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mercoledì 27 novembre 2013

Sant'Egidio e la pena di morte

Dominique Green
ATTUALITA' - Dalla seconda metà degli Anni Novanta la battaglia contro la pena capitale è diventata uno dei terreni di impegno globale e una priorità della comunità di Sant’Egidio. Sintesi di molte violazioni dei diritti umani, la pena di morte rappresenta sempre, infatti, una forma di tortura mentale dei condannati, contraddice una visione riabilitativa della giustizia, abbassa l’intera società civile al livello di chi uccide, legittima la violenza e una cultura di morte al livello più alto, da parte dello stato, mentre dice di volere difendere la vita umana e colpisce in maniera sproporzionata minoranze politiche, etniche, religiose e sociali, umiliando l’intera società.

La Comunità di Sant’Egidio ha iniziato dalla vicinanza concreta ai condannati a morte, attraverso visite, corrispondenza, difesa legale, l’umanizzazione della condizione di vita carceraria, e è diventata negli anni un protagonista globale della battaglia per una moratoria universale e l’abolizione della pena capitale nel mondo. Negli anni ha promosso corrispondenza e contatti diretti con oltre 1500 detenuti e la difesa di oltre 300 condannati a morte in diverse aree del mondo. 

Nel 1998 la Comunità di Sant’Egidio ha dato vita all’Appello per una Moratoria Universale che ha raccolto leader religiosi di tutte le principali tradizioni religiose mondiali, credenti e non credenti, in un manifesto morale che ha raccolto oltre cinque milioni di firme in 153 paesi del mondo ed è stato consegnato alle Nazioni Unite alla vigilia del voto della storica Risoluzione dell’Assemblea Generale sul rifiuto della pena di morte come mezzo di giustizia (2007).

Nel 2002 la Comunità di Sant’Egidio ha contribuito alla nascita, a Roma, presso la sede principale della Comunità, a Sant’Egidio, della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.
Sempre nel 2002, la Comunità di Sant’Egidio ha lanciato la prima Giornata Mondiale delle “Città per la vita-Città contro la Pena di morte” (Cities For Life, Cities Against the Death Penalty), il 30 novembre di quell’anno. La data è stata scelta in ricordo della prima abolizione della pena capitale: quella del Granducato di Toscana, il 30 novembre 1786.
Per sviluppare nuove strategie e visioni comuni Sant’Egidio organizza ogni anno, dal 2004, una Conferenza Internazionale dei Ministri della Giustizia, di giuristi e membri delle Corti Supreme, da paesi che hanno abolito la pena capitale e da paesi mantenitori.

Le Conferenze Internazionali rappresentano il laboratorio di un metodo di lavoro che continua a tutti i livelli, dalla società civile, al dialogo con le leadership e i rappresentanti politici, durante l’anno, in tutti i paesi che intervengono.
Il radicamento della Comunità di Sant’Egidio in più di 25 paesi africani con membership locale ha permesso l’individuazione di soluzioni locali condivise e una “contaminazione positiva” dei percorsi di riduzione della violenza e dell’uso della pena di morte che valorizza le culture e le esperienze del continente.

La particolare attenzione rivolta al continente africano, in rapido cambiamento, ha consentito, in questi ultimi anni, di sostenere, attraverso le conferenze, percorsi legislativi, sociali, parlamentari e di orientamento dell’opinione pubblica, che hanno portato alla riduzione o all’abolizione, de jure e de facto, della pena capitale ( Burundi, Gabon, Togo…).
In Asia e in America Latina la Comunità di Sant’Egidio si muove a livello nazionale e transnazionale, potendo disporre di una rete locale e di contatto istituzionali, interreligiosa e governativa, attiva in altri settori di impegno  di dialogo, umanitario o per la pace.

Nel 2012 la Conferenza Internazionale ha visto una partecipazione più importante anche di rappresentanti di paesi asiatici, destinata a consolidarsi nei prossimi anni.
Antonio Salvati

mercoledì 6 febbraio 2013

Quale partito per i cattolici?

POLITICA - L'Istituto Demopolis ha condotto un sondaggio che punta ad analizzare quale sarebbe il voto dei cattolici in Italia alle prossime elezioni politiche. Il primo dato che fa riflettere è che, ad oggi, solo il 63% dei cattolici praticanti ha già deciso cosa votare il 24 e il 25 febbraio. Il secondo punto di riflessione è che i cattolici alle urne andranno in ordine sparso. Secondo il sondaggio infatti la maggioranza dei cattolici voterà per la coalizione di centro sinistra (31%), mentre sceglierebbe la coalizione di centrodestra il 27.5%, poco superiore alla coalizione guidata dal premier uscente Monti (scelta dal 25%). Il Movimento 5 Stelle prenderebbe intorno al  10% dei voti cattolici mentre Rivoluzione Civile di Ingroia il 3%.
Quindi ad oggi non c’è una formazione percepita, senza ombra di dubbio, come il “partito dei cattolici”, anzi, anche se c’è una leggera prevalenza della coalizione guidata da Bersani, i numeri ci dicono, anche se è solo un sondaggio, che le tre coalizioni sono molto vicine. Va però aggiunto un piccolo dato: rispetto alle rivelazioni generali, Bersani perderebbe qualche punto se si tiene conto solo del voto cattolico, Berlusconi guadagnerebbe mezzo punto, mentre Monti ne aggiungerebbe addirittura 10.
Ma questa divisione dell’elettorato cattolico da cosa dipenderebbe?
Alla conferenza stampa di chiusura del Consiglio Permanente della CEI, monsignor Crocetta  ragiona sulle prossime elezioni, ma la sua non è un’indicazione di voto, per lui bisogna guardare quei “valori dell'etica sociale, che hanno fondamento nei principi irrinunciabili,” tenendo presente, e questo è l’appello che fa Crocetta che “non votare è portare acqua alle difficoltà del Paese.” Sono i vescovi a non dare, anche giustamente, un’indicazione, bisogna guardare, e alle volte ricercare con pazienza, quei cattolici candidati che garantiscono i valori dell’etica sociale.
Stesso appello fatto dal Cardinal Bagnasco qualche giorno prima. Ma il presidente della CEI si rivolge anche ai candidati, e non solo agli elettori. Per Bagnasco non è un problema avere esponenti cattolici in diversi schieramenti anzi: “La presenza di esponenti cattolici in schieramenti differenti dovrà accompagnarsi a una concreta convergenza sulle questioni eticamente sensibili.”
E i movimenti e l’associazionismo cattolico?
Le prossime elezioni segneranno, molto più che nel passato, la scesa in campo di diverse personalità del mondo cattolico, quasi a rispondere all’appello del Papa che chiede un impegno diretto dei Cattolici per portare nelle istituzioni italiane quei valori e quelle sensibilità che ne esalterebbero l’operato.
Mentre l’ormai ex presidente delle ACLI, Andrea Olivero, si candida nella lista Monti, la CISL si divide da una parte Giorgio Santini (numero due del sindacato di ispirazione cattolica) accetta di correre con Bersani, mentre Gianni Baratta, segretario confederale, lascia il sindacato per Monti.
Nei partiti “tradizionali” c’è un nutrito gruppo di parlamentari uscenti che cercano una riconferma. Nel PDL i rappresentanti del mondo cattolico, come Quagliariello, Sacconi, Eugenia Roccella e Beatrice Lorenzin, cercano una riconferma (non sempre scontata visto le posizioni che occupano nelle liste), mentre nell’UDC sono soprattutto Rocco Buttiglione e Paola Binetti a rappresentare, più di altri, le posizioni cattoliche all’interno del partito di Casini. Nel PD invece spiccano i nomi di Beppe Fioroni, Gigi Bobba e Nicodemo Oliverio.
Con Monti invece molti esponenti di quel movimento di Todi che qualche mese fa aveva riportato in auge il problema di un intervento dei cattolici in politica. Troviamo nelle liste del Professore Lucio Romano, presidente di Scienza&vita; Luigi Marino, presidente di Confcooperative; il neurologo Gian Luigi Gigli, molto attivo per la vita di Eluana Englaro; Mario Sberna, presidente dell’associazione Famiglie numerose.
Una nota ufficiale di Comunione e Liberazione precisa che il movimento “guarda con simpatia chi, tra i suoi aderenti, decide di assumersi il rischio di un tentativo politico.” Un non schierarsi con un partito in particolare, pensando soprattutto che esponenti di CL sono in diversi partiti. Pensiamo al PDL dove troviamo Maurizio Lupi, Gabriele Toccafondi e Raffaello Vignali, mentre Mauro Mauro, capogruppo del PDL all’Europarlamento, ha lasciato il suo partito per provare ad entrare in Senato con Monti. Nel PD non c’è un esponente del movimento candidato, ma Bersani riceve un importante endorsement dall’ex presidente della Compagnia delle Opere Graziano Debellini.
E infine Sant’Egidio. Tra i promotori del partito di Monti infatti c’è il fondatore della Comunità romana, ma, come dice lo stesso Riccardi in più di un’intervista, la sua è una scelta personale che non dovrebbe coinvolgere direttamente la Comunità di Sant’Egidio. Riccardi non si presenterà direttamente alle elezioni ma alcuni esponenti di spicco di Sant’Egidio correranno insieme a Monti (Marazziti capolista alla camera nel Lazio1 e Mario Giro ben posizionato per un posto in Senato in Campania). Non c’è una nota ufficiale come per Comunione e Liberazione, ma anche qui vigerà la libertà di coscienza.

mercoledì 17 ottobre 2012

Per Sant'Egidio è sempre possibile fare la pace in Africa


Era il 4 ottobre 1992. A Trastevere, nel cuore di Roma, dopo lunghe trattative veniva firmato l'accordo di pace che poneva fine alla terribile guerra civile mozambicana, costata un milione di morti. "L'accordo di pace firmato vent'anni fa fu il frutto di "una rara miscela di cooperazione tra uno Stato, l'Italia, che aveva un grande prestigio in Mozambico, e attori non governativi". Con queste parole Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio, ha ricordato alla Farnesina, nell'ambito del workshop internazionale 'Promuovere la pace e la sicurezza in Africa, la lezione appresa dal Mozambico', la lunga mediazione italiana che portò alla storica pace nel Paese africano, lodata all'epoca dal segretario dell'Onu Boutros Boutros-Ghali come "una miscela, unica nel suo genere, di attività pacificatrice governativa e non".

In occasione delle celebrazioni a Roma per il ventennale dell'accordo, Impagliazzo ha ripercorso tutte le fasi della mediazione, lunga 27 mesi, portata avanti nella sede della comunità trasteverina da "quattro mediatori ufficiali, rappresentanti la chiesa mozambicana, la Comunita' di Sant'Egidio e un ex sottosegretario agli Esteri italiano: monsignor Jaime Goncalves, Andrea Riccardi, Matteo Zuppi e Mario Raffaelli".

"Il felice esito di quella vicenda atipica per la diplomazia internazionale ci consegna un messaggio semplice e profondo allo stesso tempo: la pace è possibile - ha sottolineato Impagliazzo, ricordando come "l'accordo di pace e' stato firmato ed e' stato rispettato. La pace ha tenuto''. Per Impagliazzo da questa vicenda della sua storia "l'Italia riscopre una vocazione, quella di un Paese non percepito come invasivo o indifferente ma che può fare la differenza, coniugando la tradizione democratica europea con le sue eccellenze di pace e di dialogo''.

Il Ministro per la Cooperazione internazionale e l'Integrazione, Andrea Riccardi, che della Comunità di Sant'Egidio è il fondatore ed ha partecipato come mediatore alle trattative, ricevendo il ministro degli Esteri e della Cooperazione del Mozambico Oldemiro Baloi ha affermato che''La pace in Mozambico, siglata aventi anni fa a Roma, e' diventata un modello internazionale: fu un successo collettivo, costruito insieme dalla Comunita' di Sant'Egidio, dal governo italiano e dalle parti in lotta''.

Riccardi ha aggiunto: ''Il Mozambico vent'anni fa era il Paese piu' povero del mondo, secondo l'indice di sviluppo umano. La guerra aveva provocato un milione di morti e quattro milioni di rifugiati. La pace di questi vent'anni ne ha fatto uno dei Paesi emergenti in Africa. Quando iniziammo il negoziato erano in pochi a crederci: tutte le cancellerie europee pensavano fosse un'impresa impossibile. Ma in una sinergia di sforzi, istituzionali e non istituzionali, si raggiunse il traguardo. Gli accordi di pace in Mozambico hanno costituito e ancora costituiscono oggi un esempio a cui si ispirano coloro che si occupano di conflitti e crisi sulla scena mondiale''.

Per approfondire:
Il dossier sulle trattative per la pace in Mozambico curato dalla Comunità di Sant'Egidio

Il ricordo della deportazione degli ebrei di Roma

La folla sfila composta, in silenzio, per le strette vie di Trastevere. La fiaccolata si apre con un grande striscione: “Non c’è futuro senza memoria”. Così Roma, per una sera, ricorda il terribile giorno della deportazione degli ebrei della città. Quello del 16 ottobre, per la capitale, anche grazie al lavoro della Comunità di Sant’Egidio e della Comunità Ebraica, è diventato un appuntamento fisso, ma ogni anno è carico di emozioni diverse. Negli anni la folla è cresciuta ma ha perso molti dei testimoni diretti di quel terribile giorno (dal campo di sterminio di Auschwitz tornarono a casa solo 16 persone).

La marcia si conclude al portico d’Ottavia, nel cuore del quartiere ebraico, alle spalle della grande Sinagoga. Quel piccolo slargo era stato il cuore del rastrellamento, da qualche anno prende proprio il nome di Largo 16 ottobre.

Sul piccolo palco prende la parola Renzo Gattegna, Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ricorda gli eventi del 43, ma si sofferma anche in un commosso ricordo per Stefano Tachè, un bambino, ucciso dall’antisemitismo il 9 ottobre del 1982 (pochi giorni fa, con il presidente della Repubblica Napolitano è stato commemorato il trentesimo anniversario della morte) davanti alla grande Sinagoga di Roma. Poi un duro affondo per l’antisemitismo che ancora oggi soffia in Europa. In molti, denuncia Gattegna, ancora oggi si ispirano al nazismo e al fascismo provando a negare ciò che è successo durante la seconda guerra mondiale.

Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio, ricorda invece il grande lavoro che viene fatto con le nuove generazioni per non dimenticare, e soprattutto la responsabilità di condividere la memoria di quegli eventi oggi che molti dei testimoni diretti della Shoa sono morti e dal palco saluta Enzo Camerino e Lello Di Segni, due sopravvissuti presenti alla commemorazione. “Non è vero che le leggi razziali  italiano furono più morbide di quelle naziste.” Denuncia il presidente Impagliazzo che conclude che un’Europa unita e in pace darà protezione ai suoi cittadini.
Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità Ebraica di Roma grida: “Non siamo più soli.” E fa due annunci: il primo che al Senato inizierà l’iter parlamentare per approvare una legge che punisca i negazionisti della Shoa e poi che il nuovo ponte dell’Ostiense sarà dedicato a Settimia Spizzichino, l’unica ebrea romana tornata dalla deportazione del 16 ottobre. Ma Pacifici ricorda che non solo il popolo ebraico fu colpito dalla violenza nazista, anche i Rom, gli oppositori politici, i gay.
L’ultimo intervento è affidato al presidente del Consiglio, Mario Monti, che ricorda che il 16 ottobre “non riguarda solo gli ebrei, ma tutta la città.”. Anche Monti poi si sofferma a parlare dell’antisemitismo oggi, “Le ombre lunghe di quel 16 ottobre 1943, che non può essere compreso pienamente senza ricordare il ’38 e le ignobili leggi razziali lambiscono anche il nostro tempo.” E aggiunge “La crisi economica rischia di avere ricadute sulla convivenza civile: può far sorgere tentazioni di chiusure, di esclusioni, come le spinte xenofobe che vediamo emergere in alcuni movimenti politici europei o l’ostilità diffusa verso i rom.” E conclude “Questa è l'occasione per rilanciare un patto di convivenza e di integrazione”. “Facciamo nostre” conclude Monti “le parole di Primo Levi: chi nega Auschwitz è pronto a rifarlo”.

Gavino Pala

martedì 16 ottobre 2012

16 ottobre 1943, la deportazione degli ebrei romani

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani. 
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna.
Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.»
(F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

Il 16 ottobre è una ferita ancora aperta a Roma, la cattura di 1022 ebrei romani dal quartiere ebraico e la loro deportazione fino al campo di concentramento di Auschwitz. Una memoria storica dura.
Ma alla vigilia di quei tragici fatti la situazione sembrava diversa. L’8 settembre era alle spalle e l’armistizio sembrava far pensare che la situazione si sarebbe rasserenata, anche se la guerra era ancora lontana dal concludersi. Ma non solo. A fine settembre Herbert Kappler, capo del Servizio di Sicurezza a Roma, e di fatto comandante anche della polizia Fascista della capitale, ordinò alla comunità ebraica della capitale la consegna di 50 chili d’oro altrimenti sarebbero stati deportati 200 ebrei come rappresaglia (oro regolarmente consegnato ai tedeschi).
Un testimone, durante il processo ad Adolf Eichmann, tenutosi a Tel Avvi nel 1962 (quello ad Eichmann è stato il primo processo contro un esponente nazista tenutosi in Israele, fu condannato a morte), disse: “Credevamo che la situazione degli ebrei italiani fosse speciale e avevamo l’impressione che certe cose non potessero capitare qui da noi.” Ma non fu così.
Erano le 5.30 del mattino quando 300 soldati tedeschi entrarono con i camion dentro il ghetto di Roma, parcheggiarono al portico d’Ottavia dietro la Grande Sinagoga con gli elenchi di tutti gli abitanti del quartiere. Bussarono porta a porta e ordinarono a tutti di prepararsi entro 20 minuti, il rabbino capo di Roma oggi lo ricorda così: “Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermieraio.”
Dal ghetto gli ebrei romani furono portati nel collegio militare nel centro di Trastevere e da li, due giorni dopo, caricati su un convoglio partito verso Auschwitz.
Tornarono dal campo di concentramento solo 16 persone (nessuno degli oltre 200 bambini).

Ricordare quel terribile giorno è anche un dovere, soprattutto verso le giovani generazioni, mentre il tempo scorre e i testimoni diretti di quei terribili eventi, solo pochi fa scompariva Shlomo Venezia, ebreo di Salonicco, sopravvissuto alla Shoa, negli anni è stato tra i protagonisti della memoria della deportazione degli ebrei.
La Comunità ebraica di Roma e la Comunità di Sant’Egidio hanno preso, ormai diversi anni fa, l’impegno a non dimenticare il 16 ottobre (la fiaccolata quest’anno inizierà alle ore 19.00) con una fiaccolata silenziosa che da Piazza Santa Maria in Trastevere (vicino al vecchio collegio militare dove furono rinchiusi gli ebrei prima della deportazione) sfila per i vicoli stretti di Trastevere in percorso a ritroso fino al portico d’Ottavia dove prenderanno la parola Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Renzo Gattegna, Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Marco Impagliazzo, Presidente Comunità di Sant’Egidio, Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma e Mario Monti, Presidente Consiglio dei Ministri.

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Gavino Pala

mercoledì 10 ottobre 2012

Giornata mondiale contro la pena di morte, una battaglia da vincere



Si celebra oggi 10 ottobre, la decima edizione della Giornata mondiale contro la pena di morte, istituita dalla World Coalition against the death penalty per sensibilizare la comunità internazionale.

In questi ultimi dieci anni sono significativi i progressi fatti per cancellare la pena capitale dagli ordinamenti degli Stati in tutto il mondo.

Secondo i dati riportati dalla World Coalition Against the Death Penalty, che raccoglie le principali organizzazioni impegnate nella lotta per l'abolizione della pena di morte (Comunità di Sant'Egidio, Amnesty International, solo per citarne alcune), sono 141 i paesi che hanno abolito per legge o di fatto la pena di morte. 97 quelli che la hanno eliminata dall'ordinamneto per tutti i crimini; per 36 paesi lo strumento capitale è in disuso da tempo. Infine 8 paesi hanno abolito la pena di morte per i crimini ordinari.

C'è ancora molto da fare, sebbene anche sul fronte del numero delle esecuzioni i dati siano significativi. Nel 2011 si sono registrate esecuzioni capitali in 21 paesi, nel 2001 in 31. Una sostanziale diminuzione che fa ben sperare. Buone notizie anche dai paesi, cosiddetti emergenti, che hanno rinunciato in questi anni alla pena di morte: Albania, Argentina, Armenia, Bhutan, Burundi, Cook Islands, Gabon, Gracia, Kyrgyzstan, Georgia, Messico, Filippine, Rwanda, Samoa, Senegal, Togo, Turkia e Uzbekistan.

La sfida dei prossimi anni, secondo il World Coalition, è quella di convincere gli stati che ancora mantengono la pena di morte a moderarne l'utilizzo (escludendo dai reati per cui è prevista quello di traffico di droga, omosessualità e terrorismo). La strada maestra è sempre quella delle Nazioni Unite, che nel prossimo dicembre voteranno una risoluzione, la quarta, per chiedere agli stati che ancora la applicano una moratoria sull'utilizzo della pena di morte.

Per approfondire:

Il calendario degli eventi per la giornata mondiale

Cities For Life - Città per la vita, l'evento internazionale organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio



mercoledì 12 settembre 2012

Sarajevo, dalla guerra alla pace



Sarajevo nel novecento è stata città della guerra. Il secolo scorso si è aperto con l’attentato a Francesco Ferdinando che ha dato di fatto il via al primo conflitto mondiale e si è chiuso con la guerra nei Balcani, il più sanguinoso conflitto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

In questi giorni Sarajevo è città della pace, suggestivo scenario del ventiseiesimo incontro Uomini e Religioni, organizzato dalla comunità di Sant’Egidio, insieme alla Comunità islamica di Bosnia e Erzegovina, alla chiesa Serba ortodossa, all’Arcidiocesi di Vrhbosna-Sarajevo e alla Comunità ebraica in Bosnia e Erzegovina, sul solco dello storico incontro voluto da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986 dove il Papa riunì per pregare, gli uni accanto agli altri, le grandi religioni del mondo.

“Vivere insieme è il futuro” è il titolo della tre giorni nella città Bosniaca, città multiculturale, dove le tre religioni del libro vivono le une accanto alle altre, con la Moschea a pochi passi dalla Sinagoga e alla chiesa cattolica e alla Cattedrale Ortodossa, tutto a pochi metri, tra il quartiere turco e il centro storico. Palazzi che ricordano l’impero asburgico sulla stessa via del mercato dove si possono sentire i profumi della cucina medio orientale. Una città dove si possono ancora scorgere, sulle facciate dei palazzi, i segni dell’assedio della città dopo vent’anni.

All’Assemblea di inaugurazione del meeting, dove si sono riuniti centinaia di leader religiosi di tutte le confessioni, prendono la parola i rappresentanti religiosi della città. Il gran Muftì di Sarajevo Mustafa Ceric, ricorda gli anni della guerra, le vittime, loro, le vittime “meritano il nostro sincero impegno per la pace e la riconciliazione, meritano il nostro giuramento onesto a Dio e all’umanità che faremo tutto il possibile in modo che mai più capiti a nessuno quello che è successo qui.” Gli fa eco Jacob Finci Presidente della Comunità ebraica di Bosnia e Erzegovina: “noi che abbiamo vissuto una guerra così atroce, la pace ha un significato ancora più lampante. I vicini di casa, che possono e hanno il diritto di essere diversi da noi, non meritano un rispetto minore, anzi li dobbiamo rispettare e amare nella loro diversità.

Di convivenza parla il Vescovo della Città, Cardinal Vinko Puljic che spiega “Come afferma il titolo del Convegno “Vivere insieme è il futuro”, siamo qui per dire che proprio da questa città vogliamo mostrare al mondo intero che la convivenza non solo è possibile, ma che essa è l’unico futuro che possiamo augurare all’umanità e per il quale ci vogliamo impegnare.”

E poi il Ministro dell’integrazione e della Cooperazione Internazionale, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che ricorda che “C’è un grande valore nell’incontro tra uomini e donne di religioni diverse. Occorre prepararsi ad essere vicini spiritualmente, perché il domani sarà la civiltà del vivere insieme”. E il Presidente del Consiglio Italiano, Mario Monti, che prendendo la parola, sottolinea come “In questi anni abbiamo compreso meglio quanto le religioni siano tornate a essere una realtà importante per la coesione sociale e per la pace nel mondo.”
Ma all’assemblea anche personalità politiche internazionali, come Il Primo Ministro della Costa D’Avorio Ahoussou-Kouadio che ricorda come il suo paese abbia fatto “Della pace la sua seconda religione e che la cerca oggi disperatamente a dispetto della crisi e della violenza sporadiche che lo attraversano.” e conclude il suo intervento spiegando che“Finche ci sarà un solo paese in guerra la pace mondiale resterà fragile e minacciata.

Durante l’assemblea viene letto anche il messaggio che il Cardinal Tarcisio Bertone Segretario di Stato Vaticano, ha inviato al cardinal Puljic e ai partecipanti del convegno riportando il cordiale saluto e l’apprezzamento del Santo Padre.
Commovente è stato poi la consegna di una copia della Haddagah. Una copia particolare del libro, raccolta di preghiere e storie della tradizione ebraica, creata nel 1350 in Spagna e che ha attraversato mezza Europa, prima di arrivare a Sarajevo dove un Archivista Musulmano l’ha salvata durante l’invasione nazista e oggi conservata nel museo nazionale, è stata donata dal Gran Mufti Ceric al rappresentante del Gran Rabinato di Gerusalemme oded Wiener.

Di Gavino Pala