretiamo il regolamento – spiega la senatrice centrista - perché è la prima volta che si applica legge Severino.”

Naturalmente questa decisione ha aperto polemiche da parte dei senatori del PdL  “Una pagina buia per le regole parlamentari-  afferma Renato Schifani, capogruppo PdL al Senato -La Giunta del Regolamento, a maggioranza e con un voto deliberatamente politico, ha violato le regole in maniera surrettizia, con grave responsabilità dello stesso presidente del Senato, per consentire al Pd e ad altre forze di imporre ai loro senatori un voto contro il leader del centrodestra. La giornata di oggi non potrà non avere conseguenze.” Con chiaro riferimento alle sorti del Governo Letta.

Ci sarebbero da fare due piccole riflessioni a riguardo.

La prima. Il presidente Berlusconi è stato giudicato, dopo tre gradi di giudizio, colpevole di frode fiscale, gli è stata inflitta una condanna (che grazie all’indulto è stata ridotta ad un anno), la corte d’Appello di Milano ha già “ricontato” gli anni di interdizione dai pubblici uffici (a gennaio ci sarà la sentenza della Cassazione che aveva confermato la condanna di interdizione chiedendo però un riconteggio). Dall’inizio di agosto (giorno della sentenza in Cassazione) ad oggi si è parlato molto di questa vicenda, seguito con attenzione (troppa) ogni passaggio parlamentare e giudiziario, abbiamo assistito a minacce sulle sorti del governo e voti di fiducia, forse è ora che la maggioranza ed il governo accantonino questo tipo di battaglie per concentrarsi sui reali problemi dell’Italia (primo fra tutti la disoccupazione).

La seconda, il voto palese. Abbiamo assistito ad un paio di mesi di battaglie parlamentari tra il PD e il M5S su questo argomento, con entrambi i partiti pronti a insinuare che, con il voto segreto, l’altro avrebbe, nel segreto dell’urna, aiutato Berlusconi. Abbiamo assistito a scene ridicole. Ogni parlamentare è libero di votare secondo la propria coscienza, ricordando che non c’è vincolo di mandato ma che ogni singolo voto è per il bene dell’Italia. Non credo sia sconvolgente se un parlamentare voti in disaccordo con il proprio gruppo parlamentare se questa decisione è presa secondo coscienza e se motivata. È giusto nascondersi nel segreto dell’urna per votare in disaccordo al proprio gruppo? Io credo di no, i Senatori dovrebbero essere fieri di poter affermare il proprio voto.

venerdì 28 giugno 2013

F35, una parola cambia il testo e la "supercazzola" di Di Battista

POLITICA - L’Italia avrà i suoi caccia. Questo è quanto deciso dalla Camera dei deputati. Anche se per un momento sembrava che la maggioranza PD-PDL e Scelta Civica volessero spostare l’acquisto degli F35 dopo la costituzione di una commissione ad hoc che avrebbe dovuto approfondire la reale esigenza dei caccia. Ma alla fine nel testo approvato alla Camera è spuntata una parola, una parolina che cambia interamente il testo. È bastato aggiungere “ulteriore” e l’acquisto degli F35 è stato confermato. Infatti il testo è arrivato dopo una lunga riunione tra i capogruppo dei partiti di maggioranza. In un primo momento tutto l’acquisto dei  caccia sembrava essere spostato, queste sembravano le intenzioni del Partito Democratico, dopo un eventuale parere positivo del Parlamento, ma con la parola “ulteriore” il parere parlamentare varrà per future spese (41 aerei di cui ha parlato il ministro Mauro pochi giorni fa). i legge infatti nel testo che non si possa “procedere a nessuna fase di "ulteriore" acquisizione senza che il Parlamento si esprima nel merito.”
Lo stesso ministro della Difesa esulta dichiarando a caldo che “Per amare la pace, armare la pace: l'F35 risponde a questa esigenza”.
Il capogruppo di Scelta Civica ha spiegato che la mozione, che porta anche la sua firma, “fa salve le decisioni assunte, non pone l'obiettivo di uscire dal programma ma apre una fase di verifica molto importante e impegna il governo a non procedere in ulteriori fasi operative se non dopo quella ricognitiva.”
Bocciata invece la mozione di Sel e del MoVimento 5 Stelle che chiedeva l’uscita dal programma. Durante i lavori parlamentari vera baruffa alla Camera sull’intervento dell’on. Alessandro Di Battista che denuncia come “la mozione del Pd sugli F-35 è una vera e propria supercazzola.” Dopo essersela presa con gli onorevoli del Pdl. I toni si sono accessi e mentre i colleghi di partito di Di Battista applaudivano il suo intervento il resto dell’aula ha iniziato a gridare contro il deputato penta stellato tanto che il presidente di turno, Luigi Di Maio, anche lui del MoVimento, ha dovuto richiamare all’ordine l’aula e ha dovuto chiedere un linguaggio appropriato al suo collega di partito.
Pippo Civati del PD e Sergio Boccadutri di Sel, dai loro blog criticano molto l’atteggiamento di Di Battista. Civati si interroga sulla “geniale trovata di fare un intervento insultante in aula per convincere gli altri a fare l’esatto contrario di quello in cui si crede. Insultare per (non) convincere: che strategia!”. Più duro invece Boccadutri che “A conti fatti, l’unico effetto sortito dall’intervento del ‘cittadino’ – ma sarebbe più giusto dire provocatore – Di Battista è stata la chiusura a riccio del gruppo democratico. La verità è che a Di Battista non gliene fregava nulla di avere il voto favorevole o almeno l’astensione di parte della maggioranza. Anzi adesso potrà continuare a dire, col solito fare tronfio, che fanno tutti schifo tranne il MoVimento. Usando quei toni, tra l’altro poco consoni alle aule parlamentari, ha fornito l’alibi perfetto e ha impedito che si aprisse una crepa nella logica delle larghe intese. Insomma, proprio il risultato che voleva ottenere”.

giovedì 27 giugno 2013

La nuova direttiva per la scelta delle società partecipate dal ministero del Tesoro

POLITICA - Per le società partecipate dal ministero del Tesoro ci sono importanti novità. Più meritocrazia e più trasparenza nella scelta dei dirigenti, infatti la nuova direttiva, si legge nella nota “rafforza i requisiti di onorabilità e di professionalità richiesti agli amministratori e individua le tappe di un processo trasparente ed oggettivo di valutazione di tali requisiti, preliminare alla designazione dei candidati da parte del ministro, nell'ambito delle sue funzioni di indirizzo politico-amministrativo"
E non solo, mette dei netti paletti ai candidati: “Si prevede” si legge ancora nella nota ministeriale “in particolare, la non inclusione nell’istruttoria di candidati che siano membri delle Camere, del Parlamento europeo, di Consigli regionali e di Consigli di enti locali con popolazione superiore a 15.000 abitanti. È inoltre prevista l’ineleggibilità e, nel corso del mandato, la decadenza automatica per giusta causa, senza diritto al risarcimento di danni, in caso di condanna, anche in primo grado, o di patteggiamento per gravi delitti. Sempre con riferimento a gravi fattispecie di reato, si prevede l’ineleggibilità anche a seguito del mero rinvio a giudizio, mentre, qualora il rinvio a giudizio intervenga nel corso del mandato, si attiva un procedimento che vede coinvolta anche l’assemblea della società interessata.”
La direttiva arriva dopo la sollecitazione del Senato che il 19 giugno che aveva votato una mozione di maggioranza in materia.
Ma in quell’occasione la maggioranza delle larghe intese non era stata compatta. A defilarsi era stata Scelta Civica che chiedeva di andare oltre la mozione presentata dalla maggioranza. Lo spiega Gianluca Susta, presidente dei senatori di Scelta Civica: “Si tratta di una scelta difficile e sofferta che si e' resa necessaria perché su due punti per noi essenziali il PD e il PDL si sono dimostrati totalmente indisponibili a valutare e accogliere le nostre proposte.” I due punti essenziali per Scelta Civica sono il divieto di ex parlamentari di essere nominati prima di un anno dalla scadenza del mandato e il limite di tre mandati per chi viene nominato dal Tesoro.
“Il recupero di un rapporto fiduciario tra Stato e cittadini passa anche attraverso una migliore selezione della classe dirigente e un significativo e credibile turn over” Spiega ancora Susa che prosegue spiegando che la “Stessa severità deve essere applicata a quei parlamentari che alla scadenza del loro mandato vengono nominati in società partecipate dal Tesoro, per evitare il sospetto che la nomina in esse possa considerarsi come una ricompensa per una mancata candidatura o elezione.”
La mozione è passata dunque senza il voto dei centristi che avevano presentato, con parere contrario del viceministro dell’Economia, Stefano Fassina, due emendamenti alla mozione di maggioranza, respinti dal Senato.
Il Foglio di Giuliano Ferrara parla, commentando la notizia, di una vera e propria partita per le nomine (nei prossimi mesi si dovranno rinnovare 190 incarichi in 30 società, tra cui i vertici di ENEL, ENI e Finmeccanica) e spiega  come “i partiti uniti nell’alleanza governativa, Pd e Pdl, hanno usato il voto parlamentare per assicurare ai manager loro graditi un posto nelle principali società a partecipazione pubblica, oggetto.” Il Sole24ore invece spiega come “il tetto ai mandati metterebbe automaticamente fuori gioco alcuni dei più potenti (e più pagati) manager pubblici, reclutati durante i governi di Silvio Berlusconi e con il mandato in scadenza nell'aprile-maggio 2014” che hanno ormai superato i tre mandati.
Stupisce, visto il tema, che contro la proposta di Scelta Civica hanno votato contro anche i senatori grillini.

martedì 4 giugno 2013

Quali riforme per l'Italia?

POLITICA - Scrive l’Iio (l’Organizzazione internazionale del Lavoro) che per tornare ai livelli occupazionali pre-crisi economica in Italia ci vorrebbero circa 1 milione e 700 mila posti di lavoro. Se ai numeri del rapporto dell’agenzia dell’ONU  aggiungiamo i numeri devastanti della crisi (disoccupazione, cassa integrazione, debito pubblico, il numero di aziende che ogni giorno chiude) abbiamo la descrizione di una nazione che lentamente, ma inesorabilmente, sta andando verso il fallimento.
E il governo di larghe intese di cosa si occupa in queste ore? E i partiti che appoggiano questo governo?
Dal Festival dell'Economia di Trento, pochi giorni fa, il premier Letta rilancia “la priorità è dare occupazione, soprattutto giovanile, per farla tornare sotto il 30 per cento dall'attuale 38, e far costare di meno il lavoro.” ma le parole che sono state riprese di più creando un vero dibattito nell’agenda politica sono altre. “Non potremmo più eleggere il presidente della Repubblica con quella modalità”, e aggiunge “Quella settimana di metà aprile è stata una settimana drammatica per la nostra democrazia”. Un primo passo per cambiare la Costituzione e tutto l’assetto istituzionale in Italia? il Premier vuole che la nostra nazione passi da una democrazia Parlamentare ad una Presidenziale?
La drammaticità di quella settimana è legata alle modalità dell’elezione del presidente, come sembra sostenere il Premier, o piuttosto al fallimento dei partiti che dovevano votarlo, come sembra aver sottolineato invece lo stesso Napolitano nel discorso di insediamento subito dopo la sua rielezione?
Il tema del presidenzialismo ha poi occupato le prime pagine dei giornali. Il PDL, da sempre convinto per una riforma in questo senso, plaude alle parole di Letta, nel PD invece nascono malumori su chi vorrebbe portare avanti l’iniziativa e chi non vorrebbe toccare, almeno su questo punto, la Costituzione.
Il governo dovrebbe poi varare un provvedimento per la costituzione di un gruppo di esperti (da non confondere con i saggi, anche se qualcuno sostiene che qualche saggi sarà nominato esperto) che dovrebbe affiancare la commissione Costituzionale bicamerale. Ma sul lavoro poche parole.
E l’opposizione? Il movimento guidato da Grillo (il primo per numero di deputati ma non l’unica opposizione in Parlamento) dopo aver passato settimane a discutere della diaria da rendicontare, insultato la Gabanelli e Rodotà perché si erano permessi di criticare il Movimento, in questi giorni si occupano dei problemi della gente? Grillo chiede la poltrona della presidenza della commissione di vigilanza Rai (che spetta ad un partito d’opposizione) e lancia sul suo blog (N.B. naturalmente per ogni visitatore che entra nel suo sito Grillo, e non il Movimento, guadagna soldi) un referendum sul giornalista più fazioso dopo giorni nei quali si è scagliato a più riprese contro i giornalisti. E proposto sul lavoro?
I politici sembrano essere sempre più lontani dai veri problemi della gente. Oggi molti faticano ad arrivare alla fine del mese, per molti l’assenza di un lavoro e l’incertezza del futuro sono diventati problemi quotidiani, mentre i nostri governanti si preoccupano di più a come mettere mano alla nostra Costituzione.

lunedì 6 maggio 2013

Si riaccende il dibattito sullo ius soli


Il Ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge
 POLITICA - Forse non si aspettava di creare così tanti malesseri all’interno dell’eterogenea maggioranza di governo, ma le parole del neo ministro dell’integrazione Cecile Kyenge, quota PD nell’esecutivo e primo ministro di colore della Repubblica Italiana, hanno alzato un polverone.
Intervistata da Lucia Annunziata nella trasmissione In ½ ora, il Ministro si sofferma su due priorità del suo ministero anzi, non del ministero ma “è la società che lo chiede, il paese sta cambiando”: abolizione del reato di clandestinità e l’introduzione dello ius soli per la cittadinanza dei bambini nati in Italia da genitori stranieri. Kyenge sa che la via per l’approvazione del DDL sulla cittadinanza non è facile, “per far approvare la legge” confida alla giornalista Rai, “bisogna lavorare sul buon senso e sul dialogo, trovare le persone sensibili.”
Cittadinanza e clandestinità sono due punti toccati spesso durante la campagna elettorale dal centro sinistra ma dimenticati nel discorso che Letta ha pronunciato alle Camere per chiedere la fiducia.
Il ministro si attira i soliti insulti della Lega, "La ministra dell'Integrazione pensa che andrebbe abolito il reato di immigrazione clandestina - scrive Matteo Salvini: sulla sua pagina Facebook - Io invece penso che andrebbe subito abolito proprio il ministero dell'Integrazione", ma anche dure critiche del PDL, il capogruppo dei Senatori, Renato Schifani, si rivolge direttamente a Letta “affinché inviti i suoi ministri a una maggiore sobrietà, prudenza e cautela” ricordando che i temi toccati dal ministro non sono nel programma di governo, il suo vice Maurizio Gasparri precisa “Sull'immigrazione clandestina non decide il ministro. La cittadinanza automatica per il solo fatto di nascere in Italia non è praticabile”. Al senatore del PDL risponde il neo deputato PD  Khalid Chaouki: “Gasparri eviti di fare di un principio di civiltà, più volte richiamato dal presidente Napolitano, una battaglia ideologica sulla pelle dei bambini.”
E mentre il Ministro incassa il sostegno del Presidente della Camera Laura Boldrini “In Italia sarebbe veramente auspicabile rivedere la legge sulla cittadinanza e da lì sviluppare una normativa che sia all’altezza delle nuove sfide”, e da esponenti del suo partito, come Edoardo Patriarca “Il ministro non fa proclami solitari. Quanto esprime è da tempo sentito dalla popolazione italiana. Non vorrei che una parte del Pdl esprimesse solo una posizione ideologica"
Un primo stop arriva anche dal Presidente del Consiglio, Enrico Letta, che intervistato da Fazio spiega “È ovvio che sarà difficile trovare un accordo sullo ius soli. So che alcune di queste materie sono fuori dal discorso programmatico e so che su questi temi occorre che ci siano delle discussioni e dei dibattiti e non è detto che si possano trovare delle intese. Stessa cosa per il reato di immigrazione clandestina”.
Quello sulla cittadinanza però non è solo un dibattito che divide destra e sinistra, i numeri sono impressionanti. Secondo alcune statistiche sarebbero 590 mila i minori nati in Italia da genitori stranieri negli ultimi 10 anni. Per loro la via per diventare italiano c’è, al compimento del diciottesimo anno di età, dimostrando una serie di requisiti complicati e non sempre facili da dimostrare. Nel 2010sono nati in Italia da genitori stranieri 77.109 bambini, il 13.7% delle nascite.
Spesso i bambini che nascono in Italia non vedranno mai il paese di origine, non ne parlano la lingua e non ne conoscono le tradizioni, ma sono considerati stranieri.

martedì 5 marzo 2013

L'impasse istituzionale

POLITICA -  È passata la prima settimana dalle elezioni e gli occhi sono tutti puntati su quello che farà il MoVimento 5 Stelle. Prima i cronisti si sono accampati davanti alla villa di Grillo con la speranza di poter avere qualche dichiarazione, ma lui con i giornalisti italiani non parla, poi tutti davanti ad un hotel romano dove si sono riuniti i neo deputati per discutere di organizzazione, ma anche da qui nessuna dichiarazione degna di nota.
Prima di proseguire una piccola premessa: se durante la precedente legislatura i governi che si sono succeduti e le maggioranze che li avevano sostenuti si fossero impegnati a mettere mano al Porcellum, dando all’Italia una legge elettorale seria che garantiva al partito o coalizione che prendeva più voti una maggioranza per poter governare questo paese, oggi avremmo avuto probabilmente un Governo e i neo deputati grillini non sarebbero l’ago della bilancia per una legislatura che già prima di insediarsi si mostra frammentaria e condannata a non durare.
Detto questo bisogna sottolineare come la crisi istituzionale che si sta aprendo in questi giorni è profonda e che una soluzione facile non sembra alla portata di mano, soprattutto pensando al fitto calendario che si apre nel prossimo mese.

lunedì 4 febbraio 2013

Criminalità organizzata, corruzione, legalità, mafia: un breve giro tra i programmi elettorali


POLITICA - Proseguendo il nostro lavoro di analisi dei programmi elettorali, vogliamo soffermarci oggi su uno dei problemi che, sotto tanti aspetti, rientra prepotentemente nella nostra vita quotidiana, dalla sicurezza pubblica al lavoro, dallo sviluppo economico alla giustizia passando per le buone pratiche all'interno della Pubblica Amministrazione. Stiamo parlando della mafia, o meglio, della criminalità organizzata, termine politicamente corretto per indicare il cancro che da decenni divora grosse percentuali di PIL del nostro Paese. A ben vedere tutte le forze politiche in campo (Scelta Civica, PD, SEL, Rivoluzione Civile, Mov5Stelle, PDL, Lega) per questa tornata elettorale hanno inserito almeno un punto, nel proprio programma, dedicato in modo specifico al tema della legalità. Notiamo però una differenza sostanziale e alcune grandi assenze. Vediamoli dunque i programmi uno per uno.

venerdì 25 gennaio 2013

Ci mancheranno (2)


POLITICA - Se nel PD la scelta di non ricandidare alcuni esponenti della vecchia classe dirigente è legato soprattutto ad un opportunismo politico nato soprattutto dopo la campagna del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, sulla rottamazione, nel PDL la scelta di far rimanere fuori alcuni parlamentari di questa legislatura è nata intorno alla campagna “liste pulite”. Sembra che alcuni sondaggi in mano a Barlusconi danno una differenza di 2 punti percentuali se nelle liste del PDL ci sono e meno alcuni personaggi che nell’immaginario collettivo sono legati a scandali giudiziari.
Marcello dell’Utri è entrato nel Parlamento italiano nel 1996, una legislazione alla Camera per poi passare al Senato. Su di lui, uomo vicinissimo a Berlusconi, suo segretario personale per molti anni, ha pesato una condanne, non definitiva, per concorso esterno in associazione mafiosa (nei primi due gradi di giudizio è stato giudicato colpevole, mentre la Cassazione ha annullato la sentenza d’Appello e chiesto di celebrare di nuovo il secondo grado). Il suo, come per tanti non ricandidati nel PDL, è un passo indietro per il bene del suo partito “Berlusconi me l'ha chiesto” dichiara il senatore Dell'Utri “ma è stata una scelta mia, ho deciso da solo.”
Ma molte esclusioni nel PDL hanno portato malumori. Alfonso Papa, che durante la legislatura ha scontato 101 giorni di carcere di Poggioreale a Napoli nell’ambito dell’inchiesta sulla P4 (il tribunale di Napoli ha poi ritirato la custodia cautelare per il deputato del PDL). Papa ha dichiarato, dopo la sua esclusione dalle liste del PDL: “Vengono fuori i tratti di un partito a trazione alfaniana, nel quale non mi riconosco affatto dal momento che ben poco rimane del progetto berlusconiano delle origini. In un partito di tale fattura una persona come Enzo Tortora non sarebbe stata candidata".
Decide di fare un passo indietro, anche se polemicamente, Claudio Scajola. Il Deputato ligure dice: “Per la dignità mia e della mia famiglia non sopporto più esami da parte di alcuno sulla mia moralità. Per queste ragioni ritiro la mia candidatura. I miei valori, la mia storia e il mio stile di vita” Prosegue Scajola, “parlano per me. Con buona pace di qualunque arbitro. Per quel che concerne le mie ‘vicende giudiziarie’, tocca ricordare, nero su bianco, che Claudio Scajola ha inanellato solo archiviazioni, proscioglimenti e tanti mal di pancia”. L’addio da parte di Scajola ha però portato non pochi malumori all’interno del PDL ligure, con tanto di minacce di scissione. Motivo del contendere? Ritrovarsi a votare non il loro punto di riferimento politico come Scajola, ma alcuni catapultati da Roma, inseriti in posti sicurissimi, tra i quali Augusto Minzoli.
Ma il parlamentare che sicuramente ha fatto più parlare di se in questi ultimi giorni di trattative sulle liste, è stato Nicola Cosentino. Il deputato campano, su cui spicca un mandato di arresto per presunti contatti con il Clan dei Casalesi, rimarrà fuori dal Parlamento. Nelle ultime ore prima della consegna delle liste era uscito anche un piccolo giallo, un’agenzia di stampa aveva battuto la notizia che Cosentino fosse fuggito portandosi via le liste per la Campagna, notizia poi smentita.
Restano poi fuori dalle liste anche molti ex di Alleanza Nazionale confluiti nel PDL, uno su tutto Mario Landolfi, che, con rancore, dichiara “Contro di noi (ex An, ndr) c'è stato un atteggiamento xenofobo. Nei villaggi se la prendevano con lo straniero, nel nostro partito quando calavano i sondaggi dicevano: è colpa degli ex An”
È più deluso che arrabbiato invece Marcello Pera. Dopo un’attenta riflessione ha deciso di lasciare la politica con una motivazione molto semplice: “Con la presentazione imminente delle liste elettorali termina la mia presenza in politica. La ragione è assai semplice: ritengo che il mio contributo si sia esaurito, anche se non credo che si sia esaurito quel bisogno di rinnovamento, la cosiddetta «rivoluzione liberale», che molti anni fa portò in Parlamento me ed altri come me, i cosiddetti professori di Forza Italia.”
Nel PDL poi, nel caso i sondaggi venissero confermati perdesse le elezioni, i posti a disposizione nella prossima legislatura sarebbero inferiori, e non di poco, rispetto a 5 anni fa.
Infine, sono ben 34 i Parlamentari uscenti del PDL che proveranno ad entrare nella prossima legislatura con più di tre mandati alle spalle (alcuni in posti con buone chance di essere rieletti). Una lista che va da  Giancarlo Galan (in Parlamento dal 1994 per tre legislature), a Maurizio Lupi da Sandro Bondi a Niccolò Ghedini(tutti in Parlamento dal 2001), fino a Fabrizio Cicchitto (entrato in Parlamento per la prima volta nel 1976 con il Partito Socialista), Maurizio Gasparri (Nel 1994 entrava in Parlamento con il Movimento Sociale), Carlo Giovanardi (nel 1992 deputato DC) e Maurizio Sacconi (eletto per la prima volta nel 1979 per il Partito Socialista).
Proverà ad entrare per la 10 legislatura Francesco Colucci, 81 anni, entrato in Parlamento per la prima volta nel 1972 per la VI Legislatura, nel Partito Socialista.

Continua…

martedì 30 ottobre 2012

In Sicilia ha perso la politica

Il fine settimana ha portato, da un punto di vista politico, alcune interessanti notizie.
Indubbiamente il voto per le regionali in Sicilia dovrebbe far riflettere i partiti. Il primo dato, arrivato già nella tarda serata di domenica, è la forte astensione. Nel 2008, quando a vincere fu Lombardo, si recarono nei seggi elettorali il 66.7% degli aventi diritto (va però ricordato che si votava anche di lunedì), domenica ha votato solo il 47.4%, quindi il vero vincitore delle elezioni è l’astensione. Un dato così preoccupante in Sicilia non si era mai registrato (il dato peggiore prima di questa tornata era il 59.2% del 2006, elezioni vinte da Totò Cuffaro). A questo dato, già di per se preoccupante, andrebbero aggiunti i voti avuti da Giancarlo Cancellieri, candidato alla presidenza della Regione Sicilia per il Movimento 5 Stelle. I grillini portano all’Assemblea Regionale 15 deputati (il Movimento prende il 14.9% diventando di fatto il primo partito in Sicilia e Cancellieri prende il 18.2% dei voti, dietro solo a Crocetta e Musumeci), intercettando il voto di protesta rispetto ai partiti tradizionali che negli ultimi anni hanno governato la regione. È la lista legata al comico genovese quindi la vera vincitrice delle regionali in Sicilia, nel 2008, praticamente agli albori del laboratorio del Movimento 5 Stelle, i girllini presero 1.7%.
Sulla carta ha vinto Rosario Crocetta. Sarà lui a guidare la prossima giunta. Ma, leggendo bene il dato, Crocetta potrebbe avere più di un problema nel governare la regione non avendo la maggioranza nel Consiglio. I partiti che lo appoggiano, due liste civiche più il PD e l’UDC, hanno raccolto in totale 39 seggi, la maggioranza è di 46 seggi. Per governare probabilmente si alleerà con l’ex berlusconiano Gianfranco Miccichè (15.4% dei voti con una coalizione che porta all’Assemblea 15 deputati). Ma c’è un aspetto che potrebbe sembrare quasi comico: domenica il neo governatore siciliano ha preso poco più del 30% dei voti, percentuale molto simile a quella presa, quattro anni fa, da Anna Finocchiaro. Di più, nelle liste di Crocetta ci sono gli stessi esponenti del PD che nell’ultimo periodo hanno appoggiato il governatore dimissionario Raffaele Lombardo (che comunque si è aggiudicato il 9% dei voti, forse determinante per la prossima maggioranza.
Alcuni dati sul tracollo dei partiti
Il PD alle regionali del 2008 aveva oresi il 18.7% con 505.420 voti, domenica non è arrivato a toccare le 200 mila preferenze. Bersani gioisce per la vittoria di Crocetta e parla di risultato storico, ma il suo partito ha dimezzato le preferenze.
Il suo alleato in Sicilia, l’UDC, è passato da 336.826 a 144.142 voti. Tutto questo fa sembrare strano come due partiti che perdono, in termini di voti, così tanto, possano dichiararsi vincitori con termini tipo vittoria “storica” e “rivoluzionaria”.
Il PDL, se era possibile, perde anche di più. In quattro anni perde il 20% dei voti (dal 33% al 12%) passando da poco più di 900 mila preferenze a meno di 200 mila. “Che il PDL avese qualche problema ben prima delle elezioni siciliane era noto a tutti.” È stato il commento di Giorgia Meloni. Ma cosa è successo nel PDL nelle ultime ore? Pochi giorni fa Berlusconi aveva annunciato la sua decisione di fare un passo indietro, di non candidarsi più e dare il suo contributo alle giovani generazioni. E poi? Una condanna di primo grado gli ha fatto cambiare prontamente idea e già sabato lo annunciava in una conferenza stampa, minacciando anche l’attuale governo dei tecnici della possibilità di togliergli la fiducia. Naturalmente questa mossa non ha giovato al segretario del partito, Angelino Alfano, che sulla Sicilia ci aveva messo la faccia. Ma sarà lo stesso Alfano a dichiarare: “L'idea che il Pdl sia diviso tra montiani ed anti montiani e che a capo degli anti montiani ci sia Berlusconi è una rappresentazione assolutamente surreale e a tratti comica. Per quanto ci riguarda il governo Monti va avanti.” Intanto si prosegue la marcia di avvicinamento alle primarie del centro-destra. Sarà interessante capire i candidati e come, il vincitore, si comporterà rispetto al governo che ora appoggia.

martedì 23 ottobre 2012

Rottamiamo tutto?

La prima novità che il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha portato sulla scena politica nazionale è lessicale, anche se non propriamente sua. Tutto era nato all’inizio del novembre del 2010 a Firenze dove l’allora neo sindaco del capoluogo toscano insieme al consigliere comunale di Milano, Filippo Civati, diedero vita ad una tre giorni di riflessione politica. L’idea era di dare un taglio con la vecchia classe dirigente del partito per dare spazio ai giovani, se l’Italia ha gli stessi problemi da vent’anni, era la riflessione, e da vent’anni ci sono gli stessi politici, forse il problema sono i politici. I giornali coniarono per il duo dei giovani democratici il termine rottamatori.

Da all’ora il termine, e tutte le sue declinazioni, e l’idea sono stati usati e abusati in tutti i partiti, soprattutto in questi mesi. I partiti politici, con l’avvento del governo dei tecnici, con Grillo e il suo movimento che stanno aumentando nei sondaggi, stanno perdendo credibilità e consenso. In più nel centro sinistra sono iniziate le primarie, dove a concorrere ci sarà lo stesso sindaco di Firenze, e nel centro destra i malumori sono nati dopo l’uscita di scena di Berlusconi e l’incomprensione  per buona parte del proprio elettorato per l’appoggio al governo Monti.

Nel Partito Democratico il limite delle tre legislature è scritto nello statuto, anche se nello stesso statuto c’è anche la possibilità di avere deroghe alle regole del Partito stesso. Mettendo in pratica lo statuto molti degli attuali deputati e senatori non dovrebbero rientrare nel prossimo parlamento, “rottamando” di fatto il partito. Ma, mentre alcuni deputati hanno già rinunciato alla prossima candidatura altri esponenti di spicco del partito non hanno nessuna intenzione di lasciare i banchi di Montecitorio o di Palazzo Madama.

Il primo segretario del PD, Walter Veltroni, per esempio, ha annunciato da Fazio a “Che tempo che fa”, di non avere nessuna intenzione di ricandidarsi, anche se ha dichiarato di voler continuare a fare politica. Le parole di Veltroni hanno però riaperto il problema nel centro sinistra e di molti politici in parlamento da più di 15 anni. Preso in contropiede, Massimo D’Alema ha subito dichiarato: “La mia disposizione è a non candidarmi, quindi semmai posso candidarmi se il partito mi chiede di farlo.” Ed è nata prontamente una raccolta firme per chiedere al presidente del CoPaSir di rimanere in parlamento, anche se da via del Nazzareno la notizia è stata presa con un po’ di freddezza, mentre Renzi, soddisfatto del  passo indietro dei due leader storici dei Democratici di Sinistra, , non solo si reputa soddisfatto, ma vuole dare inizio ad una fase due del suo programma: “Ho molto rispetto per D’Alema” Commenta infatti Renzi “la sua scelta è stata nobile, una scelta che molti di noi auspicavano e chiedevano, adesso che il presidente D’Alema ha deciso di non ricandidarsi per le prossime elezioni in Parlamento, da parte mia non ci si sarà più mezza parola sull’argomento. La rottamazione fase uno mi pare di poter dire che è finita.”
Ora bisognerà capire cosa faranno molti altri esponenti del Partito Democratico, come Beppe Fioroni e Rosy Bindi, anche se non sembra che abbiano nessuna intenzione di lasciare i loro posti in Parlamento.

La rottamazione, però, trova la sua sponda anche nel PDL. Daniela Santanchè, che negli ultimi giorni sta facendo un forsennato pressing sul Cavaliere per un ritorno a Forza Italia considerando conclusa l’esperienza del PDL, dichiara al Foglio “È un mondo finito e il partito va azzerato. Devono dimettersi tutti, a partire da Alfano.” e ribadisce: “Per vincere occorre spacchettare, ritornare a Forza Italia e alla componente di destra o ex An e appoggiare altre liste civiche''. Naturalmente le parole della passionaria del PDL non piacciono alla vecchia guardia. Il segretario del partito Angelino Alfano le risponde duramente: “Nessun problema di natura personale, il problema e' sulla linea politica ed e' molto importante.” E prosegue “Ci tengo a precisare che il nostro partito non si ispira a Marine Le Pen ne' a partiti di estrema destra antieuropeisti e contro l'euro. Se il tentativo di qualcuno e' di spostare all'estrema destra il partito dandoci un'impronta antoeuropeista e di esprimere un giudizio pessimo sul governo Monti non e' questa la linea del partito. Meglio dirlo prima per essere chiari dopo.”
Il capogruppo alla camera del PDL, Fabrizio Cicchtto, intervistato da La Stampa, si dice preoccupato, tanto da affermare: “Nel linguaggio civile si rottamano le cose mai le persone perché in questo modo si evocano realtà assai sgradevoli. Chi usa queste espressioni abbia la consapevolezza che le parole sono pietre e che richiamano un passato da dimenticare, i campi di concentramento.Limitiamoci a rottamare le macchine usurate.”