giovedì 9 gennaio 2014

La polvere sulla cultura

ATTUALITA' - l'Italia è una terra dalla storia antica e ricca e ci si aspetterebbe molta attenzione alla cultura. Invece, in modo tristemente sorprendente, è un paese dove il patrimonio culturale va in rovina e si disperde. Lo abbiamo visto con la tristissima vicenda del degrado di Pompei. Interventi mancati, carenze di personale, progetti bloccati dalla burocrazia.

Anche l'ultimo Governo  ha ridotto il budget per la cultura. Secondo l'ultimo bilancio, il Mibac, ministero per i Beni Culturali, "risparmia" oltre 100 milioni di euro rispetto al 2012, era Monti, e rispetto al 2008, era Berlusconi, spende il 24% in meno. Purtroppo non si tratta di risparmi, bensì di brutali tagli lineari. Come in altri ambiti della pubblica amministrazione, infatti, non si è riusciti finora a fare altro che lesinare sulla carta per le fotocopie e ritardare il pagamento delle bollette (il Mibac ha circa 40 milioni di utenze in arretrato). Altro che spending review! E così, se le spese generali si riesce a comprimerle poco o per nulla, i numeri per far quadrare il bilancio si ottengono lesinando sugli interventi: rispetto al 2008, sono diminuiti del 58,2% i fondi per i provvedimenti urgenti di tutela e del 52% i fondi per i programmi di tutela ordinari. Insomma si getta via l'uovo e ci si tiene il guscio. Sarebbe forse ora di pensare ad una riorganizzazione complessiva del sistema dei beni culturali?
Ci sono stati vari cambiamenti organizzativi negli ultimi anni, si è cercato di rendere il ministero più compatto ed efficiente. Il problema però non sembra tanto a livello centrale, dove il ministero non è così gigantesco, quanto a livello locale, dove abbondano le sedi. Esistono quattro diversi tipi di sovrintendenza e ogni capoluogo di provincia ne ha almeno una. Almeno una, ma la normalità è che ce ne siano due o tre. Tanto che il ministero, per coordinare tutti questi uffici, ha bisogno di avere anche delle direzioni regionali, che facciano da tramite fra il centro e la periferia. E poi istituti, biblioteche, archivi e soprintendenze "speciali" che hanno una propria autonomia e rispondono direttamente a Roma. Non è difficile immaginare come una struttura del genere sia caratterizzata da insufficiente comunicazione tra gli uffici, procedure farraginose e mortalmente lente, problemi dovuti al rapporto con gli enti locali che pure hanno delle competenze in materia di beni culturali. Riorganizzare il ministero appare quindi una operazione abbastanza complicata tanto che si è diffusa una leggenda metropolitana su uno degli ultimi ministri dei beni culturali: si sarebbe infine dimesso perché "esaurito" a causa della complessità del ministero, dalle ristrettezze di bilancio e dalle continue polemiche.
Alcuni propongono la smaterializzazione degli archivi e delle biblioteche. Uno dei siti internet più famosi al mondo è Wikipedia, una enciclopedia, e su molti siti della grande rete è possibile trovare e leggere libri. Insomma la cultura è quantomai interessante e moderna, è "knowledge economy". Sembra davvero un peccato che il patrimonio intellettuale italiano, composto da milioni di libri e di documenti, non sia liberamente accessibile in rete, ma sia ancora intrappolato in polverosi scaffali di decadenti edifici, con spese non indifferenti per la sua gestione e conservazione. Non sarebbe certo facile una operazione del genere, anche se sarebbe un modo per investire contemporaneamente in cultura ed in tecnologia. Una bella sfida che magari si potrebbe affrontare con la partecipazione delle università.
Uscendo dalla rete per tornare nel campo del tangibile, resta in piedi anche un altro tema, quello del turismo. L'apposito ufficio governativo è stato trasferito al Mibac dalla Presidenza del Consiglio dove era inquadrato precedentemente. Chi scrive è in parte d'accordo, nel senso che la cultura è un biglietto da visita per il paese. Un altro nome del ministero dei beni culturali potrebbe essere proprio "ministero dell'Italia nel Mondo". Tuttavia, dobbiamo stare attenti a non pensare che il patrimonio culturale sia soltanto una attrazione turistica. Un escamotage per attirare turisti a vantaggio di alberghi, ristoranti e tassisti. Perché si sta diffondendo l'idea di "cultura come petrolio dell'Italia", e non è un bel paragone. Il petrolio è una risorsa che si sfrutta e che svanisce via via, senza lasciare nulla. Al contrario, la cultura è qualcosa di vivo, che non deve essere sfruttato, ma coltivato. E non ci si può limitare a farne una attrazione turistica. Le spiagge sono una attrazione turistica. Le piste da sci sono una attrazione turistica. La cultura è uno strumento di educazione per le nuove generazioni, per tramandare la memoria del paese. E' anche uno strumento di coesione per ricordare ai lombardi ed ai siciliani, ai pugliesi ed ai liguri che siamo italiani e che abbiamo una storia comune. Il fatto che oltre agli italiani, per apprezzare la nostra arte, arrivino milioni di visitatori dall'estero, è un qualcosa che può far bene alla nostra autostima ed alla nostra economia, ma deve essere "un di più”.

Abbiamo bisogno di cambiare mentalità ed approccio nella politica per i beni culturali, al di là dell'organizzazione del sistema, al di là delle tecnologie, al di là delle risorse.

Alessio Mammarella

mercoledì 8 gennaio 2014

Renzi di lotta e di governo

POLITICA - Alla fine gli insegnanti non dovranno restituire i 150 euro per il fermo degli scatti come in un primo momento era circolata la voce. Ad annunciarlo una nota di palazzo Chigi nel quale viene chiarito che “Gli insegnanti non dovranno restituire i 150 euro percepiti nel 2013 derivanti dalla questione del blocco degli scatti. Lo si è deciso nel corso di una riunione a palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio, Enrico Letta, il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, e il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza.”

Di buon mattino il neo segretario del PD, Matteo Renzi aveva scritto su Twitter il suo pensiero su questa vicenda spiegando che “Il taglio agli insegnanti è assurdo. Il governo rimedi a questa figuraccia, subito. Il @pdnetwork su questo non mollerà di un centimetro.”
Non vorrei entrare nel merito di questa vicenda, per fortuna conclusasi con il passo in dietro del governo, anche perché l’Italia dovrebbe investire di più sull’istruzione, non togliere il (poco) che già da agli insegnanti, ma è utile per riflettere su un altro argomento che in queste ore sta interessando il governo: il patto di coalizione.

Si sono aperti infatti gli incontri tra il premier Letta e gli esponenti dei partiti di maggioranza per preparare un patto tra il governo e le forze parlamentari che lo sostengono. Un patto che dovrà interessare i provvedimenti e le tematiche del 2014. Tutto giusto e legittimo, ma credo anche insufficiente. Credo che il governo non abbia solo bisogno di un patto ma di un vero e proprio rimpasto per due semplici ragioni.
La prima è che è cambiata radicalmente la composizione della maggioranza. Questo governo delle larghe intese è nato con l’appoggio del PD dei centristi e del PDL. Di queste 3 gambe solo una è rimasta intatta, il PD, i centristi si sono infatti divisi tra chi è rimasto fedele a Monti e chi è uscito da Scelta Civica per fondare un nuovo gruppo parlamentare (ma entrambi i gruppi fedeli al governo), mentre il PDL si è spaccato in due con la rinata Forza Italia passata all’opposizione e il Nuove Centro Destra di Alfano al governo. il partito più a destra del governo è passato da 97 deputati (PDL) a 29 (NCD) mantenendo però lo stesso numero di Ministri. È vero che il Presidente Napolitano nelle scorse settimane ha imposto un nuovo passaggio parlamentare a Letta per richiedere una nuova fiducia, ma si potrebbe pensare ad una delegazione minore del partito di Alfano (presente al governo con 5 ministri) e comunque un riequilibri con i centristi (i due partiti del centro hanno gli stessi numeri del Nuovo Centro Destra ma solo 2 ministri)

La seconda ragione riguarda il PD. Il partito di maggioranza ha infatti gli stessi numeri di inizio legislatura ma le primarie dell’8 dicembre hanno cambiato radicalmente la leadership. Il neo segretario non può solo dettare la linea del suo partito ma chiedere anche di prendere parte alle decisioni del governo che il suo partito appoggia. La delegazione del PD nel governo Letta ( ex Vicesegretario di Bersani) ha 9 ministri, ma in pochi si possono considerare renziani. Il sindaco di Firenze probabilmente non entrerà personalmente al governo (già indaffarato ad amministrare la sua città e il suo partito), ma dovrebbe chiedere che il nuovo PD abbia una nuovo delegazione al governo che rappresenti meglio il partito. Non basta twitttare che il PD “su questo non mollerà di un centimetro”, non basta presentare proposte sulla legge elettorale o sul lavoro, deve prendersi la responsabilità di governare. Nel governo ci dovrebbe essere più rappresentatività della “corrente” (anche se al segretario questa parola non piace) che ha stravinto le primarie e che rappresenta (all’interno del partito) la maggioranza assoluta degli elettori che l’8 dicembre si sono messi in fila ai gazebo.
Altrimenti il rischio è di vedere un Renzi “di lotta e di governo”

martedì 7 gennaio 2014

Sapore di rosa

ATTUALITA' - Sarò onesto con i miei lettori. Ho conosciuto il libro “Sapore di Rosa” – Spunto Edizioni, di Tiziana Battisti e Barbara Cordoni, perché le due autrici sono mie colleghe di ufficio. Le vicende di questo libro, dalla stesura del testo alla fase forse ancor più complessa della pubblicazione e distribuzione, hanno fatto da sottofondo alla quotidianità del mio lavoro negli ultimi mesi. Ciò detto, non farò nessuno sconto, procederò ora con una recensione approfondita, che spero vi possa interessare.

Prima di tutto, è un libro che scorre agevole, si legge volentieri, si resta rapiti dalle vicende ma soprattutto dal clima di fondo del romanzo, ma questo lo dirò meglio più avanti. Poi, lasciatemi dire che se tra i libri più letti in Italia troviamo i fumettoni di Moccia o le storielle insignificanti di Fabio Volo, ecco, “Sapore di Rosa” non ha nulla da invidiare rispetto a libri molto più famosi.

Questo libro segna il debutto della coppia narrativa Battisti/Cordoni, che si cimentano in un romanzo di difficile collocazione, nel senso che non è semplice catalogare “Sapore di Rosa” in un genere letterario. Parlare di storia d’amore sarebbe riduttivo, definirlo un libro di cucina sarebbe limitante, parlare di saga familiare lo stesso, ecco, la prima dote che riconosco alle autrici è quella di aver sapientemente calibrato gli ingredienti della narrazione, creando una vicenda dove si mischiano storie e sapori, fatti storici e sentimenti personali.

Non posso svelarvi troppo (anche perché vi invito caldamente a leggere “Sapore di Rosa”), ma la storia gioca su un doppio binario, temporale e geografico, le due autrici ci fanno viaggiare dal tempo della guerra ai giorni nostri, in un orizzonte che parte da Roma e tocca i borghi incantati delle Colline Toscane, in particolare della zona di Siena.

Mentre siamo intenti a seguire, tra Roma ed Asciano, le vicende delle protagoniste (si, perché dimenticavo, è una storia scritta al femminile), c’è però direi un filo rosso, quello della buona cucina. Attenzione, cucina è riduttivo. Non si parla di ricette, ma le pagine sono cariche di quella che definirei convivialità della tavola. Non pensate ad un moderno fast-food e neppure ad un ristorante di livello, ma immaginate le nonne di una volta che si alzavano all’alba per preparare la pasta fatta in casa, perdetevi tra le pagine che parlano di odori raccolti nell’orto, di torte di mele fatte a mano cotte nel grande camino familiare….vi confesso che il romanzo mette fame! Anzi, fa venire voglia di abbandonare il caos cittadino e di tuffarsi nella pace e nella calma della vita di campagna.

Vorrei sottolineare un ultimo elemento. Se da un lato c’è una esaltazione della cultura contadina, con le sue tradizioni culinarie e direi anche con un tempo che scorre senza gli affanni della vita cittadina, allo stesso tempo  le autrici non ci nascondono i difetti e le storture delle società patriarcali contadine del novecento italiano. Gli uomini ( non tutti va detto) spesso si rendono protagonisti di atti violenti, e una certa forma di comando patriarcale sicuramente influisce nello svolgimento della Storia.

In conclusione, complimenti alle due autrici che, in una storia che si lascia leggere ben volentieri, hanno mescolato con sapienza tutti gli aspetti dell’animo umano, dalle passioni violente a quelle d’amore, dal passato al presente. Termino dicendo che forse non è un caso che le due autrici lavorino in Televisione, perché senza rinnegare quanto scritto fino ad ora, direi che la storia ha ottimi tempi televisivi, sarebbe interessante in un futuro vedere la trasposizione di “Sapore di Rosa” sul piccolo o grande schermo.

Ora, in attesa del secondo romanzo, chi volesse comprare il primo, può farlo o nelle librerie Arion, oppure seguendo questo link:


Mario Scelzo.

lunedì 6 gennaio 2014

Renzi, Fassina e gli autogoal del Pd.


POLITICA - Il neo segretario del Pd Matteo Renzi, rispondendo alle domande di un giornalista rispetto alle sollecitazioni del Vice Ministro dell’Economia (nonché esponente di spicco della sinistra Pd) Stefano Fassina su un ipotetico rimpasto di Governo, risponde con un “Fassina chi? Non lo conosco”. Per tutta risposta, Fassina annuncia dimissioni irrevocabili dal suo incarico di vice ministro. Questi i fatti, alcune considerazioni.

A mio parere, sbagliano entrambi, e la figuraccia come spesso accade la fa tutto il Partito Democratico. Se però dovessi dare delle pagelle, darei un 4 a Renzi ed un 3 a Fassina.

Il 4 a Renzi lo motivo col fatto che fino ad ora il neo segretario si stava muovendo molto bene, sia sul piano delle proposte generali, sia nella gestione del Partito. Indubbiamente, come è giusto che sia, sta portando avanti le sue proposte, ma non aveva avuto un comportamento ostile verso la minoranza, anzi da molti era stata salutata come una volontà di tenere unito il Partito la nomina a Presidente del Pd dello sconfitto alle Primarie Gianni Cuperlo. Renzi marciava compatto, forte nelle proposte al Governo, e con l’appoggio di tutto il partito. Ma alla prima curva la sua macchina sbanda, un segretario non può e non deve fare battute su un membro, peraltro autorevole, del proprio partito. Altrimenti si potrebbe pensare (ed io un parte lo temo) che il suo personaggio sia in gran parte costruito a tavolino, le sue mosse siano tutte studiate, ma appena emerge il vero Matteo Renzi si ha di fronte una persona poco dialogante e molto autoritaria.

Veniamo al 3 a Fassina. Se è vero che la battuta di Renzi è infelice, è anche vero che la reazione di Fassina è a mio parere eccessiva. La mia impressione è che il vice ministro dell’economia era già sul piede di guerra e aspettava solo un pretesto per abbandonare il Governo e per mettere in difficoltà il neo segretario. Comprendo le divergenze politiche tra Fassina e Renzi, capisco che l’ala sinistra del Pd si senta poco rassicurata, ma i problemi vanno affrontati alla luce del sole. Io ad esempio non ci vedrei nulla di male se Fassina, magari i giovani turchi e qualche nostalgico del Pds si rifugiasse tra le braccia di Sel, per allargare il campo della sinistra, alleata poi col Pd che guarda più al centro di Renzi. Ma, tutto si può fare, tranne che iniziare l’ennesima guerra di logoramento al Segretario. Il Popolo della Sinistra è stufo di vedere segretari più o meno capaci dover essere sempre costretti a subire i mille distinguo delle tremila correnti del partito.

Faccio un auspicio: il Pd ha bruciato Veltroni, Franceschini, Bersani, Prodi, non si faccia lo stesso errore con Renzi. Piaccia o no, il Sindaco di Firenze ha stravinto le Primarie, indubbiamente gode di un grande seguito, e potrebbe essere finalmente la carta vincente per il Pd per le prossime elezioni. Non logoriamolo in polemiche, distinguo, e giochi sotterranei. Soprattutto, le divergenze siano chiare e non sotterranee, frutto di alchimie politiche spesso figlie di risentimento e vittimismi, di veti incrociati ed antipatie.

Scrivo queste righe perché penso che la polemica Renzi – Fassina sia un clamoroso autogoal per il Pd, che potrebbe essere finalmente il Partito del Cambiamento, e potrebbe stravincere le elezioni in mancanza di avversari. Il Movimento 5 Stelle ad oggi è solo insulti e chiusura, la destra è spaccata, al Centro ci sono più partiti che elettori, se il Pd una volta tanto riuscisse a non dividersi su tutto, potrebbe vincere le elezioni in carrozza e finalmente proporre al paese un Governo del Cambiamento.

Ps. In conclusione, un augurio di pronta guarigione per Pier Luigi Bersani. Personalmente gli riconosco una grande passione politica ed un notevole attaccamento al Partito. Lo considero una persona seria e sono anche convinto che sarebbe stato un buon Premier. Penso che, non è certo il solo, anche lui ha fatto i suoi errori, molte delle sue scelte non le ho condivise (ad esempio la scelta di candidare Marini al Colle, e poi di far rieleggere Napolitano). Ciò non toglie che gli riconosco passione, impegno e dedizione, valori che ad esempio non riconosco ad altri importanti leader della sinistra, in particolare ad uno coi baffi che possiede una barca a vela. Questi però sono dettagli, la salute prima di tutto, auguri Pier, ti auguro di bere al più presto un buon Lambrusco delle tue terre.

 

Mario Scelzo.

venerdì 3 gennaio 2014

Le proposte di Renzi e le chiusure del M5S

POLITICA - Il Segretario del Pd Matteo Renzi ha lanciato una serie di proposte per l’Agenda del Governo dei prossimi mesi, proposte riguardanti la modifica della legge elettorale, una riforma del mercato del lavoro e norme per migliorare la complessa tematica dei diritti civili.

Premesso che sono anni che sentiamo parlare di proposte, commissioni bicamerali, comitati di saggi, e premesso che come cittadini siamo stanchi di proposte e vorremmo i fatti, detto questo,  vorrei fare due brevi osservazioni rispetto a quelle di Renzi

             Per la prima volta, da anni, il Pd non insegue ma detta le condizioni. Siamo abituati da anni a vedere un Partito Democratico di solito impegnato a difendersi dalle proposte e/o veti e/o ricatti del centrodestra. Indubbiamente la persona che negli ultimi 20 anni ha avuto in mano il pallino del gioco si chiama Silvio Berlusconi, e spesso gli elettori di centrosinistra si sono lamentati ( a mio parere giustamente ) di vedere il proprio partito inseguire Berlusconi, trattare con Berlusconi, non proporre una tale legge per non infastidire Berlusconi. Tante volte il popolo di Centro Sinistra ha accusato i suoi rappresentanti di non essere capaci di superare l’ostacolo Berlusconi.

Ora, Renzi può piacere o meno, ma è indubbio sia un ottimo comunicatore, ed è agli atti che è molto abile nella strategia e nella tempistica. Finalmente il Pd si propone come un partito capace con le sue idee (ed i suoi voti, è pur sempre il primo partito italiano) di condizionare (si spera in meglio), la vita politica italiana.

             Dopo neanche alcune ore dalle proposte del Segretario Pd, arriva la risposta di Paolo Becchi, ideologo vicino al Movimento 5 Stelle, che tweetta:

 
                     Paolo Becchi @pbecchi

Renzi si metta il cuore in pace non ci sarà alcuna riforma del bicameralismo perfetto con l'aiuto del #M5S.Cominci a restituire il maltolto

 
Posizione legittima, lasciatemi dire che mi sembra però una posizione alquanto infantile. Sembra dire: “Siccome la proposta non l’ho fatta io, non va bene”.

E mentre molti esponenti del Movimento si domandano a nome di chi Becchi scriva, e mentre Grillo tace, ai parlamentari pentastellati arriva l’SMS del capo gruppo alla camera Federico D’Incà che scrive:  “Non cedere alle provocazioni di Renzi su media, le risposte verranno date dai capogruppo M5S nelle sedi opportune.”

Io sono sempre più convinto che ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle non frega assolutamente nulla della situazione del paese. Non capisco cosa ci sia di male nel vedere le carte di Renzi, ovviamente per poi aprire una discussione, le proposte non devono essere approvate a scatola chiusa, si può aprire un confronto, un dibattito, una riflessione.

Prendo personalmente atto che il movimento 5 Stelle è il movimento dei no, del rifiuto del cambiamento. Peccato, potevano contribuire a costruire una Italia migliore, si stanno ormai relegando per loro scelta ai margini della politica. Prevedo per loro un futuro fatti di tante chiacchiere e pochi fatti concreti. Non è quello di cui il paese avrebbe bisogno. Da cittadino spero che alle prossime elezioni la gente si ricordi dei numerosi NO AL CAMBIAMENTO pronunciati dai parlamentari del Movimento.

Mario Scelzo.

Fiat e Chrysler: cosa possiamo aspettarci?

ATTUALITA' - Il 2014 è cominciato con un annuncio storico per l'industria italiana: FIAT ha completato l'acquisto delle azioni di Chrysler, il gruppo americano fallito e risanato con l'accordo ed il contributo del governo USA. Qualcuno ha istintivamente provato orgoglio ed entusiasmo, qualcun altro si è preoccupato per un'azienda che sembra sempre più lontana dalla sua storia e dai suoi stabilimenti italiani, tutti in fase fiacca di attività. Acquistare un'azienda straniera quando gli operai italiani sono in cassa integrazione, lo possiamo considerare ingiusto o immorale?

Sergio Marchionne, protagonista della strategia di sviluppo dell'azienda negli ultimi anni, ha sempre sostenuto che quella tra Chrysler e FIAT è una alleanza di tecnologie e mercati complementari: da una parte le auto piccole, i motori a basso consumo, una storica presenza in Europa ed America Latina; dall'altra, grandi berline e fuoristrada che sono apprezzati non solo nel tradizionale mercato nordamericano, ma anche in Cina. Insomma l'obiettivo non sarebbe di abbandonare gli stabilimenti italiani, malgrado le numerose polemiche con politica e sindacati, bensì fare di FIAT un colosso internazionale che possa produrre ogni tipo di auto e venderlo ovunque. Non è una idea originale: il maestro di questa strategia è Carlos Gosn, presidente di Nissan e poi di Renault, che è riuscito ad integrare alla perfezione queste due aziende così lontane per goegrafia e mentalità. Renault e Nissan hanno messo insieme la loro forza tecnologica e commerciale e riescono, insieme, a fronteggiare i più grandi colossi dell'auto, come GM, Toyota e Volkswagen.

In realtà, Marchionne vuole realizzare qualcosa di ancora più complesso, perché all'alleanza industriale vuole aggiungere quella finanziaria. La ragione di questo è che la borsa italiana è troppo piccola per consentire a FIAT di raccogliere tutti i capitali necessari al suo sviluppo. Quindi, mentre Renault è rimasta a Parigi e Nissan a Tokyo, FIAT medita di trasferire la sede a Detroit e la cassa a Wall Street. I manager FIAT hanno già iniziato a considerare l'Italia un mercato come tanti e avere atteggiamenti "politicamente scorretti" come correre a costruire una nuova fabbrica in Serbia mentre si chiude, a Termini Imerese, il perno intorno a cui ruotava uno dei pochi nuclei industriali della Sicilia. Una politica industriale spregiudicata, funzionale per l'azienda ma indifferente rispetto all'Italia. Non a caso FIAT è anche uscita da Confindustria. Certo, l'Italia resterà sicuramente il punto di riferimento di FIAT per l'Europa, resterà il paese dove si produrrà la maggior parte dei modelli. Contestualmente ai 4 miliardi per le azioni della società americana, altri 3 sono stati stanziati per gli stabilimenti di Mirafiori e Cassino, da tempo in stato di incertezza. Queste due fabbriche dovranno produrre auto medio-grandi, per una fascia di mercato che FIAT ha progressivamente abbandonato e in cui adesso sembra voler tornare con convinzione. Sembra davvero possibile un rilancio del glorioso marchio Alfa Romeo, peraltro anticipato dalla sportivissima 4C. Un modello a tiratura limitata, ma volutamente estremo per stupire (sui circuiti internazionali strappa tempi all'altezza di supercar ben più potenti e costose) e mostrare che Alfa si pone su una strada di eccellenza tecnologica. Quello che mancava era una tecnologia adeguatamente collaudata ed economica per la trazione posteriore (che FIAT ha abbandonato da decenni), per i cambi automatici (poco comuni in Europa) e una rete di concessionari tale da assicurare adeguati numeri di vendita. Adesso il 100% di questi elementi è a disposizione, e si allontanano le voci che volevano una vendita del marchio a Volkswagen. Resta nella palude invece un altro marchio storico, Lancia, per il quale non sembrano esserci idee o prospettive. L'uso del marchio su modelli americani d'importazione (Flavia, Thema e Voyager) si è rivelato un fiasco e alla fine Lancia resta dipendente da un solo modello, la Ypsilon, venduta quasi solo in Italia e Francia. C'è il forte rischio che il marchio venga abbandonato, per il sommo dispiacere dei "lancisti". Continuando a parlare di stabilimenti, quelli del sud (Pomigliano e Melfi) resteranno focalizzati sulle auto piccole, l'inossidabile Panda (di cui forse sarà prodotta una versione ingrandita) e la nuova, attesa coppia di piccole fuoristrada: quella marchiata Jeep sarà presentata a marzo, quella a marchio FIAT qualche mese dopo e sarà l'ennesimo elemento della famiglia 500. Insomma sembra che, a parte l'ormai chiuso Termini Imerese, tutti gli stabilimenti FIAT abbiano un futuro.

I risultati parziali della strategia Marchionne sono contraddittori. In Nordamerica le cose vanno bene, sia perché il mercato si è in generale ripreso, sia perché va forte il marchio Jeep, quello che porteranno almeno due dei modelli da produrre in Italia. In Europa invece va male. FIAT, riorganizzandosi, ha abbandonato interi segmenti di mercato, come quello delle berline a 3 volumi e delle station wagon. Non ha quindi cercato di reagire al calo delle vendite rinnovando i propri prodotti, come hanno fatto la maggior parte degli altri costruttori. Una strategia sbagliata secondo alcuni, perché ha fatto sparire quote di mercato che chissà se sarà mai possibile recuperare. Una strategia esatta secondo altri, che hanno osservato come PSA (Peugeot e Citroen), abbia inondato il mercato di modelli nuovi belli, moderni e funzionali, ma non abbia ottenuto altro che debiti talmente elevati da rischiare il fallimento. E PSA è, per il tipo di auto che produce e per i mercati che serve, il gruppo automobilistico più simile a FIAT. Tant'è che il salvataggio del gruppo francese è avvenuto grazie agli americani di General Motors, gli stessi che in passato erano entrati nel capitale di FIAT. Cruciali saranno i risultati che otterranno i nuovi modelli della famiglia Alfa. I manager FIAT ostentano ottimismo, perché hanno deciso di seguire le stesse linee guida che hanno consentito di rilanciare, con risultati ottimi, il marchio Maserati. 

Per tornare alla domanda del titolo, cosa possiamo aspettarci dunque da FIAT? Dal punto di vista societario e legale, la paura nell'aria è che il prossimo tassello della strategia sia trasferire il vertice del gruppo al di là dell'oceano. Anche se l'occupazione restasse intatta, per la continuità della produzione e per il mantenimento di Torino come sede per l'Europa, inevitabilmente sarebbe un colpo. Un altro triste regalo del processo economico chiamato globalizzazione. Dopo le innumerevoli aziende industriali, commerciali e di servizi che sono già diventate "straniere" perché acquistate da imprese o imprenditori non italiani, una azienda storica che per propria scelta si trasferisce all'estero, non per produrre a basso costo, ma per lavorare in un sistema paese che consente orizzonti più ampi.

Alessio Mammarella

giovedì 2 gennaio 2014

Il contro discorso di Grillo, l’ennesima replica di un testo già sentito

POLITICA - Se dovessimo paragonare il discorso di fine anno di Grillo ad uno spettacolo teatrale, credo che parlando del discorso di un ex comico il paragone è calzante, dovremmo ammettere che si tratta dell’ennesima replica di un testo già sentito molte volte. Grillo, dopo un paio di giorni di campagna mediatica per il suo contro discorso, infatti ha usato prevalentemente i soliti e, ormai vecchi, argomenti.
Ha attaccato il Capo dello Stato promettendo, ma lo fa ormai da mesi, l’impeachment, si prende la paternità della decadenza di Berlusconi grazie al voto palese (ma Berlusconi è decaduto grazie al voto del Senato dove il M5S non ha la maggioranza e quindi con i voti determinanti del PD, Sel e i centristi), ha parlato della difesa dell’articolo 138 della Costituzione (dimenticando però di dire che il suo MoVimento vorrebbe  mettere le mani ad alcuni articoli come quello dei senatori a vita), ribadisce che non hanno preso i soldi dei rimborsi elettorali (dimenticando di dire che per il regolamento delle camere il M5S non ha diritto a quei rimborsi), ribadisce che questo governo è stato fatto da Napolitano di nascosto in una notte (dimenticando però di dire che secondo la nostra Costituzione il presidente della Repubblica, sentiti i gruppi parlamentari, da l’incarico al Presidente del consiglio che dovrà poi ricevere la fiducia dai due rami parlamentari e c’erano poche alternative in campo, pensando anche che il suo MoVimento non ha proposto nessuno come primo ministro), ha fatto il solito attacco all’Europa dei banchieri e riproposto il referendum sull’Euro (dimenticando però di dire che secondo la nostra Costituzione non sono ammessi referendum su i trattati internazionali), attacca il mondo dell’informazione (niente di nuovo per chi attacca i giornali e i giornalisti con ritmo settimanale), dice di avere contro tutti dai partiti ai giornali alla massoneria. È riciclata anche l’unica battuta che fa, quando chiama Letta il nipote di suo zio.

Tutto già detto molte volte in molte occasioni e diversi post, la vera differenza è che non usa il linguaggio colorito che lo ha contraddistinto negli anni.

Probabilmente l’unico argomento “nuovo” che usa è l’attacco alla Corte Costituzionale, ma questo argomento lo abbiamo sentito usare già da un altro “attore” politico. Su questo punto poi Grillo mente affermando che ci sono voluti 6 anni alla Corte per decidere quando la Corte di Cassazione si è rimessa alla decisione della Corte Costituzionale solo lo scorso 17 maggio.

Speriamo che nel prossimo spettacolo-discorso ci siano delle novità.