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martedì 11 febbraio 2014

Anche oggi abbiamo il nostro complotto

POLITICA -
Pensiamo per un attimo alla nostra storia. Pensiamo a quella che è stata la strategia della tensione, alla Notte della Repubblica, come la chiamò Sergio Zavoli. Pensiamo alle stragi impunite, ai mandanti occulti. Pensiamo alla P2 e ai servizi segreti deviati. Pensiamo a piazza Fontana, all’Italicus e alla stazione di Bologna, alle indagini deviate. Pensiamo ad Ustica e a Gladio. Pensiamo al Piano Solo e al Golpe Borghese.
Durante la Prima Repubblica, nel mezzo della Guerra Fredda, l’Italia è stata lo scenario di intrighi internazionali e di tentativi di controllare l’ordine anche utilizzando la forza. La presenza in Italia del più forte partito Comunista dell’Europa Occidentale e fedele (almeno fino alla segreteria Berlinguer) all’Unione Sovietica, ha diviso la popolazione in due. La paura dei nostri alleati di una vittoria del PCI è stata la scusa per attuare quella che giornalisticamente prima e storicamente dopo è stata chiamata appunto la strategia della tensione.

Forse pensando proprio alla nostra storia che oggi viene utilizzata, anche in maniera forzosa, la parola golpe, colpo di stato, complotto. Negli ultimi vent’anni prima Berlusconi e recentemente Grillo hanno spesso abusato di questi termini. Berlusconi, l’8 dicembre dello scorso anno, presentando i circoli di Forza Italia, denunciava: “Non ci sono stati i carri armati in piazza e nelle strade, ma negli ultimi vent’anni ci sono stati quattro colpi di Stato nel nostro Paese. Ancora oggi siamo in una situazione di pericolo.” E Grillo, solo pochi giorni fa, nel suo Blog scriveva: “In Italia è in corso, ora, mentre tu leggi questo articolo, un colpo di Stato, non puoi più far finta di nulla. Non è il primo, potrebbe essere l'ultimo.”
In queste ore il giornalista economico Friedman anticipa un passaggio del libro che ha appena dato alle stampe: nell’estate del 2011 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha sondato la disponibilità del professor Mario Monti per assumere, nell’eventuale caduta del governo Berlusconi, la guida dell’esecutivo, cosa accaduta, come sappiamo, nel novembre dello stesso anno. Si è subito parlato di colpo di stato, di attentato alla Costituzione, di un nuovo golpe.  

Vanno però ricordate alcuni eventi prima di gridare al golpe. Non credo che ci sia stato un complotto internazionale per far cadere Berlusconi ma è indubbio che la grande finanza, dopo la Grecia, puntava a far fallire anche il nostro paese e c’è stata indubbiamente una forte speculazione verso l’Europa in genere e verso l’Italia in particolare (più che un complotto internazionale si dovrebbe parlare di una finanza impazzita che ha contribuito pesantemente alla forte crisi economica di questi anni). È anche indubbio il pessimo rapporto tra il nostro capo del governo e la cancelliera tedesca Angela Merkel, e i pessimi rapporti tra i due esplodono nel settembre del 2011 quando gira la voce di un’intercettazione dell’allora Presidente del Consiglio che si sarebbe lasciato andare a frasi osceni sulla Merkel tanto che il settimanale tedesco Der Spiegel parla di Berlusconi come di un “Zotico e volgare." Il 5 agosto del 2011 arriva poi la famosa lettera dalla BCE firmata dal presidente Jean Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi. L’Europa delle Banche volevano fare fuori Berlusconi? Tutto può essere, ma leggendo il testo la richiesta è di mettere mano alle riforme per affrontare la crisi, riforme necessarie (forse ancora oggi) ma che ancora non arrivavano. È il caso di ricordare che Berlusconi è stato uno dei politici per più anni al governo nella storia della Repubblica Italiana e che ha avuto maggioranze talmente larghe che aveva l’opportunità, a mio avviso non sfruttata a pieno, di riformare il sistema Italia.
Ma non è solo il rapporto con l’economia internazionale e le cancellerie straniere ad essere un problema per Berlusconi, il Presidente del Consiglio aveva più di un problema anche in Italia. In quei mesi si sentiva forte l’inizio della crisi economica mal affrontata dall’esecutivo (ricordiamo i ristoranti pieni?). lo spread, parola sconosciuta fino a poche settimane prima, iniziava a dare segni preoccupanti (saliva per colpa del complotto internazionale?), ma erano preoccupanti anche altri dati economici legati alla disoccupazione e alla pressione fiscale. Non solo. Il 14 dicembre del 2010 Berlusconi deve affrontare il Parlamento per avere un nuovo voto di fiducia dopo che il PDL aveva perso la compagine finiana. Berlusconi quel giorno incasso la fiducia nelle due camere ma mentre in Senato il vantaggio era consistente, a Montecitorio la sua maggioranza si reggeva per una manciata di voti (furono decisivi i voti di Razzi, Scilipoti eletti con l’IDV, l’ex veltroniano Calearo e soprattutto, a sorpresa quel giorno votò la fiducia, Catia Polidori fino a poche ore prima della fiducia colomba finiana). Berlusconi rimarrà in carica poco meno di un anno fino al voto sul rendiconto generale dello stato quando la norma passò si con 308 voti favorevoli ma grazie all’astensione di 312 deputati, segnando di fatto la fine del governo Berlusconi ed aprendo, di fatto, la breve parentesi del Governo Tecnico guidato da Mario Monti.

Rileggendo questi fatti stupisce che il Presidente della Repubblica, con alcuni mesi di anticipo su quella che sarebbe stata la fine del governo Berlusconi, abbia iniziato a capire se ci fosse la possibilità di trovare un’alternativa allo stesso governo poco sopportato in Europa, commissariato di fatto dalla BCE e che continuava a perdere deputati e forse non in grado di risanare i conti pubblici? Mario Monti, liberale, economista bocconiano, con un grande prestigio in Europa (dove aveva ricoperto la carica di Commissario Europeo) editorialista del Corriere della Sera, era una figura rassicurante e soprattutto l’uomo che avrebbe potuto risanare le casse dell’Italia in un momento di forte crisi economica.
Il Presidente della Repubblica ha poi il dovere, prima di sciogliere le Camere, di capire se c’è una maggioranza alternativa, cosa che aveva provato a fare con Prodi, non riuscendoci, e che ha fatto poi con Monti. Ricordiamo poi che Berlusconi ha votato la fiducia a Mario Monti.

Mi sembra forzato pensare ad una congiura internazionale che coinvolge contemporaneamente le cancellerie internazionali, la Banca Centrale Europea, il nostro Presidente della Repubblica (magari anche la magistratura) per far cadere un governo traballante (forse anche Fini era tra i congiurati?)
Lo scoop di Friedman , molto utile a pubblicizzare il suo libro, era già su molti giornali dell’epoca (La Stampa aveva riportato quell’estate un incontro tra Monti, Prodi, De Benedetti con al centro proprio la possibilità per il professore della Bocconi di essere chiamato a guidare l’esecutivo).

Vorrei ricordare, a margine di queste considerazioni, solo due cose.
La prima: l’ex Senatore Silvio Berlusconi (decaduto dal suo incarico per la condanna definitiva per frode fiscale) che oggi sarebbe la vittima di un complotto internazionale contro di lui oggi è accusato (in questi giorni inizierà a Napoli il processo di primo grado) della compravendita dell’ex Senatore De Gregorio per far cadere Romano Prodi.

Beppe Grillo, che ancora oggi indica in Napolitano il male dell’Italia, in quell’estate sul suo blog scriveva in una lettera aperta al Presidente della Repubblica: “Il Governo è squalificato, ha perso ogni credibilità internazionale, non è in grado di affrontare la crisi che ha prima creato e poi negato fino alla prova dell'evidenza.” Per poi concludere: “Lei ha il diritto-dovere di nominare un nuovo presidente del Consiglio al posto di quello attuale. Una figura di profilo istituzionale, non legata ai partiti, con un l'unico mandato di evitare la catastrofe economica e di incidere sulla carne viva degli sprechi.” Descrivendo di fatto, in anticipo con i tempi, la figura di Mario Monti (forse anche Grillo ha partecipato al complotto internazionale)

mercoledì 5 febbraio 2014

Primi effetti dell'Italicum: Casini torna nel Centro Destra

POLITICA -
In questi giorni si è molto parlato del ritorno nel centro destra di Pierferdinando Casini. Non è il caso di fare nessun commento in proposito, molti hanno già scritto su questo e sulla mancanza di coerenza di un politico che aveva lasciato quella formazione ormai tanti anni fa, e con vanto, puntando a costruire un nuovo polo (al centro con Fini, Rutelli e poi ancora con Monti), e che aveva proferito parole molto dure verso il leader del Centro Destra (dandogli, tra le altre cose, del bugiardo)

Casini ed il suo UDC erano parte integrante, nelle ultime elezioni politiche, di quello che aveva l’intenzione di diventare il Terzo Polo (distinti e distanti dal Centro Sinistra e dal Centro Destra) insieme a Futuro e Libertà e Scelta Civica. Il non esaltante risultato elettorale (anche per una campagna elettorale mal gestita dal Senatore Monti) con una “non vittoria” di Bersani e della coalizione Italia Bene Comune (si è sempre ipotizzato una eventuale entrata nella maggioranza di Monti se al Senato i suoi voti fossero stati determinanti per la fiducia di un eventuale governo Bersani), hanno messo in luce molte differenze sia all’interno di Scelta Civica (e da poche settimane l’ala cattolica ha abbandonato la stessa Scelta Civica cercando di creare un movimento che si ispira ai popolari europei), che tra Scelta Civica ed i loro alleati, sancendo di fatto la scomparsa del Terzo Polo o, come lo stesso Casini afferma, indicando il MoVimento 5 Stelle come il vero Terzo Polo.

La scelta di Casini di ritornare nel Centro Destra, mentre sembra che Scelta Civica abbia iniziato a guardare verso il Centro Sinistra (la senatrice Linda Lanzillotta ha per esempio twittato: “Tra #Berlusconi e #Renzi @Scelta_Civica sceglie come interlocutore il #Pd per essere coscienza critica nella realizzazione delle riforme.”) è probabilmente figlia della legge elettorale in discussione in Parlamento.

Come sappiamo (su questo blog ne ha parlato Mario Scelzo) l’Italicum prevede un cospicuo premio di maggioranza a chi supera la soglia del 37% o, se nessuno dovesse arrivare a quella soglia, a chi vincesse l’eventuale ballottaggio tra le prime due formazioni.

Secondo gli ultimi sondaggi il centro destra ed il centro sinistra sono vicinissimi tra loro (poche punti percentuali di differenza) ed entrambi potrebbero raggiungere la soglia del 37% al primo turno. Migliaia di voti diventerebbero determinanti per la vittoria finale. Casini, sempre secondo i sondaggi, oggi prenderebbe pochissimi voti (si attesta intorno al 2%) ma quei voti sarebbero determinanti per una eventuale vittoria se spostati tutti da una parte. Vedremo di nuovo, questo è il forte rischio, alleanze dove per vincere ci si imbarca tutti. In passato è successo diverse volte, penso all’ultimo governo Prodi dove, per vincere, si era creata un’alleanza dove l’unico collante era l’antiberlusconismo, mettendo insieme partiti distanti tra loro (da Rifondazione Comunista di Bertinotti, il quale ottenne la presidenza della Camera, all’Udeur di Mastella, diventato Ministro della Giustizia) con un programma di centinaia di pagine anche in contradizione tra loro.

Il rischio dell’Italicum è questo, vedere enormi coalizioni non coerenti tra di loro, in un momento in cui l’Italia ha bisogno di riforme anche divisive ma efficaci. La governabilità che l’Italicum garantisce è solo per chi ha più voti in Parlamento senza prendere in considerazione il tipo di coalizione (già mi immagino veti e contro veti su ogni provvedimento).

martedì 23 aprile 2013

Un passaggio storico: il testo integrale del discorso di Napolitano

POLITICA - Pubblichiamo integralmente, e senza superflui commenti, il discorso pronunciato lunedì 22 aprile 2013 da Giorgio Napolitano in occasione della sua elezione a Presidente della Repubblica Italiana.


"Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni,
lasciatemi innanzitutto esprimere - insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate - la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. E' un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze : e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.

So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che mi tocca ancora più profondamente : e cioè la fiducia e l'affetto che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso l'istituzione che rappresentavo tra grandi masse di cittadini, di italiani - uomini e donne di ogni età e di ogni regione - a cominciare da quanti ho incontrato nelle strade, nelle piazze, nei più diversi ambiti sociali e culturali, per rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale.

martedì 5 marzo 2013

L'impasse istituzionale

POLITICA -  È passata la prima settimana dalle elezioni e gli occhi sono tutti puntati su quello che farà il MoVimento 5 Stelle. Prima i cronisti si sono accampati davanti alla villa di Grillo con la speranza di poter avere qualche dichiarazione, ma lui con i giornalisti italiani non parla, poi tutti davanti ad un hotel romano dove si sono riuniti i neo deputati per discutere di organizzazione, ma anche da qui nessuna dichiarazione degna di nota.
Prima di proseguire una piccola premessa: se durante la precedente legislatura i governi che si sono succeduti e le maggioranze che li avevano sostenuti si fossero impegnati a mettere mano al Porcellum, dando all’Italia una legge elettorale seria che garantiva al partito o coalizione che prendeva più voti una maggioranza per poter governare questo paese, oggi avremmo avuto probabilmente un Governo e i neo deputati grillini non sarebbero l’ago della bilancia per una legislatura che già prima di insediarsi si mostra frammentaria e condannata a non durare.
Detto questo bisogna sottolineare come la crisi istituzionale che si sta aprendo in questi giorni è profonda e che una soluzione facile non sembra alla portata di mano, soprattutto pensando al fitto calendario che si apre nel prossimo mese.

mercoledì 30 gennaio 2013

Ci mancheranno (3)

POLITICA - Quando il presidente del Consiglio Mario Monti ha deciso di “salire” in campo, ai suoi alleati ha chiesto chiaramente, nel compilare le liste, di utilizzare due criteri molto precisi, fedina penale pulita e un tempo relativamente breve nelle stanze dei bottoni, naturalmente con qualche deroga.
Così Pier Ferdinando Casini ha dichiarato “Sulle liste abbiamo fatto un ottimo lavoro, abbiamo liste pulite e per alcuni versi abbiamo fatto anche qualche ingiustizia. Ma abbiamo preferito fare qualche ingiustizia piuttosto che avere imbarazzi”. A chi si riferiva il leader dell’UDC? A Enzo Carra: “Per me che una persona come Enzo Carra debba uscire dalle liste per una condanna ad un anno in anni delicatissimi per il Paese, mentre tutti sanno che è un galantuomo.” L’ex portavoce di Forlani, in parlamento del 2001, era stato condannato infatti negli anni di Mani Pulite . Discorso diverso invece per Mario Tassone, su di lui sono pesati gli anni trascorsi a Montecitorio, dove è entrato nel 1979 (VIII Legislatura). Come per Renzo Lusetti (eletto a soli 28 anni deputato nell’87) e Luca Volontè (parlamentare dal 1996). Nell’UDC non ci sarà neanche Savino Pezzotta. L’ex segretario della CISL lascia il partito con una forte polemica: “Lascio l'Udc, è un errore non aver modificato l'agenda Monti in senso sociale, ed è un errore anche non aver chiuso fin da subito l'intesa con il Pd per il dopo voto.”
C’è poi un nutrito gruppo di parlamentari uscenti, fuoriusciti dal PDL per sposare il progetto montiano, ma che non hanno trovato posto nelle liste del centro, come Beppe Pisanu, eletto alla Camera dei Deputati per la prima volta nel 1972, o Giorgio Stracquadanio  che intervistato da Parorama, con amarezza, dichiara: “Ciao Parlamento? Sì, ma il mio è un ciao che non è un arrivederci perché la vita è lunga e la legislatura può essere breve…. Io non abbandono la politica prima o poi rientrerò in Parlamento.” Non ci sarà Franco Frattini (ex Ministro del Esteri di Berlusconi e molto vicino alle posizioni di Monti, ma per lui si vocifera un posto importante nella NATO), o Alfredo Mantovano (già sottosegretario agli Interni con B., molto vicino a Monti, ma che torna a fare il magistrato).
Non rinuncia naturalmente ad un seggio Casini (entrato in Parlamento nel 1983) ma che punta al Senato (con il desiderio di diventarne il Presidente), ma anche Rocco Buttiglione (parlamentare dal 1996) e Lorenzo Cesa. Al Senato, nella lista di Monti, in Lombardia il professore cala il tris: Pietro Ichino (deputato nell’VIII Legislatura come indipendente del PCI e Senatore nell’ultima con il PD), Mario Mauro (mai eletto in parlamento ma con tre mandati in Europa nelle file del PDL) e Gabriele Albertini (prima sindaco di Milano con Forza Italia e poi Europarlamentare con il PDL, ha ricevuto l’appoggio di Mario Monti per ambire alla poltrona di Governatore della Lombardia contro Roberto Marroni e Umberto Ambrosoli).

mercoledì 17 ottobre 2012

Il ricordo della deportazione degli ebrei di Roma

La folla sfila composta, in silenzio, per le strette vie di Trastevere. La fiaccolata si apre con un grande striscione: “Non c’è futuro senza memoria”. Così Roma, per una sera, ricorda il terribile giorno della deportazione degli ebrei della città. Quello del 16 ottobre, per la capitale, anche grazie al lavoro della Comunità di Sant’Egidio e della Comunità Ebraica, è diventato un appuntamento fisso, ma ogni anno è carico di emozioni diverse. Negli anni la folla è cresciuta ma ha perso molti dei testimoni diretti di quel terribile giorno (dal campo di sterminio di Auschwitz tornarono a casa solo 16 persone).

La marcia si conclude al portico d’Ottavia, nel cuore del quartiere ebraico, alle spalle della grande Sinagoga. Quel piccolo slargo era stato il cuore del rastrellamento, da qualche anno prende proprio il nome di Largo 16 ottobre.

Sul piccolo palco prende la parola Renzo Gattegna, Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ricorda gli eventi del 43, ma si sofferma anche in un commosso ricordo per Stefano Tachè, un bambino, ucciso dall’antisemitismo il 9 ottobre del 1982 (pochi giorni fa, con il presidente della Repubblica Napolitano è stato commemorato il trentesimo anniversario della morte) davanti alla grande Sinagoga di Roma. Poi un duro affondo per l’antisemitismo che ancora oggi soffia in Europa. In molti, denuncia Gattegna, ancora oggi si ispirano al nazismo e al fascismo provando a negare ciò che è successo durante la seconda guerra mondiale.

Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio, ricorda invece il grande lavoro che viene fatto con le nuove generazioni per non dimenticare, e soprattutto la responsabilità di condividere la memoria di quegli eventi oggi che molti dei testimoni diretti della Shoa sono morti e dal palco saluta Enzo Camerino e Lello Di Segni, due sopravvissuti presenti alla commemorazione. “Non è vero che le leggi razziali  italiano furono più morbide di quelle naziste.” Denuncia il presidente Impagliazzo che conclude che un’Europa unita e in pace darà protezione ai suoi cittadini.
Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità Ebraica di Roma grida: “Non siamo più soli.” E fa due annunci: il primo che al Senato inizierà l’iter parlamentare per approvare una legge che punisca i negazionisti della Shoa e poi che il nuovo ponte dell’Ostiense sarà dedicato a Settimia Spizzichino, l’unica ebrea romana tornata dalla deportazione del 16 ottobre. Ma Pacifici ricorda che non solo il popolo ebraico fu colpito dalla violenza nazista, anche i Rom, gli oppositori politici, i gay.
L’ultimo intervento è affidato al presidente del Consiglio, Mario Monti, che ricorda che il 16 ottobre “non riguarda solo gli ebrei, ma tutta la città.”. Anche Monti poi si sofferma a parlare dell’antisemitismo oggi, “Le ombre lunghe di quel 16 ottobre 1943, che non può essere compreso pienamente senza ricordare il ’38 e le ignobili leggi razziali lambiscono anche il nostro tempo.” E aggiunge “La crisi economica rischia di avere ricadute sulla convivenza civile: può far sorgere tentazioni di chiusure, di esclusioni, come le spinte xenofobe che vediamo emergere in alcuni movimenti politici europei o l’ostilità diffusa verso i rom.” E conclude “Questa è l'occasione per rilanciare un patto di convivenza e di integrazione”. “Facciamo nostre” conclude Monti “le parole di Primo Levi: chi nega Auschwitz è pronto a rifarlo”.

Gavino Pala

martedì 16 ottobre 2012

16 ottobre 1943, la deportazione degli ebrei romani

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani. 
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna.
Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.»
(F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

Il 16 ottobre è una ferita ancora aperta a Roma, la cattura di 1022 ebrei romani dal quartiere ebraico e la loro deportazione fino al campo di concentramento di Auschwitz. Una memoria storica dura.
Ma alla vigilia di quei tragici fatti la situazione sembrava diversa. L’8 settembre era alle spalle e l’armistizio sembrava far pensare che la situazione si sarebbe rasserenata, anche se la guerra era ancora lontana dal concludersi. Ma non solo. A fine settembre Herbert Kappler, capo del Servizio di Sicurezza a Roma, e di fatto comandante anche della polizia Fascista della capitale, ordinò alla comunità ebraica della capitale la consegna di 50 chili d’oro altrimenti sarebbero stati deportati 200 ebrei come rappresaglia (oro regolarmente consegnato ai tedeschi).
Un testimone, durante il processo ad Adolf Eichmann, tenutosi a Tel Avvi nel 1962 (quello ad Eichmann è stato il primo processo contro un esponente nazista tenutosi in Israele, fu condannato a morte), disse: “Credevamo che la situazione degli ebrei italiani fosse speciale e avevamo l’impressione che certe cose non potessero capitare qui da noi.” Ma non fu così.
Erano le 5.30 del mattino quando 300 soldati tedeschi entrarono con i camion dentro il ghetto di Roma, parcheggiarono al portico d’Ottavia dietro la Grande Sinagoga con gli elenchi di tutti gli abitanti del quartiere. Bussarono porta a porta e ordinarono a tutti di prepararsi entro 20 minuti, il rabbino capo di Roma oggi lo ricorda così: “Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermieraio.”
Dal ghetto gli ebrei romani furono portati nel collegio militare nel centro di Trastevere e da li, due giorni dopo, caricati su un convoglio partito verso Auschwitz.
Tornarono dal campo di concentramento solo 16 persone (nessuno degli oltre 200 bambini).

Ricordare quel terribile giorno è anche un dovere, soprattutto verso le giovani generazioni, mentre il tempo scorre e i testimoni diretti di quei terribili eventi, solo pochi fa scompariva Shlomo Venezia, ebreo di Salonicco, sopravvissuto alla Shoa, negli anni è stato tra i protagonisti della memoria della deportazione degli ebrei.
La Comunità ebraica di Roma e la Comunità di Sant’Egidio hanno preso, ormai diversi anni fa, l’impegno a non dimenticare il 16 ottobre (la fiaccolata quest’anno inizierà alle ore 19.00) con una fiaccolata silenziosa che da Piazza Santa Maria in Trastevere (vicino al vecchio collegio militare dove furono rinchiusi gli ebrei prima della deportazione) sfila per i vicoli stretti di Trastevere in percorso a ritroso fino al portico d’Ottavia dove prenderanno la parola Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Renzo Gattegna, Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Marco Impagliazzo, Presidente Comunità di Sant’Egidio, Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma e Mario Monti, Presidente Consiglio dei Ministri.

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Gavino Pala

ROTTAMIAMO ANCHE MONTI?

Lo spread cala e la politica … rialza la cresta. L’unico da rottamare ora è Monti

Pronti, via. Sebbene i sacrifici imposti agli italiani siano ancora pesantissimi, è bastato qualche dato più roseo sul futuro dell’Italia e accade che nel centro sinistra, dove da tempo si respira aria di rottamazione, ci si rende conto che è ora di rialzare la testa e di prepararsi alle elezioni: poco importa se l’unico ad essere rottamato alla fine sarà proprio Monti.  E’ questo il clima che si respira nella corsa alle primarie che si svolgeranno il prossimo mese (il 25 novembre si apriranno i famosi gazebo anche se il regolamento ancora presenta alcune lacune).

Il primo atto della imminente campagna elettorale è stato la presentazione della “carta degli intenti” del centro sinistra firmata dal leader del Partito Democratico, insieme a Nichi Vendola e al Socialista Riccardo Nencini, un documento che punta alla guida del Paese. Una rinascita del centro sinistra dopo gli anni dalla vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. I primi imbarazzi sono derivati dal fatto che nella carte è sparito ogni riferimento all’operato del governo Monti e ad ogni possibile atto di continuità con l’operato del governo tecnico.

L’assenza di qualsiasi riferimento a Monti è stato spiegato dal leader di SEL Vendola che ha argomentato: “la carta d’intenti che abbiamo firmato va oltre Monti, propone un rigore ma contro i furbi, per l’eguaglianza e la solidarietà.” In sostanza una bocciatura del Governo e del “montismo  termine con cui il Governatore pugliese ha sempre definito la parentesi tecnica.

Anche Bersani ha tenuto a sottolineare che “il prossimo giro non si governa senza popolo”, tutt’altro che velata critica ad un governo nominato ma non eletto. Come se non bastasse a rincarare la dose sono giunte le parole del responsabile economico del PD Stefano Fassina “non ci sono riferimenti al governo Monti perché parliamo del futuro e l'Italia, come tutte le democrazie, ha bisogno di un governo politico il cui premier viene scelto dai cittadini.

Insomma poco importa che il PD sieda sui banchi della maggioranza e che abbia tirato un respiro di sollievo insieme ai suoi elettori nel vedere l’Italia fuori dal baratro. Roba vecchia. E’ tempo di rialzare la cresta. Solo che l’assenza di ogni riferimento alle priorità proposte dal Governo (la famosa agenda Monti) non solo non piace al leader dei centristi, Casini, ma viene criticata anche all’interno dello stesso Partito Democratico. Casini, tra i politici più accesi nell’appoggiare il Governo, si affretta a sottolineare: “È stata sancita l'alleanza tra Bersani e Vendola, c'è un riferimento alle unioni gay e non c'è al presidente Monti, è un problema di approccio e di priorità.” Ponendo problemi su un’eventuale alleanza tra i progressisti ed i centristi.
Beppe Fioroni, moderato del PD che guarda con particolare interesse al centro, su Twitter spiega: “Questa alleanza non basta né per vincere bene né per governare: servono i moderati e Monti.” E spiega, preoccupato dall’avvicinarsi di Bersani con Vendola: “Io lavoro perché Bersani, vinte le primarie, si allei con Casini, Montezemolo, i ministri del governo Monti e perché trovi in Mario Monti un direttore d'orchestra.

Matteo Renzi, da Salerno dove continua il suo tour in camper, dopo aver criticato la carte degli intenti (giudicata troppo generica) non risparmia anche lui un giudizio definitivo sul Governo (trovandosi concorde, per una volta, con il suo segretario…) e dichiara: “Monti è stato importante, è stato un pompiere per la finanza pubblica fuori controllo, per il debito pubblico alle stelle. Ora che ha spento l'incendio, i pompieri non servono più.”

E con questa metafora, per la verità di stile un po’ bersaniano, non ce ne voglia il rottamatore, la solita politica smemorata rottama colui che ha fatto in modo che in Italia avesse ancora senso sedersi ad un talk show e parlare di politica (non credo che in Grecia se ne facciano ancora molti…). Avete presente la rana e lo scorpione? Niente di nuovo sotto il sole.

Gavino Pala
 

lunedì 1 ottobre 2012

La corruzione è la vera tassa degli italiani. Presentato il dossier di Libera


Lunedì 1 ottobre 2012 - L'associazione Libera ha presentato oggi il Dossier "Corruzione, le cifre della tassa occulta che impoverisce e inquina il paese", presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana a Roma.  Il bilancio redatto dal dossier è tragico.

"La corruzione è una mega tassa occulta che impoverisce il paese sul piano economico, politico, culturale e ambientale” ha detto don Ciotti nel corso della conferenza. La corruzione infatti si paga cara: 10 miliardi di euro l’anno in termini di prodotto interno lordo è la stima della perdita di ricchezza causata in Italia. Il fenomeno, spiegano i redattori del dossier, in Italia ormai “è a livelli mastodontici e può crescere ancora, se non si contrasta in modo netto, senza mediazioni, con volontà politica concreta, che vada al di là delle parole”.

I dati del dossier mettono insieme stime e numeri su un fenomeno prettamente italiano provenienti anche da fonti estere,  da rapporti internazionali, dai dati della Banca Mondiale a quelli di dati Eurobarometro. Il risultato è un dissesto economico e sociale che non ha pari in Europa. Secondo la World Bank, nel mondo si pagano ogni anno più di 1.000 miliardi di dollari di tangenti e va sprecato, a causa della corruzione, circa il 3 per cento del Pil mondiale. Applicando questa percentuale all’Italia, spiegano gli autori del dossier, si calcola che annualmente l’onere sui bilanci pubblici sia nella misura di 50-60 miliardi di euro l’anno. Siamo di fronte ad una vera una vera e propria tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini. Si stima che la perdita di ricchezza causata dalla corruzione ammonti ogni anno, in Italia, a circa 10 miliardi di euro in termini di prodotto interno lordo. Sono l’equivalente di circa 170 euro annui di reddito pro capite e di  oltre il 6 per cento in termini di produttività.

Esiste poi la corruzione ambientale, quella che riguarda le grandi opere e lo smaltimento dei rifiuti, quella che si annida nell’edilizia e nella gestione delle emergenze. Ed è stata dimostrata, secondo gli autori del dossier, anche una correlazione fra il tasso di mortalità infantile e la diffusione della corruzione, misurata attraverso l’indice di percezione di Transparency International. Una stima prudenziale porta a ipotizzare che "circa l’1,6 per cento dei decessi di bambini nel mondo possa essere spiegata dalla corruzione, il che significa che, delle 8.795.000 morti annuali di bambini, più di 140.000 possono essere indirettamente attribuite alla corruzione". Il nesso causa-effetto lo si ritrova nel fatto che la corruzione fa finire in tasche private fondi che invece dovrebbero finanziare programmi di cura, assistenza e prevenzione della malattie. Infine secondo gli autori del dossier: “In Italia nel 2010 il tasso di mortalità infantile è stato del 3,7 per mille, pari all’incirca a 12.638 bambini deceduti in quella fascia d’età. Applicando la fatidica percentuale dell’1,6 per cento di vittime infantili della corruzione, soltanto in quell’anno in Italia si arriva a stimare la perdita di 202 bambini a causa delle tangenti”.

Si tratta quindi di una vera emergenza, di fronte alla quale, “il tempo è scaduto”, ribadiscono Libera, Legambiente e Avviso Pubblico, che chiedono “scelte chiare, nette e concrete” alla classe politica: “Bisogna approvare il disegno di legge anticorruzione. Bisogna dire basta a chi ruba. E’ quello che hanno chiesto a viva voce oltre un milione e mezzo di italiani firmando le cartoline con cui Libera ed Avviso pubblico hanno sollecitato l’effettivo recepimento delle convenzioni internazionali contro la corruzione”.
di Roberto Bortone

giovedì 7 giugno 2012

Dopo la paura, la speranza


Dopo la Paura la speranza. Già dal titolo dell’ultimo libro (edito in questi giorni per la San Paolo) il Professor Andrea Riccardi, Ministro del governo Monti  per l’Integrazione e la Cooperazione Internazionale e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, prova a delineare un senso di futuro migliore dopo mesi passati a preoccuparci. Appunto la speranza per il futuro dopo la paura del presente.

Il libro è la raccolta di articoli che Riccardi ha scritto per il settimanale Famiglia Cristiana, racconti puntuali e documentati su vari argomenti di attualità che hanno segnato l’Italia e il mondo negli ultimi anni.

La paura. Nell’introduzione Riccardi la spiega scrivendo: “Abbiamo più paura perché siamo più soli. La solitudine, come la paura, è una malattia antica dell’uomo.” La solitudine ci porta quindi ad avere paura, perché ci si trova soli ad affrontare il presente, e le paure Riccardi ne descrive molte. La paura del terrorismo internazionale, soprattutto dopo gli attacchi negli Stati Uniti l’11 settembre che ci porta ad avere paura dell’altro. Paura della crisi, disaffezione verso la politica, paura dell’altro, straniero, rom, povero.

Ma Riccardi racconta anche i tanti segni di speranza che hanno caratterizzato gli ultimi anni.
I giovani che vanno a Madrid per partecipare alla Giornata Mondiale per la Gioventù per ascoltare le parole di un uomo anziano, come il papa, ma parole di speranza: i giovani, spiega Ricccardi, “hanno sete di qualcuno che parli del senso della vita, e non solo di denaro.”

Il dialogo interreligioso, ricordando la grande intuizione di Giovanni Paolo II che riunì ad Assisi, nel lontano 1986 i leader religiosi per pregare gli uni accanto agli altri per la pace. Giovanni Paolo II pregava in un mondo ancora segnato dalla guerra fredda, un mondo lontano, ma oggi non c’è meno bisogno di pregare per la pace, e il dialogo con le altre religioni per capire l’altro e allontanare il fanatismo e il terrorismo.

La testimonianza dei martiri, come quello del nunzio apostolico in Turchia, monsignor Luigi Padovese ucciso da un suo collaboratore in Anatolia, o del Ministro per le minoranze in Pakistan, Shahbaz Bhatti, ucciso dal fondamentalismo nel suo paese. Ma anche la dura vita dei cristiani in alcune parti del mondo dove sono minoranza, come per Asia Bidi in Pakistan, condannata a morte per blasfemia, prima donna ad essere condannata, nel suo paese per questo reato.

La primavera araba, con la presenza di tanti giovani nelle piazze, alfabetizzati, tecnologizzati, ma senza lavoro, impotenti davanti alla crisi economica internazionale. “La novità, spiega Riccardi, è che tanti si sono liberati dalla paura della repressione e chiedono il cambiamento dopo decenni di immobilismo”.

Il ministro prova anche a sconfessare le paure del diverso, troppo spesso frutto di ignoranza o propaganda. Come i discorsi su immigrazione o sui Rom, aggiungendo che l’unico modo per risolvere il “problema” è attraverso l’integrazione e non con la repressione. Non si deve avere paura dell’altro, ma cercare nell’altro un’opportunità, anche economica.

Gavino Pala