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martedì 4 febbraio 2014

Mozambico, segnali di dialogo.


Sintetizzo all’estremo per chi non avesse voglia di leggere, e per quanti non conoscono la situazione di questo splendido paese, che ho personalmente conosciuto e visitato più volte dal 2002 al 2009.
Indipendente dal Portogallo dal 1975, il Mozambico, già estremamente povero  e distrutto dalla guerra di liberazione dai portoghesi, si trova in una situazione di guerra civile tra il partito al Governo ,la Frelimo, e il partito d’opposizione, la Renamo. Guerra che va avanti per  17 anni, fino agli Accordi di Pace firmati a Roma presso la Sede della Comunità di Sant’Egidio, parte mediatrice, il 4 Ottobre 1992. Bene, per 20 anni e più, la Pace ha garantito al Paese stabilità, crescita e un buon livello di rispetto degli standard democratici. Con tutte le difficoltà di un Paese già povero che esce da 25 anni di guerra; negli ultimi 10 anni il Pil del Mozambico cresce a botte dell’8-9 e perfino 10% (pensiamo che in Italia da anni stiamo in fase di decrescita, o quando va bene c’è una crescita dell’1%).

Improvvisamente però, nello scorso Ottobre, insorgono nuove tensioni tra la Frelimo e la Renamo. Leggiamo cosa scriveva “L’Internazionale” pochi mesi fa:
“La tensione politica in Mozambico sale in modo grave e improvviso. La Renamo (Resistenza nazionale del Mozambico), l’ex guerriglia e principale partito di opposizione, ha dichiarato la fine dell’accordo di pace del 1992 dopo che, il 21 ottobre, l’esercito ha occupato la sua base a Gorongosa, dove il suo leader, Afonso Dhlakama, è rifugiato da circa un anno.

Il governo portoghese ha denunciato “l’atteggiamento irresponsabile del comandante delle forze armate”, riferendosi al presidente Armando Guebuza. “La responsabilità è del governo del Frelimo perché non ha voluto ascoltare le lamentele della Renamo”, afferma una nota del ministero degli esteri di Lisbona.
Un gruppo di giornalisti del quotidiano mozambicano O País è entrato nella base della Renamo al seguito delle forze armate e riferisce che Dhlakama sta bene. Anche le persone che vivevano a Gorongosa si sono salvate perché si erano allontanate prima dell’inizio dei bombardamenti del 21 ottobre.

Il portavoce della Renamo Fernando Mazanga ha dichiarato: ”L’occupazione della nostra base decisa dal presidente Dhlakama segna la fine della democrazia multipartitica in Mozambico. Questo atteggiamento irresponsabile mette fine agli accordi di Roma”.
Gli accordi firmati a Roma il 4 ottobre 1992, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, avevano messo fine a 16 anni di guerra civile tra Frelimo e Renamo.

Secondo Público tutto il paese vuole che Guebuza e Dhlakama tornino a  negoziare. Ma l’episodio è un ulteriore passo nella tensione politica e militare crescente, aumentata il 22 ottobre in seguito a un attacco della Renamo contro un posto di polizia.”
Questo scriveva l’Internazionale, e questa situazione di tensione è continuata per tutta la fine del 2013 e l’inizio del 2014. Seppur circoscritta ad alcune aree del Paese, la tensione ha provocato scontri violenti, generati spesso in sparatorie, disordini, atti dinamitardi. Secondo Radio Vaticana, si parla di migliaia di sfollati, purtroppo gli scontri hanno causato anche numerose vittime.

La situazione stava davvero prendendo una brutta piega, ma per fortuna, negli ultimi giorni, si registrano novità positive. Le pressioni internazionali, la mediazione della Comunità di Sant’Egidio che dopo l’Accordo di Pace è sempre una presenza amichevole nella vita del Paese, la ragionevolezza delle forze politiche, hanno portato novità importanti. La notizia è in portoghese, ma ve la sintetizzo. In pratica Frelimo e Renamo hanno concordato la formazione di un Comitato Nazionale del Dialogo, ed hanno proposto di nominare cinque personalità superpartes come garanti del lavoro dell’Osservatorio. Al di là dei dettagli, l’articolo parla di un clima positivo ed improntato al dialogo, sembra che le tensioni degli ultimi mesi si stiano stemperando, e l’obiettivo è di tranquillizzare la situazione e garantire serene elezioni il prossimo 15 Ottobre del 2015. In sostanza, dopo il caos degli ultimi mesi, la Renamo si era ritirata e dichiarata non disponibile a partecipare a tali elezioni, che invece, se il dialogo continuerà, potranno essere un ulteriore momento di crescita democratica del Paese.
Va detto, per inciso, che la Frelimo ha vinto tutte le elezioni politiche nazionali tenutesi dal 1992, ma ad esempio a livello locale (per capirci, come se parlassimo di regionali e provinciali) la Renamo ha governato alcune importanti città del paese, ed una nuova forza politica, la MDM di David Simango ( ex della Renamo poi uscitone per formare questa nuova formazione politica) ha ottenuto una notevole affermazione ed ha vinto in alcune importanti città del Paese. Segnalo anche come segnale positivo che l’attuale Presidente Guebuza si ritirerà al termine del suo secondo mandato. E’ previsto dalla Costituzione, ma sono numerosi i casi di Presidenti Africani che si innamorano del potere e pur di non lasciarlo attuano modifiche costituzionali notturne, per garantirsi altri anni al potere.

Abbiamo quindi un Paese in crescita (con un notevole potenziale ancora poco utilizzato, sia nel turismo, sia nello sfruttamento delle risorse del territorio), una Democrazia che cresce e che si avvia verso il multipartitismo, un popolo felice. Da qualche anno, anche la piaga dell’Aids fa meno paura, visto il nuovo clima mondiale e gli sviluppi di Terapie, e soprattutto grazie all’opera di numerose realtà di volontariato che da anni si battono, con successo, per l’accesso delle Terapie Antiretrovirali.
Ci auguriamo davvero che il Mozambico possa continuare ad essere un modello di Pace e Democrazia per tutta l’Africa.

Mario Scelzo

giovedì 12 dicembre 2013

Mandela e la lotta all'AIDS

ATTUALITA' - Lo sforzo di Mandela, insieme ad iniziative meritorie come il Programma Dream della Comunità di Sant’Egidio, ed insieme alla mobilitazione sociale ed economica di tanti (dalle iniziative di Bono Vox leader degli U2, agli stanziamenti del Global Fund o le donazioni private come quelle della Bill e Melinda Gates Fundation), hanno creato un clima positivo per la lotta all’Aids in Africa. Se dieci anni fa sconfiggere l’Aids era un sogno, una utopia, oggi non è ancora  una realtà, ma certamente sono stati fatti numerosi passi avanti. Iin molti paesi c’è accesso alle cure, le strutture sanitarie, tra mille difficoltà, stanno affrontando la Pandemia dell’Aids ed il numero dei nuovi contagi è da qualche anno in calo. Soprattutto, esiste una nuova coscienza africana che spinge la gente a curarsi, a rivolgersi ai medici. Se dieci anni fa si pensava fosse anche inutile curarsi, oggi la realtà è cambiata ( mi permetto di consigliarvi il libro di Pacem Kawonga “Un domani per i miei bambini” storia di una donna del Malawi che vince la malattia ed il pregiudizio).

Vorrei proporvi un breve spaccato dell’Africa negli ultimi anni rispetto al Virus dell’Aids.
“Mio figlio è morto di Aids”.  Aveva 86 anni Nelson Mandela quando, nel 2005, ha convocato una conferenza stampa nella sua casa di Johannesburg per annunciare che il suo unico erede maschio, Makgatho Mandela, 54 anni, era stato ucciso dal virus Hiv.

“Diamo pubblicità all'infezione - ha detto ai cronisti – “E' l'unico modo che abbiamo per farla apparire come una normale malattia. Soltanto così la gente smetterà di considerarla una cosa straordinaria, di vedere chi ne è colpito come qualcuno che è destinato all'inferno e non al paradiso”. Makgatho Mandela, avvocato, dirigente del Diners Club South Africa era stato ricoverato qualche giorno prima della morte ma un portavoce della famiglia non aveva voluto rivelare da quale malattia l'uomo fosse affetto.
Può sembrare una affermazione banale, ma vi posso garantire che la mentalità africana dell’epoca era totalmente diversa. L’Aids era una malattia spesso negata, di cui non si parlava, non si credeva alle possibilità di una cura efficace ed esisteva un enorme stigma negativo nei confronti dei malati.

Lo capiamo meglio se leggiamo questo articolo del 2006, e vediamo come parlava il Ministro della Sanità del Sudafrica la dottoressa Manto Tshabalala-Msimang:
“Macché vaccini e terapie antiretrovirali! Quel che ci vuole, per combattere l'Hiv, è una buona dieta, composta soprattutto da barbabietole, aglio, limone, patate «africane» e olio vergine in abbondanza”  Secondo il Ministro è inutile combattere il virus che provoca l' Aids con cure particolari: ci vogliono invece diete speciali, ginnastica, poche bevande alcooliche, sesso controllato e, naturalmente, appropriate cure per infezioni opportunistiche.

E non scherza, il ministro sudafricano. Così Manto Tshabalala-Msimang s'è presentata a Toronto, di fronte ai 24 mila delegati convenuti alla sedicesima conferenza internazionale sull' Aids, mostrando i «rimedi» sudafricani: un cesto con patate, barbabietole e spicchi di aglio sparsi tra alcuni limoni. “Abbiamo dovuto comprare questi vegetali qui a Toronto perché il Canada non ci ha permesso di importarli da casa nostra”, ha spiegato il ministro ai giornalisti che le chiedevano se il contenuto del cestino era tutto ciò che il Sudafrica offriva come terapia anti-Hiv. Mancava, purtroppo, l' olio d'oliva vergine “adatto soprattutto per gli abitanti le zone rurali”, ha aggiunto un membro della delegazione di Tswane, la capitale sudafricana nota, sino a poco tempo fa, come Pretoria.
Andiamo avanti.
Gheddafi, un altro leader fortemente discusso, ma che vi posso garantire in tutta l’Africa era visto con grande rispetto ed era ammirato da molti, anche per via delle sue numerose donazioni economiche ai paesi più poveri, affermava:  “l'Aids è la nuova arma terroristica messa a punto dai servizi segreti americani: Il virus dell' Aids non viene affatto dalle scimmie come sostengono gli Usa, ma è stato creato dai servizi segreti americani.”

Ho visto coi miei occhi presso Xai-Xai, città del Mozambico, il bairro (quartiere) Gheddafi, vi faccio questo esempio per dire della popolarità che il Rais Libico godeva in tutta l’Africa, quindi tanti credevano alle sue parole.

Per capire il peso delle parole di Mandela dobbiamo considerare la Storia e la Geografia del Sudafrica, che per tutta una serie di ragioni ha un legame forte coi paesi confinanti. Un legame non sempre facile, ma indubbiamente l’economia del Sudafrica è il motore dell’Africa Australe e le vicende storiche e politiche sudafricane hanno forte influenza nei paesi limitrofi.
Conosco abbastanza bene sia il Malawi che il Mozambico. Considerate che Maputo, la capitale del Mozambico, è ad un ora d’aereo da Johannesbourg, polo economico del Sudafrica. Migliaia di Mozambicani hanno lavorato e lavorano, spesso in pessime condizioni, nelle miniere di diamanti del Sudafrica, paese che a sua volta è il principale investitore in Mozambico. Consideriamo però che per anni il Mozambico ha avuto una leadership marxista mentre il Sudafrica era il regno dell’apartheid, certamente i due paesi non si amavano, allo stesso tempo le loro economie sono interdipendenti. Certamente poi il popolo mozambicano, e di tutta l’Africa, ha seguito con passione ed interesse la lotta per la libertà di Mandela, e negli ultimi anni i paesi hanno una intensa collaborazione.

Torniamo all’Aids. Dobbiamo considerare una cosa, dieci anni fa parlare di cura dell’Aids in Africa era un azzardo, una scommessa in cui credevano in pochi. C’era scetticismo sia nella comunità scientifica internazionale, sia da parte dei donatori. Troppi problemi e difficoltà, troppi giudizi negativi verso gli africani. Va detto però che lo scetticismo era fortissimo anche da parte degli stessi Africani. La malattia veniva nascosta, negata, non esisteva una presa di coscienza di questo male, la vulgata era che tanto gli africani morivano per tante malattie, perché parlare di un ulteriore flagello?
Per concludere, quando molti in Africa negavano la malattia, Mandela ha usato tutto il suo immenso carisma per parlare dei drammi causati da questo male, e negli ultimi anni della sua vita ha speso tutta la sua popolarità appoggiando e sostenendo, sia in patria che nelle sedi internazionali, le ragioni dei malati e le lotte di chi chiedeva un maggiore accesso ai farmaci ed alle cure necessarie.

Posso testimoniare di persona che oggi, tra mille difficoltà, l’Aids in Africa si può combattere. Conosco tante persone che oggi convivono con la malattia, come fosse un diabete o un’altra patologia, fastidiosa ma gestibile, conosco mamme sieropositive che hanno dato alla luce figli non affetti dal Virus, vedo un Continente che oggi ha la concreta speranza di sconfiggere questa malattia.
Mario Scelzo.

martedì 3 dicembre 2013

Il ritorno della violenza in Mozambico

La storica firma del trattato di Pace in Mozambico
 Roma 4 Ottobre 1992
ATTUALITA' -
Pochi conoscono il Mozambico. Non ci sono personaggi di rilievo mondiale provenienti da questo paese (anche se la Perla Nera Eusebio, bomber del Benfica degli anni 60, nacque a Lourenco Marques, l’attuale Maputo). Credo che pochi saprebbero indicare su una mappa geografica la sua esatta collocazione. Ma è un paese che negli ultimi 20 anni è stato e spero continui ad essere, un modello di democrazia e pace per tutta l’Africa.

Ho avuto la fortuna di conoscere il Mozambico nel 2002, e per i successivi 7 anni sono stato complessivamente in questo splendido paese per 11 volte (sempre con progetti ed attività di cooperazione legati alla Comunità di Sant’Egidio). Confesso che è un paese che mi è rimasto nel cuore, per la sua bellezza, la sua storia, la simpatia e la mitezza della gente. Attualmente il paese vive una fase di instabilità politica che sta portando a scontri armati, assalti militari. C’è nel paese una situazione di tensione diffusa che rischia di riportare indietro le lancette della storia, riportando il paese a vivere la drammatica guerra civile che ha causato più di un milione di morti tra il 1975 ed il 1992.

Visto che è un paese ai più sconosciuto, un po’ di storia. (sono qui costretto a sintetizzare, per chi volesse approfondire, consiglio “Mozambico. Dalla Guerra alla Pace. Storia di una Mediazione insolita” di Roberto Morozzo della Rocca.

Prima di ogni altra considerazione, vorrei testimoniare che il popolo mozambicano è mite e pacifico, accogliente e bendisposto verso il visitatore, in tanti anni non mi sono mai trovato in nessuna situazione di pericolo o disagio.

Ex Colonia Portoghese, dopo anni di lotta per l’indipendenza (e la contemporanea Rivoluzione dei Garofani in Portogallo), il Mozambico raggiunge l’Indipendenza nel 1975, uno degli ultimi paesi africani ad ottenerla. Da subito, inizia una sanguinosa guerra civile tra la Frelimo (Fronte Libertacao Nacional), che deteneva il potere politico, e la Renamo (Resistenza Nacional Mozambicana), principale movimento politico d’opposizione. Sintetizzando, la Frelimo era ( e si dichiara tuttora) di ispirazione marxista, la Renamo si è sempre detto essere più vicina ai paesi “bianchi” dell’Africa Australe, come il Sudafrica e lo Zimbabwe. Si può anche dire che la Frelimo era forte al Sud del paese, dove si trova la capitale Maputo, ed al Nord, mentre la Renamo ha la sua forza nella zona di Beira, centro del paese, nonché porto collegato al Malawi ed allo Zimbabwe.

Una guerra sanguinosa, un milione di morti, guerra che distrugge le poche strutture lasciate in eredità dai portoghesi. Grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio, il paese raggiunge la pace nel 1992, ma in quell’anno il paese è segnato dalla fame, dalla povertà estrema, da continue carestie.

La pace è però il primo passo per lo sviluppo. Faticosamente, grazie agli aiuti internazionali ma probabilmente con grande merito di una stabilità politica duratura, il Mozambico inizia a crescere, e specialmente dal 2000 in poi il paese cresce a tassi del 10% annuo, un boom economico rapido e poderoso. (pensiamo che in Italia da anni siamo in fase di decrescita del Pil). Certo, uno sviluppo problematico, direi sul modello brasiliano, con megaville che si affiancano alle bidonville, una crescita non omogenea che ha portato a tensioni sociali, ma in pochi anni, e di questo ne sono personalmente testimone, nuove strade, numerosi investimenti, nuove università ed ospedali, fior fior di ristoranti nella capitale Maputo. Nel centro di Maputo era facile vedere business man sudafricani, ma anche cinesi, nord americani, muoversi con disinvoltura tra ministeri e ristoranti, tra i nuovi centri commerciali ed i locali sulla spiaggia. Chiunque visitasse Maputo dal 2000 in poi vedeva un paese in marcia, un paese vivo, un popolo con dei progetti, dei sogni, delle speranze. Il traffico della capitale nelle ore di punta non ha nulla da invidiare a quello di Roma o Milano. Recentemente sono stati scoperti giacimenti sia minerari che petroliferi, ad esempio l’Eni sta investendo nel Nord del paese, e investitori scaltri e capaci si sono accorti della bellezza delle spiagge incontaminate, iniziando a costruire resort per ricchi turisti occidentali.

Dal 1992, è cresciuta una generazione che non ha conosciuto la guerra e che vede un paese povero ma in crescita, vede una terra ricca di opportunità e di risorse. Ora, all’improvviso, torna la tensione tra la Frelimo e la Renamo. Le notizie sono poche e confuse, qualcuno parla di un ritorno alla strategia violenta della Renamo, partito che non è mai riuscito a scalfire il dominio politico della Frelimo, qualcuno parla di strategia della tensione e di lotte interne alla Frelimo (che, semplificando al massimo, sembra un po’ il Pd, un mega contenitore dove stanno dentro un po’ tutti, con idee diverse, un partito nato marxista ed oggi campione del capitalismo più duro). In molti affermano che la tensione deriva dalla spartizione delle enormi ricchezze destinate ad arrivare nel paese dopo la scoperta dei giacimenti petroliferi. Inoltre il sistema a scatole cinesi della finanza moderna non consente di capire bene chi sono i principali investitori del paese, quali i gruppi di potere economico.

La realtà è che oggi la Pace è a rischio, e sarebbe un peccato mortale fermare lo sviluppo del Paese. La Comunità di Sant’Egidio, che opera nel paese dal 1975, ha recentemente rivolto un appello alla Comunità Internazionale per compiere atti volti alla tutela della Pace, il bene più prezioso. Speriamo vivamente che le pressioni della Comunità Internazionale ed il buon senso delle parti in causa possano riportare al più presto il paese sulla strada della Pace.

 Mario Scelzo

             Per chi volesse conoscere in dettaglio le numerose attività di cooperazione della Comunità di Sant’Egidio nel paese, consiglio una visita al sito www.santegidio.org

             Se volete avere una idea della bellezza del paese e dei suoi colori, posso invitarvi ad entrare sulla mia pagina face book e vedere l’album Mozambico.

sabato 27 ottobre 2012

50 anni fa moriva Mattei. Con lui l'idea di una cooperazione responsabile

Il 27 ottobre 1962 l'aereo di Enrico Mattei cade in fiamme a Bascapè, nei pressi di Pavia, mentre sta atterrando a Milano-Linate in mezzo a un forte temporale. Sin dalle prime ore sono in molti a credere all'attentato. Pista mafiosa, complotto internazionale. Interminabili processi e ricostruzioni non sono riusciti a stabilire l'esatta dinamica degli eventi. Soltanto 43 anni dopo, nel 2005, un'ultima perizia tecnica ordinata dai magistrati - sulla scorta di filoni giudiziari riguardanti fatti mafiosi - si concluderà con l'affermazione che l'aereo fu distrutto in volo da un'esplosione.

Ma chi era Enrico Mattei e perchè la sua morte è rimasta avvolta nel mistero?

Mattei fu uno degli ultimi grandi manager di Stato del nostro Paese. Nell'immediato dopoguerra fu incaricato dal Governo di smantellare l'Agip, creata nel 1926 dal regime fascista. La riorganizzazione pensata da Mattei però non fu esclusivamente "tecnica". Le sue idee, lungimiranti per la classe dirigente di allora, convergevano in un unico grande tentativo: quello di rendere l'Italia un grande Paese non solo da un punto di vista industriale ma anche energetivo. Mattei, su mandato governativo, dismise l'Agip e fondò, nel 1953,  l'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), di cui l'Agip divenne la struttura portante. Aiutato da importanti coperture politiche ed economiche diede un nuovo impulso alle perforazioni petrolifere nella Pianura Padana, avviò la costruzione di una rete di gasdotti per lo sfruttamento del metano, e aprì all'energia nucleare. L'ENI iniziò a contare sul piano internazionale, rilevando concessioni petrolifere in Medio Oriente e firmando un importante accordo commerciale con l'Unione Sovietica.

Furono senza dubbio queste ultime iniziative a rompere l'oligopolio delle 'Sette sorelle', che allora dominavano l'industria petrolifera mondiale e a porre l'operato di Mattei sotto i riflettori internazionali. Ma più di ogni iniziativa estera, a pesare sul giudizio negativo delle imprese concorrenti e forse, a segnare la sua fine, fù l'idea, attuata, di introdurre un principio nuovo nel meccanismo di sfruttamento degli idrocarburi nei paesi in via di sviluppo: per Mattei i Paesi proprietari delle riserve dovevano ricevere il 75% dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti.

Un manager di Stato moderno dunque, con una alta idea dello Stato e che, già cinquant'anni fa, proponeva all'Occidente, impegnato in altre questioni, una formula di cooperazione internazionale che ancora oggi, nonostante i processi di globalizzazione la impongano, stenta ad essere compresa e attuata: un utilizzo delle risorse altrui equo e rispettoso può dare sul lungo periodo forza e stabilità alle nazioni che lo mettono in atto.

Per approfondire:
La bibliografia completa sul "Caso Mattei"

mercoledì 17 ottobre 2012

Per Sant'Egidio è sempre possibile fare la pace in Africa


Era il 4 ottobre 1992. A Trastevere, nel cuore di Roma, dopo lunghe trattative veniva firmato l'accordo di pace che poneva fine alla terribile guerra civile mozambicana, costata un milione di morti. "L'accordo di pace firmato vent'anni fa fu il frutto di "una rara miscela di cooperazione tra uno Stato, l'Italia, che aveva un grande prestigio in Mozambico, e attori non governativi". Con queste parole Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio, ha ricordato alla Farnesina, nell'ambito del workshop internazionale 'Promuovere la pace e la sicurezza in Africa, la lezione appresa dal Mozambico', la lunga mediazione italiana che portò alla storica pace nel Paese africano, lodata all'epoca dal segretario dell'Onu Boutros Boutros-Ghali come "una miscela, unica nel suo genere, di attività pacificatrice governativa e non".

In occasione delle celebrazioni a Roma per il ventennale dell'accordo, Impagliazzo ha ripercorso tutte le fasi della mediazione, lunga 27 mesi, portata avanti nella sede della comunità trasteverina da "quattro mediatori ufficiali, rappresentanti la chiesa mozambicana, la Comunita' di Sant'Egidio e un ex sottosegretario agli Esteri italiano: monsignor Jaime Goncalves, Andrea Riccardi, Matteo Zuppi e Mario Raffaelli".

"Il felice esito di quella vicenda atipica per la diplomazia internazionale ci consegna un messaggio semplice e profondo allo stesso tempo: la pace è possibile - ha sottolineato Impagliazzo, ricordando come "l'accordo di pace e' stato firmato ed e' stato rispettato. La pace ha tenuto''. Per Impagliazzo da questa vicenda della sua storia "l'Italia riscopre una vocazione, quella di un Paese non percepito come invasivo o indifferente ma che può fare la differenza, coniugando la tradizione democratica europea con le sue eccellenze di pace e di dialogo''.

Il Ministro per la Cooperazione internazionale e l'Integrazione, Andrea Riccardi, che della Comunità di Sant'Egidio è il fondatore ed ha partecipato come mediatore alle trattative, ricevendo il ministro degli Esteri e della Cooperazione del Mozambico Oldemiro Baloi ha affermato che''La pace in Mozambico, siglata aventi anni fa a Roma, e' diventata un modello internazionale: fu un successo collettivo, costruito insieme dalla Comunita' di Sant'Egidio, dal governo italiano e dalle parti in lotta''.

Riccardi ha aggiunto: ''Il Mozambico vent'anni fa era il Paese piu' povero del mondo, secondo l'indice di sviluppo umano. La guerra aveva provocato un milione di morti e quattro milioni di rifugiati. La pace di questi vent'anni ne ha fatto uno dei Paesi emergenti in Africa. Quando iniziammo il negoziato erano in pochi a crederci: tutte le cancellerie europee pensavano fosse un'impresa impossibile. Ma in una sinergia di sforzi, istituzionali e non istituzionali, si raggiunse il traguardo. Gli accordi di pace in Mozambico hanno costituito e ancora costituiscono oggi un esempio a cui si ispirano coloro che si occupano di conflitti e crisi sulla scena mondiale''.

Per approfondire:
Il dossier sulle trattative per la pace in Mozambico curato dalla Comunità di Sant'Egidio