sabato 10 novembre 2012

Rom: tutto può cambiare!


Il problema sicurezza è stato spesso al centro del dibattito politico tanto da segnare intere campagne elettorali e l’azione di molte amministrazioni locali. Chi può dirsi veramente ed integralmente sicuro?

A Roma questo si è tradotto in una dizione molto presente tra gli ultimi argomenti di conversazione della politica, della società civile e della magistratura: Piano Nomadi. La questione non riguarda amministrazioni solamente di destra, anche le politiche di Veltroni per i rom della città non si sono distanziate molto da ciò che accade oggi. La differenza è di genesi e legittimità. Il progetto attuale trova la sua origine politica dal neologismo berlusconiano Emergenza Rom, coniato nel 2009. Da quel momento nella Capitale si sono succeduti 470 sgomberi, sono stati chiusi 10 grandi campi e sono stati spesi 60 milioni di euro. Dopo più di tre anni, e nonostante le proteste da parte delle associazioni che da sempre lavorano affianco dei rom, siamo giunti ad un giro di boa. La Repubblica esce con un dossier on-line che inquadra il problema e ne evidenzia alcune problematiche, come:

1.             l’esagerazione delle dimensioni del problema,

2.             provvedimenti contrari al diritto internazionale,

3.             mancato rispetto della volontà delle persone,

4.             creazione di mega-campi incontrollati alla periferia della città.

Tale politica, come denunciano le associazioni di settore, fa oggi i conti con un alto prezzo in termini di integrazione, risorse mal spese, sicurezza e credibilità del nostro Paese in Europa sul tema dei diritti umani.

I dati sulla popolazione rom a Roma fotografano però una situazione molto chiara: sono circa 7000 i rom della città (lo 0,002% della popolazione della capitale) di cui il 50% di minori (il 35% non supera i 14 anni). Stiamo parlando di una popolazione estremamente giovane, formata per lo più di bambini. Non stupisce quindi che sono i bambini i più colpiti dal Piano Nomadi. I tanti sgomberi che hanno interessato la capitale hanno di fatto impedito a molti bambini di avere una continuità scolastica a spese di scolarizzazione ed integrazione.

Il Piano Nomadi ha poi pesato per 60 milioni di euro sulle casse dell’amministrazione comunale, anche se  “con 35-40 milioni di euro”, ha commentato Stasolla, presidente di 21 luglio, associazione nata per difendere i diritti dell’infanzia, “avremmo potuto dare casa a tutti i rom e sinti nei campi del nostro Paese. Ne avanzavano 15” conclude Stasolla “per dare case agli italiani”. La Banca Mondiale ha dichiarato che “l’integrazione completa dei Rom potrebbe garantire un incremento di circa 0,5 miliardi all’anno per le economie di alcuni paesi” e in questo non è da escludersi l’Italia.

Molte persone continuano a legittimare gli atteggiamenti del Piano Nomadi con il luogo comune che, essendo nomadi, non hanno bisogno di un’abitazione fissa e le amministrazioni che si succedono non possono far altro che trovare soluzioni provvisorie in campi sempre meno attrezzati e sempre più lontani dalla città. Alcuni mettono avanti l’esperienza di persone che hanno subìto dei furti in casa da parte di rom.

A questi due differenti livelli di pensiero ha provato a rispondere il Ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione Andrea Riccardi parlando di “superamento dei campi rom”. In effetti è un tòpos diffuso che i Rom siano nomadi. Oramai in Italia vi sono famiglie stanziali da più di tre generazioni. Detto questo potremmo aggiungere che il primo limite del Piano Nomadi sia proprio nella dizione: non si tratta affatto di nomadi. Ha affermato il Ministro: “io non credo che bisogna santificare il popolo rom. Ma non si può criminalizzare un’intera comunità!”. Il Ministro è convinto che “bisogna uscire da una logica di emergenza verso i rom” e che bisogna “passare ad una logica di costruzione del futuro”. Questo disegno non sarebbe nuovo per la città di Roma. La Capitale ha già vissuto periodi di emergenza abitativa ai quali ha saputo dare una risposta nel corso degli anni. Non tutti ricordano i baraccati del Mandrione o del Cinodromo; emigranti per la maggioranza del sud della Penisola in cerca di una vita migliore. Vivevano in abitazioni di fortuna, arrangiate a ridosso di un acquedotto o issate dalla lamiera. In condizioni miserevoli crescevano i propri figli e sognavano un futuro diverso per sé e le generazioni a venire. I piani di edilizia popolare degli ultimi decenni del ‘900 hanno provato a dare una risposta a queste persone. Ancora oggi, recandovi a Spinaceto nella periferia sud di Roma, è possibile che bambini e ragazzi di via Lorizzo chiamino ancora “il Mandrione” quella fascia di palazzoni popolari dove, oramai tre generazioni fa, sono stati trasferiti i loro parenti proprio da via del Mandrione, dove avevano issato un’abitazione di lamiera a ridosso dell’acquedotto Felice dopo essere fuggiti dalla miseria della loro provincia di provenienza.

Esiste un riscatto per tutti! Perché non può essere vero anche per i rom, esigua minoranza nella nostra città?

Alla luce di questo, insieme al Ministro Riccardi possiamo affermare che “una delle più grandi battaglie per l’integrazione sia cambiare mentalità”.

venerdì 9 novembre 2012

9 novembre 1989, la caduta del Muro di Berlino

NEWS DALLA STORIA
9 novembre 1989. Quel giorno gli abitanti di Berlino Est si erano svegliati come ogni giorno. Timore nel futuro e con un presente segnato dalla povertà (economia nel blocco sovietico stava ai minimi storici) e dalla paura nei confronti si un regime totalitario opprimente. Ma il mondo intorno stava cambiando, anche se lentamente.
Nel 1985 Michail Gorbaciov diventa segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica inaugurando una politica completamente nuova. In Europa si iniziava a parlare si perestrojka e alla glasnost' (riforme economiche e una maggiore trasparenza della vita pubblica del paese). In Polonia il sindacato guidato da Lech Wałęsa, Solidarność, stava diventando una realtà importante tanto che nell’aprile 89  viene riconosciuta legalmente e partecipa alle elezioni governative. L’Ungheria, il 23 agosto dell’89, rimuove le sue restrizioni con la frontiere con l’Austria (nei mesi successivi furono più di diecimila i tedeschi della DDR a fuggire in Ungheria e da li verso occidente)
Alla fine della seconda guerra mondiale la Germania sconfitta fu divisa in quattro zone di interesse, ognuna delle quali sotto il diretto controllo di una delle nazioni vincitrici della guerra, diventando così il simbolo nel nuovo sistema internazionale con, di fatto, due blocchi. Berlino, fino a quel momento capitale di uno stato unitario, fu divisa, nonostante la città si trovasse interamente nella zona est.
Solo il 13 agosto del 1961 le autorità della Germania Est diedero l’ordine di costruire un muro che di fatto isolava la Berlino Federale dalla Berlino Democratica. Il muro. 161 chilometri e alto 3 metri, era la fine dei collegamenti tra le due Germanie.
Nel tempo in molti hanno provato a fuggire dal regime totalitario dell’Est verso la democrazia occidentale.
Dopo 28 anni, il 9 novembre del 1989, le autorità della DDR annunciarono rapidi cambiamenti con la riforma della legge sui viaggi, gli abitanti di Berlino si riversarono nelle strade, aspettando davanti al muro ancora presidiato dalle guardie. Le frontiere furono aperte. In migliaia da Berlino Est varcarono il confine e trovarono ad aspettarli concittadini della Berlino Ovest festanti per la notizia.

Gavino Pala

giovedì 8 novembre 2012

Il Papa visiterà la casa-famiglia "Viva gli anziani" della Comunità di Sant'Egidio

Il 2012 è stato l’anno Europea dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni.
L’età che avanza è sicuramente una benedizione, anche se molti vedono negli anziani un peso per la società. Per questo la Comunità Europea ha indetto nel 2012 l’anno dell’invecchiamento attivo che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica verso chi invecchia in buona salute e può ancora contribuire per il benessere della società. In Italia, la speranza di vita alla nascita, è di 79 anni per gli uomini e di 84 per le donne, nel non lontanissimo 1961 era rispettivamente 67 e 72. oggi la popolazione ultrasessantenne residente in Italia rappresenta il 20% della popolazione (nel 2009 secondo il censimento ISTAT in Italia c’erano 13733 ultracenenari).
Gli anziani sono la fascia più debole della popolazione. Secondo lo studio “Gli anziani in Italia: aspetti demografici e sociali ed interventi pubblici” edito dalla Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno possiamo leggere: “La povertà degli anziani soli o non autosufficienti registra un aumento nelle regioni del Nord, in controtendenza con il resto del Paese: dal 2005 al 2006 l'incidenza di povertà relativa (percentuale di poveri sul totale dei residenti) in persone sole con 65 anni e più è passata da un valore di 5,8 a un valore di 8,2 (ultimi dati disponibili). Nel 2007, secondo i dati del Ministero dell'Economia e delle finanze, le istituzioni pubbliche hanno erogato prestazioni a fini sociali pari a 366.725 milioni di euro, di cui il 66,3%, pari a 243.139 milioni di euro, per pensioni (+5,2% rispetto all'anno precedente).”

Non stupisce allora che proprio in occasione dell’anno Europeo Benedetto XVI, come ha annunciato Padre Lombardi, abbia deciso di visitare la casa-famiglia Viva Gli Anziani gestita dalla Comunità di Sant’Egidio a Roma. l’appuntamento è per la tarda mattinata di lunedì 12 novembre.

Sarà la seconda visita di Benedetto XVI ai poveri assistiti dalla Comunità di Sant’Egidio a Roma, dopo la visita alla mensa di via Dandolo il 27 dicembre 2009. In quell’occasione il Santo Padre aveva pranzato con 150 poveri che frequentano abitualmente la mensa a Trastevere. In quell’occasione benedetto XVI aveva detto rivolgendosi ai commensali: “Cari Amici! E’ per me un’esperienza commovente di essere con voi, di essere qui nella famiglia di Sant’Egidio, di essere con gli amici di Gesù perché Gesù ama proprio le persone sofferenti, le persone con difficoltà e vuole averli come i suoi fratelli e sorelle.”

“Fin dagli inizi la Comunità di Sant'Egidio si è avvicinata al mondo degli anziani.” Si legge nel sito della Comunità trasteverina nelle pagine sugli anziani (http://www.santegidio.org/index.php?pageID=24&idLng=1062 ) “Questa amicizia,” si continua a leggere nel sito “cominciata nel 1972, è continuata negli anni con fedeltà ed è divenuta la strada che ci ha aiutati a penetrare con profondità nel continente anziani.”

Il rapporto particolare che la Comunità di Sant’Egidio ha con gli anziani si evince dai diversi servizi che offre loro. Solo a Roma, oltre la casa che il Papa visiterà lunedì, la Comunità gestisce, in maniera del tutto volontaria, altre due case famiglie, dove anziani fragili vivono con l’assistenza 24 ore al giorno a ci sono poi le visite dei volontari a casa o nei tanti istituti di lunga degenza dove sono ricoverati molti anziani. In tutto a Roma la Comunità di Sant’Egidio offre servizi a circa 18.000 anziani seguiti da 800 volontari. Impegno concreto della Comunità, nel corso degli anni, è infatti quello di aiutare l’anziano a vivere a casa propria con il sostegno concreto ai familiari e la costruzione di una rete di solidarietà intorno ad anziani fragili.

Nel centro storico della capitale la Comunità di Sant’Egidio ha poi avviato, con la collaborazione del Ministero della Salute la Regione ed il Comune, il Programma W gli Anziani che si preoccupa di monitorare tutti gli ultra settantacinquenni del quartiere. Il Programma, nato nel 2006, risponde all’esigenza di controllare gli anziani soli, soprattutto dopo la terribile estate del 2004 quando molti anziani persero la vita a causa del forte caldo, con visite a casa e telefonate periodiche. Alle volte, per chi è solo, sentire una voce amica e avere gli auguri per il proprio compleanno, possono riempire una giornata.

La vecchiaia è una benedizione, gli anziani della casa famiglia lunedì avranno una benedizione tutta particolare.




lunedì 5 novembre 2012

Chi colmerà il vuoto politico lasciato dai partiti?

La politica, o meglio i partiti, sono in crisi. Il voto siciliano ha certificato un profondo malessere nei confronti dei partiti tradizionali con un forte astensionismo e la perdita di elettori dei principali partiti, anche quelli che in Sicilia le elezioni le hanno vinte. Ma questo fenomeno è tutt’altro che nuovo. Potremmo ipotizzare che l’inizio del malessere sia avvenuto dopo la pubblicazione de La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. I due giornalisti del Corriere della Sera hanno descritto, in maniera puntuale e documentata, il costo della nostra classe politica.

La perdita di consenso dei partiti ha avuto poi due conseguenze tangibili solo nell’ultimo anno. Da una parte l’ascesa di Grillo e del Movimento 5 Stelle e dall’altra la nascita del governo tecnico di Mario Monti. Il primo, forse un po’ populista e facendo leva sulla pancia della gente, ha costruito la sua fortuna attaccando i politici e i partiti colpevoli, secondo il comico genovese, di pensare solo ai propri interessi. Il secondo è nato proprio dall’impossibilità dei partiti di affrontare la più pesante crisi economica mai vista dal 29, e, nonostante i forti sacrifici che ci hanno chiamato a fare, continua ad avere un buon gradimento del paese, come lo stesso Monti ha ricordato poche settimane fa.
L’avvicinarsi delle elezioni politiche (a gennaio insieme alle regionali o ad aprile alla fine della legislatura, ancora non si sa) pone allora un problema, riusciranno i partiti politici a riconquistare lo spazio politico che hanno perso negli ultimi anni? Oppure quello stesso spazio politico potrà essere colmato da settori della società civile oggi lontani dalla politica?

Secondo tutti i sondaggi nel prossimo parlamento dovrebbero entrare i grillini e probabilmente potrebbero ritornare in Parlamento forze a sinistra del PD. Ma potrebbero essere al centro le vere novità politiche: il Movimento di Todi e il Manifesto per la Terza Repubblica di Montezemolo ne sono un esempio lampante anche se ancora non sappiamo le loro intenzioni, sono due realtà che stanno prendendo spazio, e l’UDC guarda a loro strizzando l’occhio.

Nei giorni scorsi, dalle colonne del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, con un duro editoriale, critica proprio quei settori della società civile che negli ultimi mesi si stanno affacciando sulla scena politica. Li chiama Notabili a disposizione e ne elenca i nomi: Corrado Passera, Andrea Riccardi, Luca di Montezemolo, Lorenzo Ornaghi, Ernesto Auci, Raffaele Bonanni.
La critica maggiore che muove Galli della Loggia verso questi presunti notabili è il silenzio rispetto a temi specifici, “uno soltanto dei tanti problemi con cui ci troviamo alle spese”. Galli della Loggia fa due esempi, la carriera dei magistrati e i matrimoni omosessuali, peccato che tra i notabili citati ci sono esponenti dell’attuale governo che problemi concreti, molto di più concreti della carriera dei magistrati, li stanno affrontando, e poi ci sono sindacalisti e imprenditori che quotidianamente affrontano problemi inerenti il lavoro e la’economia.

Stupiscono poi le conclusioni dell’editorialista del Corriere con una fantasiosa citazione del notabile: “Voi mi dovete eleggere non per ciò che io penso o propongo (quasi sempre nulla), ma per ciò che io sono. Per il mio “rango”. Che non deve essere certo riconosciuto da voialtri, insignificante plebe elettorale. Basta che lo facciano i miei pari: a voi, al massimo, non resta che sottoscrivere”. Ma è il gioco della democrazia, se nasce un partito intorno al Manifesto per la Terza Repubblica (il prossimo 17 novembre ne sapremo di più) o al movimento di Todi sarebbero personaggi della società civile che si mettono in gioco, nello stesso manifesto si criticano molto i partiti tradizionali, ma sarà la gente a decidere se fidarsi si loro piuttosto che di Bersani e Alfano. Michele Salvati, rispondendo sempre sul Corriere a Galli della Loggia, ribalta il problema chiedendosi: “Come mai la politica presenta oggi per la loro chiamata?” e sottolinea: “La presenza dei “notabili a disposizione” dipende dal fallimento della politica dei partiti e dei politici di professione e della reazione popolare nei loro confronti.

sabato 3 novembre 2012

In Russia la censura avanza sul web

La notizia è di quelle che avrebbe fatto esplodere la rivolta sul web, almeno in Italia o in altri Paesi in cui esso è ancora considerato un baluardo dell'informazione libera. Non così in Russia, dove alcuni giorni fa le due camere del Parlamento hanno approvato a grande maggioranza una legge che prevede la possibilità di bloccare i siti web con contenuto "dannoso" per i minorenni.
Le autorità potranno dunque redigere una lista nera dei siti web che andranno oscurati e, senza alcuna decisione di un giudice e possibilità di appello da parte dei gestori, ordineranno ai provider di eseguire la chiusura.

Le critiche mosse al provvedimento provengono dagli ambienti dell'opposizione a Putin e da diverse associazioni per i diritti civili, che vedono nella legge, il cavallo di troia che, con la scusa di tutelare i minori, potrà insinuarsi anche nella rete - l'unico canale in cui i media non sono controllati totalmente dal governo - rendendo impossibile organizzare manifestazioni e movimenti di protesta.

D'altra parte precedenti preoccupanti in tal senso non mancano. Il sito russo di Wikipedia, ru.wikipedia.org era stato chiuso il 10 Luglio per aver dimostrato il proprio dissenso. La pagina d’accesso del sito riporta ancora oggi la frase “immaginate un mondo senza informazione libera”. Anche i giganti del web russo, come il motore di ricerca Yandex ed il portale di posta elettronica Mail.ru, hanno espresso forti perplessità sul dispositivo di legge, evidenziando come esso consegni esclusivamente nelle mani dei politici al potere la libertà di espressione nel Paese, già nettamente più ridotta che altrove.

La Russia rientra infati tra i paesi “sotto sorveglianza” secondo l’ultimo rapporto sui Nemici di Internet pubblicato nel marzo 2012 da Reporter senza frontiere. Il Paese, sempre secondo l''Associazione, si trova inoltre al 142° posto su 179 nell’elenco mondiale della libertà di stampa.

Il dibattito sulla libertà di informazione e la possibilità per i governi di oscurare contenuti ritenuti illeciti è certo ampio e rilevante. Anche in Italia sono allo studio provvedimenti tesi a oscurare siti dichiaratamente antisemiti o omofobi.Il tentativo russo di controllare la rete è tuttavia un colpo d'accetta nell'etere che, probabilmente, non riuscirà nel suo intento dichiarato - bloccare la pedo-pornografia in rete -  rendendo solamente più instabile una delle colonne della democrazia, la libertà di informazione. Staremo a vedere.

Per approfondire:
Una bibliografia sui rapporti tra mass-media e potere - da www.archivio900.it

venerdì 2 novembre 2012

Referendum in California per abolire la Pena di morte

Il prossimo martedì gli Stati Uniti saranno chiamati a scegliere il prossimo presidente e in queste ultime ore la battaglia elettorale si sta facendo feroce. Ma nello stato della California gli elettori, oltre alle schede per le politiche, si troveranno una scheda referendaria. Dovranno scegliere se abolire o meno la pena capitale.
Ma cosa ha spinto gli amministratori a indire un referendum sulla pena di morte?
Tra le nove argomentazioni troviamo che la pena capitale è intrinsecamente sbagliata oppure che gli errori giudiziari sono irreparabili.
Stupisce però che la prima delle nove argomentazioni è di carattere economico. La profonda crisi che sta colpendo il paese avrebbe infatti spinto a ragionare se fosse il caso di abolire la pena di morte. Gil Garcetti, ex procuratore distrettuale della contea di Los Angeles, per fare un esempio, ha recentemente dichiarato: “Credevo nella pena di morte ma ho cominciato a vedere che il sistema non funziona. Costa una quantità oscena di soldi.”
Secondo uno studio la California, da quando la Corte Suprema ha autorizzato all’introduzione nell’ordinamento penale nel 1976, ha speso quattro miliardi di dollari per eseguire 13 condanne.
Dati alla mano l’idea che uccidere un uomo costa di meno rispetto a tenerlo a vita nel carcere quindi diventa pura fantasia. Un condannato a morte, in California, costa circa 100 mila dollari in più all’anno rispetto ad un ergastolano, e la giuria di un processo di pena di morte costa addirittura 200 mila dollari in più.
A questo va aggiunto che in California un detenuto passa in media 17 anni prima di vedere la sua condanna eseguita, e degli attuali 724 detenuti 44 stanno dentro da oltre 30 anni.
Va ricordato anche che in California non vengono eseguite condanne dal 2006 quando un giudice federale fermò le condanne argomentando che l’iniezione letale e il protocollo in vigore all’epoca andava contro i dettami costituzionali (nel 76 quando la Corte Suprema diede il via libera all’introduzione della pena capitale specificò che la pena dovesse essere eseguita in modo indolore per il condannato). La crisi economica ha fatto molte vittime, ma martedì potrebbe salvare qualche vita.

La violenza non si ferma in Nigeria

La violenza non si ferma. Solo pochi giorni fa l’ennesimo attentato contro una chiesa cristiana nel nord della Nigeria. L’attentato non era stato rivendicato ma, con molta probabilità, a compierlo era stato Boko Haram, gruppo musulmano molto vicino a Al Quaeda.

Oggi però la violenza è di stato. Durante un’operazione nella città di Maidouguri, nel nord-est del Paese, considerata una delle roccaforti del gruppo islamico Boko Haram, l’esercito avrebbe giustiziato circa 40 giovani musulmani. A riferirlo alcuni testimoni diretti, che dichiarano: "Sono arrivati numerosi, hanno ordinato alla gente di uscire. Poi hanno separato i giovani dai vecchi, quindi abbiamo sentito i colpi di arma da fuoco”. (Fonte ANSA)

L'imam Malam Aji Mustapha racconta di aver visto quattro dei suoi figli uccisi davanti ai suoi occhi e aggiunge che “solo nella mia strada, sono stati uccisi 11 ragazzi: nessuno ci ha fornito una spiegazione.” Secondo il racconto dell’iman, l’esercito avrebbe fatto irruzione subito dopo la preghiera, portando tutti in un campo. Lì, dopo aver fatto sdraiare tutti a terra, l’esercito avrebbe iniziato l’identificazione di tutti per poi portare via alcuni ragazzi. Quindi si sono uditi gli spari.

Questa tremenda rappresaglia arriva all’indomani di una delle più importanti aperture fatte dal Boko Haram. Per bocca del suo leader, Adu Mohammed Abdulaziz, il gruppo islamico sarebbe pronto ad aprire negoziati di pace, a patto vengano rispettate due semplici condizioni, la prima è che i colloqui vengano fatti in Arabbia Saudita, la seconda è che avvengano alla presenza dell’ex colonnello di fede musulmana, Muhamed Buhari.

Noi non stiamo cercando di sfidare lo Statocome la gente va raccontando”, a dichiarato Adu Mohammed Abdulaziz “bensì le forze di sicurezza che uccidono i nostri affiliati, i nostri bambini e le nostre mogli. Se il governo è sincero, questi attacchi devono finire”.

Secondo alcuni analisti “la richiesta di Buhari come mediatore potrebbe significare che la volontà di dialogo è reale. Come quasi tutti i nigeriani del nord, Boko Haram crede che Buhari sia un musulmano fedele che non può in alcun modo essere convinto dalla politica a tradirli”.