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lunedì 31 marzo 2014

Renzi e le politiche sul lavoro

POLITICA - Sarò breve e circonciso. ( no scusate, questa l’ha detta il Deputato M5S Davide Tripiedi). Scherzi a parte, vorrei proporvi una brevissima riflessione sul Governo di Matteo Renzi e le politiche sul lavoro.

Come tutti saprete, uno dei punti qualificanti della proposta politica di Matteo Renzi è il cosiddetto Job Act, un pacchetto contenente tutta una serie di riforme necessarie, secondo le idee di Renzi, per far ripartire  l’occupazione nel nostro paese. Sono ovviamente d’accordo con l’attuale Presidente del Consiglio sul fatto che quella della disoccupazione è la vera emergenza italiana, e, pur non dando in generale un giudizio negativo sul Governo Letta, penso che quel Governo poco ha fatto per provare ad invertire il trend della disoccupazione.
Primo problema. Di questo Job Act tutti ne parlano, ma pochi hanno davvero capito di cosa si tratti. Si rincorrono voci, indiscrezioni, accenni, grossomodo si capisce che Renzi proporrà liberalizzazioni, forse meno tutele ma più accesso al lavoro, ma ad oggi non esiste un testo ufficiale. Va detto che, se inizialmente sembrava il Job Act venisse promulgato per Decreto, si è poi deciso di affidare al Parlamento tutta la questione.

Se è vero che una questione così complessa non può essere stabilita su due piedi per Decreto Legge, non vorrei però il Job Act diventasse un puro slogan, un qualcosa che rimane lì per anni senza approvazione, una sorta di chimera, come le riforme, la semplificazione, l’abolizione delle Province. Comunque, Renzi si è appena insediato ed è anche legittimo che prima di giudicare il suo operato abbia almeno un 6 mesi per valutare positivo o negativo il suo operato.
Secondo problema. Questo per me è un grave errore del Governo Renzi. Non si sa quando entrerà in vigore il Job Act, ma nel frattempo, con Decreto Legge 20 Marzo 2014 n.34, già pubblicato in Gazzetta Ufficiale e quindi di fatto Legge dello Stato, il Governo e specialmente il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti hanno attuato due importanti modifiche relative all’apprendistato ed ai contratti a termine.

In sintesi estrema (per chi volesse approfondire può leggere qui le novità sull’apprendistato e qui quelle sui contratti a tempo determinato) la Riforma Poletti abolisce l’obbligo per le aziende di assumere gli apprendisti alla scadenza del periodo della formazione, ed aumenta, fino a 3 anni e per ben 8 rinnovi, la possibilità per le aziende di assumere e rinnovare i contratti a tempo determinato.

In pratica, mentre si parla di grandi riforme che però ancora non vediamo, si introduce una norma che a mio parere genera ulteriore precarietà. Oltretutto tale norma potrebbe avere un senso se appunto inserita in una riforma organica, non ha nessun senso, se non quello di ridurre le tutele per i lavoratori, se slegata da un progetto di riforma.
Non a caso, la minoranza Pd a partire da Fassina e Cuperlo, e la Cgil, hanno speso parole di fuoco contro queste modifiche, e probabilmente in Parlamento si attueranno delle modifiche al Decreto. Ciò non toglie che questo resta per me un grave errore del Governo Renzi, direi il primo da penna rossa.

Concludo. Scusate se per chiarezza di contenuti utilizzo il mio caso personale, anche se sono convinto che sia comune a molti miei coetanei. Ho iniziato a lavoricchiare nel 2004 credo con le regole di Treu, poi cambiate dalla Legge Biagi, dal 2009 sono in Rai ed il mio contratto (precario) ha subito le modifiche prima della (pessima) Legge Fornero, poi il Governo Letta ha cercato di mettere una pezza ai disastri provocati dalla Fornero, ora le riforme di Renzi….in 5 anni penso di aver cambiato 4 tipi di contratto, senza nessun reale beneficio. Credo la mia situazione sia simile a quella di tanti miei coetanei.
Aggiungo che a mio parere qualsiasi Riforma futura del Lavoro dovrebbe tener presente la vastissima platea di lavoratori che, come me, sono nel mondo del lavoro da anni, sempre precari, e che magari non più giovanissimi non possono usufruire delle norme relative all’apprendistato oppure dei Progetti per il Lavoro Under 30.

Speriamo che la Riforma di Renzi sia #lavoltabuona, anche se le premesse non sono delle migliori.
Mario Scelzo

mercoledì 5 marzo 2014

I primi passi del Governo Renzi

POLITICA - Il governo Renzi ha giurato una settimana fa e già vediamo alcuni passi traballanti.

Prima fase: la scelta dei ministri. Il premier più giovane della Repubblica Italiana mette insieme una squadra giovane e per metà fatta da donne, ma scorrendo alcuni nomi qualche dubbio è venuto a molti sulla composizione del governo. La conferma della Lorenzin (Sanità) Lupi (Infrastrutture e Trasporti) e soprattutto Alfano (Interno) fa chiaramente capire che Renzi ha subito le pressioni del Nuovo Centro Destra che chiedeva la conferma dei tre ministri come pregiudicante alla fiducia del nuovo esecutivo. Poteva affidare ai tre ministri deleghe diverse cercando di dare più discontinuità all’esecutivo presieduto da Letta, e, soprattutto, confermare Alfano che non ha del tutto spiegato la vicenda kazaka non sembra un buon inizio.
Seconda fase i sottosegretari e i viceministri. Renzi ne ha nominati 44 (diverse le conferme dal governo precedente). Scoppia subitoqualche caso interessante come quello del neo sottosegretario Gentile (quotaNCD) subito dimessosi. Fanno rumore altre nomine. Alla Giustizia viene nominato sottosegretario Cosimo Ferri (il suo nome è finito spesso sui giornali per le indagini sulla P3 e Calciopoli anche se mai indagato), e viceministro Andrea Costa, relatore di leggi poi dichiarate incostituzionali come il Lodo Alfano e il legittimo impedimento (forse Renzi poteva fare scelte meno compromettenti). In quota PD diventano sottosegretari Barraciu (Cultura) Del Basso De Caro (Infrastrutture) e Vito De Filippo (Sanità) tutti e tre indagati per peculato. Interessante soprattutto il caso della Barraciu, vincitrice delle primarie per la candidatura a governatore della Sardegna, ritiratasi dalla corsa anche per intervento dello stesso Renzi che ora la ripropone come sottosegretario. Naturalmente sono tutti innocenti fino a prova contraria, ma con un clima di forte antipolitica in Italia, si poteva stare più attenti a certe scelte.

Terza fase i primi provvedimenti. Pronti via e pochi giorni dopo aver ricevuto la fiducia aumentano le accise sulla benzina e la TASI, provvedimenti inseriti nel decreto Salva Roma. Presentarsi con un aumento delle tasse non è mai un buon inizio. Per altro per realizzare una serie di riforme (come per l’edilizia scolastica) il governo ha bisogno di soldi e ad oggi Renzi non ha spiegato ancora dove troverà i fondi.
Oltre alla riforma della legge elettorale, in questi giorni in discussione alla camera, Renzi ha promesso, dopo la diffusione dei dati ISTAT sull’aumento della disoccupazione, il Job Act in tempi brevi (due settimane), discorso ripreso nella visita a Siracusa dove ha promesso “Abbiamo due miliardi di euro pronti sull’edilizia scolastica. Mercoledì prossimo presenteremo il piano casa, non ce la facciamo per venerdì perché stiamo facendo alcune modifiche, jobs act e misure per la scuola.” L’Italia non può perdere altro tempo e non ha più bisogno di promesse non mantenute.

È li che inizierà a metterci seriamente la faccia e scopriremo se i primi passi falsi di questo governo saranno  ampiamente giustificati o no.
Personalmente ho sempre nutrito più di un dubbio nei confronti di Renzi, ma da italiano spero che non fallisca, e con lui l’Italia.

lunedì 3 marzo 2014

Renzi e Gentile

POLITICA - Come tutti saprete, Matteo Renzi è il nuovo Presidente del Consiglio. Non entro nel merito, è andata così, anzi faccio a Matteo i miei auguri di Buon Lavoro. Ora, da almeno un paio d’anni Renzi si è affacciato alla scena politica al grido di ROTTAMAZIONE. In sintesi, più volte il Sindaco di Firenze ha espresso tutto il suo fastidio per la cosiddetta vecchia politica, quella delle correnti, dei capipartito, dei politici acchiappa voti o corrotti (per capirci, dei Fiorito e dei Lusi).

Rottamazione, ringiovanimento, premiare il merito, sintetizzando all’estremo questi potrebbero essere i punti di forza della ideologia renziana.

In questa ottica si possono comprendere ad esempio le nomine a Ministri della Repubblica di giovani emergenti come la Boschi, la Madia, oppure la nomina ministeriale di persone non giovani ma diciamo nuove alla politica, come il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Giusto o sbagliato, piaccia o no, questo è Matteo Renzi, che però ha commesso a mio parere un enorme errore politico e strategico con la nomina a sottosegretario per le infrastrutture del Senatore del Nuovo Centro Destra  Antonio Gentile.

Chi è Antonio Gentile?

“Il Fatto Quotidiano” lo presenta così:


 Sintetizzo: una famiglia potente, presente in tutte le principali istituzioni calabresi, dalle Asl ai Consigli Comunali e Regionali, accuse di collusione con la n’drangheta (dalle quali Gentile esce sempre pulito), un forte legame col territorio, amicizie politiche che vanno dai socialisti dei tempi d’oro poi in Forza Italia poi nel Nuovo Centrodestra, casualmente sempre inseguendo i partiti al Governo.

Leggendo la Storia Politica del Senatore Gentile sembra di rileggere quella di un Gava, un Pomicino, Campioni della Prima Repubblica, proprietari di pacchetti di voti tramite  “amicizie” nel territorio. Insomma, tutto sembra il Senatore Gentile tranne che l’esempio di nuova politica, di premiare il merito e l’innovazione. Per usare una metafora, il Senatore Gentile è il tipico esempio di politico che Renzi vorrebbe rottamare.

Vado al sodo. Per due anni Renzi parla di rottamazione, poi nomina sottosegretario un personaggio quantomeno ambiguo, simbolo di quel tipo di politica che il Sindaco di Firenze a parole dichiara di voler rottamare.


Caro Matteo, tutti possiamo sbagliare (anche se questa nomina non è un bel biglietto da visita come inizio di mandato), ma lo sbaglio ancor più grave sarebbe fare finta di nulla. Il Partito Democratico chiede le dimissioni di Gentile, Lega e M5S sono pronti a far partire una mozione di sfiducia, sottovoce anche qualche esponente del Nuovo Centro Destra chiede le dimissioni di Gentile.

Matteo, puoi ancora rimediare pretendendo le dimissioni di Gentile. Poi, fai come vuoi, la scelta è tua. Però poi il cittadino elettore è libero di fare le sue scelte e le sue valutazioni, ecco io personalmente non voterei chi a parole vuole rottamare, nei fatti scende a patti con la vecchia politica che andrebbe rottamata.

 Mario Scelzo.

venerdì 14 febbraio 2014

Lettera a Matteo Renzi

Caro Matteo,

questa non me la dovevi fare. Chi ti scrive si definisce un elettore di centrosinistra, vicino al Pd, partecipante a quasi tutte le Primarie. Chi ti scrive non ti ha votato alle ultime Primarie, anzi, per deimotivi aveva scelto di astenermi. I 101, la gestione Cancellieri, il Governo col pregiudicato.

Non posso dire di essere un tuo fan o un tuo ammiratore, non ho fatto il tifo per te, ma ho preso atto della tua brillante vittoria alle primarie, e comunque guardavo a te con interesse e curiosità, perfino con un po’ di speranza. Immaginavo che il vento di novità da te rappresentato potesse comunque portare un cambiamento positivo all’interno del partito.

Insomma avevo nei tuoi confronti un sentimento ambiguo: se da un lato avrei sperato in una leadership del Pd più orientata verso sinistra, dall’altro apprezzavo la tua volontà manifesta di un cambiamento strutturale del Partito, un rinnovamento che potesse fare piazza pulita delle tremila correnti del Partito Democratico.

Mi ero comunque detto, ora c’è Renzi, ha vinto, giudichiamolo coi fatti. E, ti dico, Matteo, fino a ieri le tue azioni mi stavano convincendo. Finalmente un leader del Pd dinamico, spigliato, capace di proporre e non inseguire le proposte di B. Finalmente un leader capace di parlare in televisione con un linguaggio dinamico e comprensibile. Poi, le proposte, anche se abbozzate, sullo Job Act, la proposta di una nuova legge elettorale, vero, fatta insieme a Berlusconi, ma a mio parere una legge che avrebbe garantito in futuro maggioranze stabili.

Matteo, tutto lasciava pensare ad un tuo sostegno al Governo Letta, per il tempo necessario a realizzare le due-tre riforme urgenti per il paese, per poi andare al voto nel 2015, e, speravo, in una tua netta vittoria a capo di una coalizione comprendente Sel e parte del Centro. Dal 2015, con le tue idee, la tua maggioranza, la tua squadra, con la possibilità di uno shock generazionale che, speravo, potesse aiutare il paese a liberarsi da vent’anni di declino morale ed economico del Paese.

Invece, Matteo, te lo dico, mi hai profondamente deluso. Non ho capito le motivazioni che hanno portato alla rimozione di Enrico Letta. Anzi, mi spiego meglio, concordo con te, il Governo Letta per tanti motivi è debole ed incapace di una azione forte, ma a mio parere, i tanti motivi, si chiamano Alfano, Giovanardi, Lupi (per fare solo alcuni esempi). Ritengo che Letta abbia operato in condizioni politiche veramente difficili (infatti all’ex premier va tutta la mia stima umana e personale), e che se non è riuscito ad incidere come avrebbe voluto è proprio per le difficoltà generate da un Governo nato male, tra forze estranee. Mi chiedo, perché dovresti essere più capace di Enrico Letta, se i tuoi alleati resteranno gli stessi?

Avrei capito il cambio di Premier se avesse significato un cambio di coalizione. Partiti diversi con un leader diverso, ma in queste condizioni faccio fatica a capirne la logica.

Aggiungo, e questa per me è la motivazione più grave. Da anni ci parli di una nuova politica, di un Partito Democratico che deve superare la logica delle correnti, di un partito non chiuso nelle stanze di Roma ma legato al territorio, e cosa fai? Mi scalzi Enrico con una manovra di Partito, nei palazzi di Roma, nel chiuso delle segrete stanze!  Speravo il tuo partito potesse essere diverso da quello dei 101 che hanno affossato Prodi, prendo atto invece che il tuo partito è capace di sfiduciare il proprio Premier, nonché persona di rilievo all’interno del Partito.

Poi, per favore, Matteo, risparmiaci le frasi fatte sul sacrificio, le citazioni dell’Attimo Fuggente, le frasi stucchevoli sul senso di responsabilità.

Ciò detto, ti faccio i miei migliori auguri, non tanto a livello personale, ma perché comunque amo questo paese, ne diventerai il Premier, spero per l’Italia che tu possa riuscire a realizzare i tuoi progetti, se calerà la disoccupazione ne sarò felice, se le cose ti andranno bene sarò felice per il mio paese. Ma ho forti dubbi tu possa riuscire in una efficace azione di Governo dovendo mediare ogni singolo provvedimento con Schifani e Giovanardi.

mercoledì 29 gennaio 2014

Il decreto IMU-bankitalia

POLITICA -
In queste ore è in discussione alla Camera dei Deputati il decreto chiamato IMU-Bankitalia. Il decreto deve essere convertito entro oggi altrimenti saranno passati i 60 giorni dalla firma governativa e quindi decadrà. Questo porterà, come primo risultato, la reintroduzione della seconda rata dell’IMU (naturalmente il governo potrà fare un nuovo decreto al prossimo consiglio dei ministri).

Il decreto, che ha per titolo completo “Disposizioni urgenti concernenti l'IMU, l'alienazione di immobili pubblici e la Banca d'Italia”, è fortemente osteggiato dal MoVimento 5 Stelle che sta cercando di ritardare le votazioni per farlo decadere, il M5S si dice contrario soprattutto all’ultima parte del decreto (quello relativo alla Banca D’Italia) accusando il governo di privatizzare la Bankitalia e di fare un regalo alle banche che detengono delle quote nell’azionario della Banca nazionale.

Non è facile entrare nel merito della questione senza rischiare di usare troppi tecnicismo, ma vale la pena fare un po’ di chiarezza. La Banca d'Italia fu istituita nel 1893 con la fusione di quattro banche d'emissione e nel 1926 ebbe il monopolio dell'emissione di denaro. Nel 1936 la Banca divenne istituto di diritto pubblico: contestualmente le sue quote proprietarie furono trasferite a banche pubbliche, per un valore nominale di 300 milioni di lire (da all’ora il capitale della Banca non è mai aumentato).

La legge 30 luglio 1990, n. 218, comunemente chiamata Legge Amato, dall’allora ministro del governo Andreotti IV, in vista dell’attuazioni di Basilea I, trasformò gli istituti di credito di diritto pubblico in banche private (spa) e quindi di fatto possiamo dire che Banca d’Italia era finita in mani private (nel 1990 e non oggi) (nel sito della Banca d'Italia c'è la lista degli istituti di credito azionisti ).

Che cosa vuole fare dunque il decreto del governo Letta?

Le novità principali sono due: l’aumento di capitale della Banca Centrale (ferma, come abbiamo detto al 1936 che dovrebbe arrivare a 7.5 miliardi di euro) e mettere un tetto massimo alle quote di partecipazione alla Banca stessa (al massimo, se il decreto entrasse in vigore, la partecipazione di ogni singolo istituto di credito privato potrà avere non più del 3% del pacchetto azionario).

Quali saranno le conseguenze di queste novità? Sicuramente la Banca d’Italia si rafforzerebbe con una solidità economica maggiore e aumenterebbero il valore delle quote azionarie. Questo però porterà agli istituti di credito che posseggono quote di capitale all’interno della Banca ad avere quote con un valore maggiore rispetto al passato ed essendo obbligate a vendere (facciamo un esempio, Intesa San Paolo oggi detiene il  30,3% delle quote quindi sarà costretto a cedere oltre il 27%) “gli enti partecipanti potranno così registrare - pur non intascando nell'immediato nemmeno un centesimo - enormi plusvalenze sui loro bilanci, e lo Stato in cambio otterrà, grazie alla tassazione di questi guadagni, fino a 1 miliardo di euro.” Spiega Daniele Scalea, Direttore Generale Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, condirettore della rivista Geopolitica, in un articolo sull’Huffington Post.

Il vero problema però non è il regalo che si fa alle banche a mio avviso ma quello di dare un vero aiuto di stato (contro le leggi sulla concorrenza dell’Unione Europea) mascherato da vendita di quote.

C’è però un aspetto positivo. Il potere delle banche private diminuirebbe sensibilmente, per altro la stessa banca nazionale potrebbe riacquistare le quote in eccesso delle banche private costrette a vendere (e forse, con questa operazione la banca potrebbe riavere la maggioranza delle quote ritornando ad avere una maggioranza statale).

mercoledì 8 gennaio 2014

Renzi di lotta e di governo

POLITICA - Alla fine gli insegnanti non dovranno restituire i 150 euro per il fermo degli scatti come in un primo momento era circolata la voce. Ad annunciarlo una nota di palazzo Chigi nel quale viene chiarito che “Gli insegnanti non dovranno restituire i 150 euro percepiti nel 2013 derivanti dalla questione del blocco degli scatti. Lo si è deciso nel corso di una riunione a palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio, Enrico Letta, il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, e il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza.”

Di buon mattino il neo segretario del PD, Matteo Renzi aveva scritto su Twitter il suo pensiero su questa vicenda spiegando che “Il taglio agli insegnanti è assurdo. Il governo rimedi a questa figuraccia, subito. Il @pdnetwork su questo non mollerà di un centimetro.”
Non vorrei entrare nel merito di questa vicenda, per fortuna conclusasi con il passo in dietro del governo, anche perché l’Italia dovrebbe investire di più sull’istruzione, non togliere il (poco) che già da agli insegnanti, ma è utile per riflettere su un altro argomento che in queste ore sta interessando il governo: il patto di coalizione.

Si sono aperti infatti gli incontri tra il premier Letta e gli esponenti dei partiti di maggioranza per preparare un patto tra il governo e le forze parlamentari che lo sostengono. Un patto che dovrà interessare i provvedimenti e le tematiche del 2014. Tutto giusto e legittimo, ma credo anche insufficiente. Credo che il governo non abbia solo bisogno di un patto ma di un vero e proprio rimpasto per due semplici ragioni.
La prima è che è cambiata radicalmente la composizione della maggioranza. Questo governo delle larghe intese è nato con l’appoggio del PD dei centristi e del PDL. Di queste 3 gambe solo una è rimasta intatta, il PD, i centristi si sono infatti divisi tra chi è rimasto fedele a Monti e chi è uscito da Scelta Civica per fondare un nuovo gruppo parlamentare (ma entrambi i gruppi fedeli al governo), mentre il PDL si è spaccato in due con la rinata Forza Italia passata all’opposizione e il Nuove Centro Destra di Alfano al governo. il partito più a destra del governo è passato da 97 deputati (PDL) a 29 (NCD) mantenendo però lo stesso numero di Ministri. È vero che il Presidente Napolitano nelle scorse settimane ha imposto un nuovo passaggio parlamentare a Letta per richiedere una nuova fiducia, ma si potrebbe pensare ad una delegazione minore del partito di Alfano (presente al governo con 5 ministri) e comunque un riequilibri con i centristi (i due partiti del centro hanno gli stessi numeri del Nuovo Centro Destra ma solo 2 ministri)

La seconda ragione riguarda il PD. Il partito di maggioranza ha infatti gli stessi numeri di inizio legislatura ma le primarie dell’8 dicembre hanno cambiato radicalmente la leadership. Il neo segretario non può solo dettare la linea del suo partito ma chiedere anche di prendere parte alle decisioni del governo che il suo partito appoggia. La delegazione del PD nel governo Letta ( ex Vicesegretario di Bersani) ha 9 ministri, ma in pochi si possono considerare renziani. Il sindaco di Firenze probabilmente non entrerà personalmente al governo (già indaffarato ad amministrare la sua città e il suo partito), ma dovrebbe chiedere che il nuovo PD abbia una nuovo delegazione al governo che rappresenti meglio il partito. Non basta twitttare che il PD “su questo non mollerà di un centimetro”, non basta presentare proposte sulla legge elettorale o sul lavoro, deve prendersi la responsabilità di governare. Nel governo ci dovrebbe essere più rappresentatività della “corrente” (anche se al segretario questa parola non piace) che ha stravinto le primarie e che rappresenta (all’interno del partito) la maggioranza assoluta degli elettori che l’8 dicembre si sono messi in fila ai gazebo.
Altrimenti il rischio è di vedere un Renzi “di lotta e di governo”

lunedì 23 dicembre 2013

2013 odissea ad Arcore

POLITICA - L’anno che si sta per chiudere è stato indubbiamente ricco di avvenimenti politici, vicende che hanno segnato il tempo attuale ma che probabilmente avranno influssi anche per gli anni a seguire. Per la prima volta nella Storia Repubblicana abbiamo avuto la rielezione dello stesso Presidente della Repubblica, per la prima volta è entrato in Parlamento il Movimento 5 Stelle, è stato indubbiamente un anno ricco di novità e colpi di scena.


A mio parere però la vera novità politica e il passaggio che segna un’epoca, decretando probabilmente la fine della Seconda Repubblica e l’ingresso nella terza, è la triste uscita di scena di Silvio Berlusconi e la sua decadenza sia da senatore (questo è un dato di fatto), sia da protagonista della scena politica (questa è una mia ipotesi).

Sono personalmente convinto che, al di là della decadenza, il tempo del Cavaliere è finito, il suo sarà nei prossimi anni un ruolo marginale, e ritengo che per la prima volta in tanti anni il Cavaliere abbia commesso degli enormi errori di strategia politica. Come leggerete in seguito, ritengo il principale errore commesso da Berlusconi l’essere uscito dal Governo Letta, perdendo così capacità di condizionarne le decisioni. Senza Forza Italia, il Governo è più forte e compatto.

Chiariamo, chi scrive non ha nessuna simpatia per il leader di Forza Italia, e lo considera uno dei principali responsabili del declino economico e soprattutto morale del nostro paese. Nonostante ciò, è indubbio che la sua personalità abbia segnato un ventennio di Storia Italiana, e, da non sostenitore, è innegabile negare al Cavaliere, almeno fino a pochi mesi fa, una capacità di leadership ed una abilità strategica veramente notevoli.

Io, come tanti, lo davo per finito nel corso del 2012, ed ero convinto che già le elezioni del 2013 lo avrebbero messo ai margini della scena politica. Lo stesso pensavano numerosi commentatori politici ed ampi settori del suo partito. I fatti dicono che mentre lo davamo per finito ed il Pdl nei sondaggi scendeva sotto al 10%, il Cavaliere da vera macchina da Campagna Elettorale, tra promesse, alleanze, errori degli avversari (è un dato di fatto che quando il Cavaliere è in difficoltà il Pd arriva sempre in suo soccorso, auguro a Renzi di non continuare su questa strada), è riuscito a raggiungere un ottimo risultato elettorale, inchiodando di fatto il Partito Democratico, che già si sentiva vincitore, ad un risicato pareggio.

Io ritengo che la grande abilità strategica e comunicativa del Cavaliere, che gli ha consentito la rimonta, sia stata quella di far ricadere sul Governo Monti le colpe di anni ed anni di inefficienza dei governi di Centro-Destra. Non difendo Monti, che ha commesso molti errori, basti solo pensare alla pessima Riforma Fornero, però ritengo davvero ingeneroso accanirsi col medico che ricorre agli antibiotici per curare una influenza che i governi precedenti avevano del tutto trascurato.

Ricapitoliamo. Il 2013 parte bene per Silvio, che pareggia le elezioni e sostanzialmente ottiene di far parte del Governo delle Larghe Intese. Da sconfitto, ottiene 5 Ministri, e soprattutto sale al Colle per la seconda volta Napolitano, certamente personalità per lui più rassicurante rispetto alle ipotesi Prodi o Rodotà. Mi sento di dire che i primi passi del Governo Letta sono favorevoli al Cavaliere, che ottiene uno dei suoi cavalli di battaglia elettorale, l’abolizione dell’Imu, e il suo carisma spesso mette nell’angolo il Partito Democratico, in teoria guida della Maggioranza.

Qui, per me, il Presidente del Milan commette alcuni incredibili errori, che lo mettono ai margini della scena politica.

Il primo è quello di legare le vicende del Governo con le sue vicende giudiziarie. Conosciamo tutti la storia processuale. Al netto di ogni considerazione, il cittadino Berlusconi viene condannato in via definitiva per evasione fiscale e di conseguenza scatta l’interdizione dai pubblici uffici. L’ex Premier, oltre alle solite accuse alla Magistratura, si sente in diritto, non si capisce per quale motivo, di ricevere dal Presidente della Repubblica per una inspiegabile Grazia che non vuole neanche chiedere formalmente.

Il Cavaliere mette poi in chiaro che in assenza della Grazia, o di qualche salvacondotto ad personam, toglierà la fiducia al Governo, ed inizia una battaglia legale/tecnico/parlamentare per rallentare l’iter della sua decadenza da Senatore.

Qui nascono le prime tensioni con Alfano e con gli attuali aderenti al Nuovo Centro Destra. Da più parti si tenta di far capire al Cavaliere che l’elettorato non capirebbe una crisi di Governo derivante solo dall’esito delle sue vicende personali con la giustizia. Ma il Capo è ostinato.

Il secondo, e ancor più grave errore, è pensare che senza Forza Italia il Governo non avrebbe retto. Al contrario, ritengo che da quando il suo partito è assente, la maggioranza ha trovato un discreto equilibrio e, spero, si avvia a realizzare qualche valido provvedimento.

Il terzo errore, conseguenza dei primi due, è aver lasciato campo libero all’iniziativa di Matteo Renzi. L’ex Sindaco di Firenze ed ora Leader del Pd (del quale tutto si può dire, ma è forse l’unico leader del centrosinistra a saper maneggiare i media e lo show-business con la stessa abilità del Cavaliere) oggi ha una leadership forte nel Partito, ed un peso enorme nella maggioranza, ora quasi del tutto sostenuta dal Pd.

In conclusione, in meno di tre mesi il Cavaliere ha perso parte del suo Carisma e parte del suo Partito. Non ha voce in capitolo nel Governo, non ha consiglieri fidati (a parte la corte di giullari sempre pronta a dargli ragione), non ha nulla di nuovo da proporre.

La storia ci dirà se il Nuovo Centrodestra saprà proporsi come una novità interessante o meno, ci dirà se avremo una destra moderata di respiro europeo. Personalmente credo di no, c’è poco di Nuovo in Formigoni e Giovanardi, ma ne riparleremo. La storia però ci ha detto che il ventennio berlusconiano è terminato.

Mario Scelzo.

venerdì 6 dicembre 2013

Primarie PD, domenica non voto perchè

I 3 candidati alle primarie PD
POLITICA - Stavolta non ci vado. Per colpa dei 101, di D’Alema e della gestione del caso Cancellieri.

Dal 2005, indizione delle prime votazioni Primarie del Centrosinistra ( nelle varie accezioni di Unione, Ulivo, Partito Democratico), ho sempre partecipato a questo tipo di votazione, che in generale ritengo sia positiva perché favorisce la partecipazione democratica e popolare, ed avvicina il partito (qualsiasi esso sia) anche a chi, come me, non è un vero e proprio militante ma segue le vicende politiche con interesse.
In ordine sparso, credo di aver votato Prodi, Bersani, Veltroni, Vendola, forse dimentico qualcuno. Questa volta, ho deciso di non partecipare, e vorrei spiegarvi le motivazioni, non tanto per annoiarvi con le mie riflessioni ma per segnalare quelli che a mio parere sono stati gli errori del Partito Democratico nell’ultimo periodo, sperando magari in futuro ci sia la possibilità di non perseverare negli stessi identici errori.

Due brevi premesse, una sugli ideali fondanti del partito, una sugli scenari futuri.
•             A livello teorico, mi riconosco in pieno nella idea originaria del Partito Democratico, nella sintesi cioè tra un socialismo riformista ed un cattolicesimo sociale. E’ l’orizzonte politico a cui guardo. Credo però, e lo argomenterò dopo, che questa sintesi sia di fatto fallita, o almeno incompiuta, e che il comportamento del Partito e la sua struttura non abbiano rispecchiato i valori di riferimento.
•             Nonostante ciò, ritengo che molte delle speranze di avere un futuro migliore per il nostro paese vadano riposte nel Partito Democratico. Non credo nel populismo grillino capace solo di dire che tutto fa schifo ma incapace di formulare una proposta concreta. Non credo nella sinistra estrema che parla ancora di lotta di classe e rivoluzione del proletariato. Non credo nella destra berlusconiana ed anzi ritengo che in questi ultimi 20 anni abbia contribuito alla deriva morale ed economica del nostro paese. Non credo nel Nuovo Centrodestra popolato da vecchi arnesi della politica, pluriindagati o che già hanno cambiato più volte colore politico a seconda delle convenienze. Non credo nei numerosi movimenti al Centro, in ogni caso il Centro a mio parere non avrà mai i numeri per governare da solo e dovrà sempre appoggiarsi a destra o a sinistra. Insomma, nel bene o nel male, penso che il futuro dell’Italia è legato al futuro del Pd. Ovviamente siete liberi di non condividere il mio pensiero, ma io la vedo in questo modo.

Direte, se credi nel Pd e pensi che le Primarie siano uno strumento valido, perché non ti recherai ai seggi? Per due motivi: 1) Mi sono stufato di firmare cambiali in bianco; 2) I candidati proposti, per un motivo o per l’altro, non sono di mio gradimento. Provo ad argomentare punto per punto.

1) Alle ultime primarie ho votato prima Vendola e successivamente al ballottaggio Bersani, ho successivamente votato Sel alle elezioni sapendo benissimo che il candidato Premier era Bersani. Insomma, ho dato il mio voto al Centrosinistra rispetto ad un patto di Governo. Potevo immaginare una alleanza post-elettorale con Scelta Civica, non mi sarei però mai immaginato di votare Vendola alle primarie per poi trovarmi al Governo con Berlusconi ed Alfano. Vero che il voto è stato imprevedibile, però ecco le scelte successive del Pd non hanno rispettato le mie aspettative.
Ora, saltiamo tutta la storia, diciamo che il governo col Pdl è stato quasi obbligato, non posso però scordare la pessima gestione del voto per il Quirinale. Scelte assurde, un partito che prima sbaglia scegliendo Marini, poi si accorda su Prodi, ed i famosi 101 impallano il Professore. Emerge un partito spaccato in fazioni, correnti, gruppi di interesse, ancora oggi non sappiamo chi ha impallinato la votazione di Prodi, tra sospetti, veleni e minacce più o meno velate.

2) Già ero indeciso, e mi arrovellavo sulla scelta tra Renzi Cuperlo e Civati. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la pessima gestione del caso Cancellieri. Procedo candidato per candidato:
•             Renzi. Penso anche io che il Pd necessiti di una rivoluzione dalla fondamenta, che o si rinnova o muore, penso che Renzi sia capace ed abbia una ottima parlantina, però, sintetizzo, la mia sensazione è che sia più guidato dalla ambizione personale che dalla ricerca del bene del partito. In più, ho paura che con lui Premier avremo tanto fumo e poco arrosto, parla per slogan, chiama l’applauso, è efficace, ma raramente spiega come nel concreto attuare il suo programma.
•             Cuperlo. Non lo conoscevo, e confesso che quando parla resto colpito. Usa parole quasi estinte come sinistra, uguaglianza, lavoro, solidarietà, e sarei seriamente tentato di votarlo. Però, mi spiace, vedo Cuperlo come l’uomo dell’apparato, la proiezione di D’Alema, e chi scrive pensa che baffino sia la causa di tutti i mali della sinistra negli ultimi anni. Max invece di farsi da parte dopo le sconfitte, sta sempre ufficialmente dietro le quinte ma nei fatti nel cuore del Partito, lavorando sempre ai fianchi per affossare i suoi nemici. Sono personalmente convinto che Prodi non sia salito al Colle per l’opposizione di D’Alema.
•             Civati. Parla bene, è efficace, ma davvero sembra far parte di un altro partito. Ne fondasse uno suo se la casa madre è cosi insopportabile.

Mentre ero indeciso, arriva il caso Cancellieri. La vicenda la conoscete. Quello che ho trovato insopportabile è che sia Renzi che Civati che Cuperlo si erano fortemente espressi per la sfiducia al Ministro. Parole forti ed argomenti a mio parere validi. Poi, per disciplina di Partito si sono adeguati al diktat di Letta votando la fiducia al Governo. Abbiamo avuto l’ennesima prova di un Partito che predica bene e razzola male.
L’alleanza con Silvio, i 101, il caso Cancellieri, la difesa di Alfano nel caso Kazako, l’abolizione dell’Imu per contentare il Pdl. Scusate, ma non ce la faccio. Poi, in futuro si vedrà. Spero chi vinca le Primarie possa convincermi a votare alle prossime elezioni.

Chiudo con una citazione di Zoro, il comico che spesso si occupa delle vicende della sinistra. Cosi parlava, e mi ci ritrovo appieno: “potevo nasce negli anni 60 juventino e democristiano, una vita comoda comoda, e invece me ritrovo romanista e de sinistra, che vita di sofferenza!”.

Mario Scelzo.

martedì 4 giugno 2013

Quali riforme per l'Italia?

POLITICA - Scrive l’Iio (l’Organizzazione internazionale del Lavoro) che per tornare ai livelli occupazionali pre-crisi economica in Italia ci vorrebbero circa 1 milione e 700 mila posti di lavoro. Se ai numeri del rapporto dell’agenzia dell’ONU  aggiungiamo i numeri devastanti della crisi (disoccupazione, cassa integrazione, debito pubblico, il numero di aziende che ogni giorno chiude) abbiamo la descrizione di una nazione che lentamente, ma inesorabilmente, sta andando verso il fallimento.
E il governo di larghe intese di cosa si occupa in queste ore? E i partiti che appoggiano questo governo?
Dal Festival dell'Economia di Trento, pochi giorni fa, il premier Letta rilancia “la priorità è dare occupazione, soprattutto giovanile, per farla tornare sotto il 30 per cento dall'attuale 38, e far costare di meno il lavoro.” ma le parole che sono state riprese di più creando un vero dibattito nell’agenda politica sono altre. “Non potremmo più eleggere il presidente della Repubblica con quella modalità”, e aggiunge “Quella settimana di metà aprile è stata una settimana drammatica per la nostra democrazia”. Un primo passo per cambiare la Costituzione e tutto l’assetto istituzionale in Italia? il Premier vuole che la nostra nazione passi da una democrazia Parlamentare ad una Presidenziale?
La drammaticità di quella settimana è legata alle modalità dell’elezione del presidente, come sembra sostenere il Premier, o piuttosto al fallimento dei partiti che dovevano votarlo, come sembra aver sottolineato invece lo stesso Napolitano nel discorso di insediamento subito dopo la sua rielezione?
Il tema del presidenzialismo ha poi occupato le prime pagine dei giornali. Il PDL, da sempre convinto per una riforma in questo senso, plaude alle parole di Letta, nel PD invece nascono malumori su chi vorrebbe portare avanti l’iniziativa e chi non vorrebbe toccare, almeno su questo punto, la Costituzione.
Il governo dovrebbe poi varare un provvedimento per la costituzione di un gruppo di esperti (da non confondere con i saggi, anche se qualcuno sostiene che qualche saggi sarà nominato esperto) che dovrebbe affiancare la commissione Costituzionale bicamerale. Ma sul lavoro poche parole.
E l’opposizione? Il movimento guidato da Grillo (il primo per numero di deputati ma non l’unica opposizione in Parlamento) dopo aver passato settimane a discutere della diaria da rendicontare, insultato la Gabanelli e Rodotà perché si erano permessi di criticare il Movimento, in questi giorni si occupano dei problemi della gente? Grillo chiede la poltrona della presidenza della commissione di vigilanza Rai (che spetta ad un partito d’opposizione) e lancia sul suo blog (N.B. naturalmente per ogni visitatore che entra nel suo sito Grillo, e non il Movimento, guadagna soldi) un referendum sul giornalista più fazioso dopo giorni nei quali si è scagliato a più riprese contro i giornalisti. E proposto sul lavoro?
I politici sembrano essere sempre più lontani dai veri problemi della gente. Oggi molti faticano ad arrivare alla fine del mese, per molti l’assenza di un lavoro e l’incertezza del futuro sono diventati problemi quotidiani, mentre i nostri governanti si preoccupano di più a come mettere mano alla nostra Costituzione.

martedì 16 ottobre 2012

ROTTAMIAMO ANCHE MONTI?

Lo spread cala e la politica … rialza la cresta. L’unico da rottamare ora è Monti

Pronti, via. Sebbene i sacrifici imposti agli italiani siano ancora pesantissimi, è bastato qualche dato più roseo sul futuro dell’Italia e accade che nel centro sinistra, dove da tempo si respira aria di rottamazione, ci si rende conto che è ora di rialzare la testa e di prepararsi alle elezioni: poco importa se l’unico ad essere rottamato alla fine sarà proprio Monti.  E’ questo il clima che si respira nella corsa alle primarie che si svolgeranno il prossimo mese (il 25 novembre si apriranno i famosi gazebo anche se il regolamento ancora presenta alcune lacune).

Il primo atto della imminente campagna elettorale è stato la presentazione della “carta degli intenti” del centro sinistra firmata dal leader del Partito Democratico, insieme a Nichi Vendola e al Socialista Riccardo Nencini, un documento che punta alla guida del Paese. Una rinascita del centro sinistra dopo gli anni dalla vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. I primi imbarazzi sono derivati dal fatto che nella carte è sparito ogni riferimento all’operato del governo Monti e ad ogni possibile atto di continuità con l’operato del governo tecnico.

L’assenza di qualsiasi riferimento a Monti è stato spiegato dal leader di SEL Vendola che ha argomentato: “la carta d’intenti che abbiamo firmato va oltre Monti, propone un rigore ma contro i furbi, per l’eguaglianza e la solidarietà.” In sostanza una bocciatura del Governo e del “montismo”  termine con cui il Governatore pugliese ha sempre definito la parentesi tecnica.

Anche Bersani ha tenuto a sottolineare che “il prossimo giro non si governa senza popolo”, tutt’altro che velata critica ad un governo nominato ma non eletto. Come se non bastasse a rincarare la dose sono giunte le parole del responsabile economico del PD Stefano Fassina “non ci sono riferimenti al governo Monti perché parliamo del futuro e l'Italia, come tutte le democrazie, ha bisogno di un governo politico il cui premier viene scelto dai cittadini.”

Insomma poco importa che il PD sieda sui banchi della maggioranza e che abbia tirato un respiro di sollievo insieme ai suoi elettori nel vedere l’Italia fuori dal baratro. Roba vecchia. E’ tempo di rialzare la cresta. Solo che l’assenza di ogni riferimento alle priorità proposte dal Governo (la famosa agenda Monti) non solo non piace al leader dei centristi, Casini, ma viene criticata anche all’interno dello stesso Partito Democratico. Casini, tra i politici più accesi nell’appoggiare il Governo, si affretta a sottolineare: “È stata sancita l'alleanza tra Bersani e Vendola, c'è un riferimento alle unioni gay e non c'è al presidente Monti, è un problema di approccio e di priorità.” Ponendo problemi su un’eventuale alleanza tra i progressisti ed i centristi.
Beppe Fioroni, moderato del PD che guarda con particolare interesse al centro, su Twitter spiega: “Questa alleanza non basta né per vincere bene né per governare: servono i moderati e Monti.” E spiega, preoccupato dall’avvicinarsi di Bersani con Vendola: “Io lavoro perché Bersani, vinte le primarie, si allei con Casini, Montezemolo, i ministri del governo Monti e perché trovi in Mario Monti un direttore d'orchestra.”

Matteo Renzi, da Salerno dove continua il suo tour in camper, dopo aver criticato la carte degli intenti (giudicata troppo generica) non risparmia anche lui un giudizio definitivo sul Governo (trovandosi concorde, per una volta, con il suo segretario…) e dichiara: “Monti è stato importante, è stato un pompiere per la finanza pubblica fuori controllo, per il debito pubblico alle stelle. Ora che ha spento l'incendio, i pompieri non servono più.”

E con questa metafora, per la verità di stile un po’ bersaniano, non ce ne voglia il rottamatore, la solita politica smemorata rottama colui che ha fatto in modo che in Italia avesse ancora senso sedersi ad un talk show e parlare di politica (non credo che in Grecia se ne facciano ancora molti…). Avete presente la rana e lo scorpione? Niente di nuovo sotto il sole.

Gavino Pala
 

giovedì 7 giugno 2012

Dopo la paura, la speranza


Dopo la Paura la speranza. Già dal titolo dell’ultimo libro (edito in questi giorni per la San Paolo) il Professor Andrea Riccardi, Ministro del governo Monti  per l’Integrazione e la Cooperazione Internazionale e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, prova a delineare un senso di futuro migliore dopo mesi passati a preoccuparci. Appunto la speranza per il futuro dopo la paura del presente.

Il libro è la raccolta di articoli che Riccardi ha scritto per il settimanale Famiglia Cristiana, racconti puntuali e documentati su vari argomenti di attualità che hanno segnato l’Italia e il mondo negli ultimi anni.

La paura. Nell’introduzione Riccardi la spiega scrivendo: “Abbiamo più paura perché siamo più soli. La solitudine, come la paura, è una malattia antica dell’uomo.” La solitudine ci porta quindi ad avere paura, perché ci si trova soli ad affrontare il presente, e le paure Riccardi ne descrive molte. La paura del terrorismo internazionale, soprattutto dopo gli attacchi negli Stati Uniti l’11 settembre che ci porta ad avere paura dell’altro. Paura della crisi, disaffezione verso la politica, paura dell’altro, straniero, rom, povero.

Ma Riccardi racconta anche i tanti segni di speranza che hanno caratterizzato gli ultimi anni.
I giovani che vanno a Madrid per partecipare alla Giornata Mondiale per la Gioventù per ascoltare le parole di un uomo anziano, come il papa, ma parole di speranza: i giovani, spiega Ricccardi, “hanno sete di qualcuno che parli del senso della vita, e non solo di denaro.”

Il dialogo interreligioso, ricordando la grande intuizione di Giovanni Paolo II che riunì ad Assisi, nel lontano 1986 i leader religiosi per pregare gli uni accanto agli altri per la pace. Giovanni Paolo II pregava in un mondo ancora segnato dalla guerra fredda, un mondo lontano, ma oggi non c’è meno bisogno di pregare per la pace, e il dialogo con le altre religioni per capire l’altro e allontanare il fanatismo e il terrorismo.

La testimonianza dei martiri, come quello del nunzio apostolico in Turchia, monsignor Luigi Padovese ucciso da un suo collaboratore in Anatolia, o del Ministro per le minoranze in Pakistan, Shahbaz Bhatti, ucciso dal fondamentalismo nel suo paese. Ma anche la dura vita dei cristiani in alcune parti del mondo dove sono minoranza, come per Asia Bidi in Pakistan, condannata a morte per blasfemia, prima donna ad essere condannata, nel suo paese per questo reato.

La primavera araba, con la presenza di tanti giovani nelle piazze, alfabetizzati, tecnologizzati, ma senza lavoro, impotenti davanti alla crisi economica internazionale. “La novità, spiega Riccardi, è che tanti si sono liberati dalla paura della repressione e chiedono il cambiamento dopo decenni di immobilismo”.

Il ministro prova anche a sconfessare le paure del diverso, troppo spesso frutto di ignoranza o propaganda. Come i discorsi su immigrazione o sui Rom, aggiungendo che l’unico modo per risolvere il “problema” è attraverso l’integrazione e non con la repressione. Non si deve avere paura dell’altro, ma cercare nell’altro un’opportunità, anche economica.

Gavino Pala