L'International Romani Day (8 aprile) è il giorno dedicato alla promozione della cultura rom nel mondo celebrare la cultura Rom e ad aumentare la consapevolezza dei problemi che in cui sono ancora immersi i circa 6 milioni di rom che vivono nel nostro continente, la più grande minoranza europea.
Alla giornata, ufficialmente istituita nel 1979 dalle Nazioni Unite, partecipa attivamente anche l'Italia con convegni istituzionali ed occasioni di incontro promosse da molte associazioni storicamente vicine al mondo dei rom.
Lunedì prossimo si svolgerà a Roma presso la Presidenza del Consiglio una convegno al quale saranno presenti numerosi esponenti delle comunità Rom e Sinti, il ministro per la Cooperazione Internazionale e l'Integrazione Andrea Riccardi e il sindaco del comune di Lamezia Terme Gianni Speranza. Sarà anche l'occasione per fare il punto sulla Strategia nazionale d'inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, approvata dal Consiglio dei ministri il 24 febbraio 2012. L'evento si terrà alle 12 presso la sala polifunzionale della Presidenza del consiglio dei Ministri, via Santa Maria in Via n. 37.
Maggiori informazioni su www.cooperazioneintegrazione.it
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sabato 6 aprile 2013
Giornata Internazionale dei rom e sinti 2013, le iniziative
domenica 31 marzo 2013
La scuola italiana è per metà straniera... ma nata in Italia!
ATTUALITA' - Con una consistenza dell’8,4% della popolazione scolastica complessiva, gli alunni stranieri costituiscono una realtà ormai strutturale del nostro Paese. Il 14 marzo scorso il Miur e la Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) hanno presentato i principali dati del Rapporto “Alunni con cittadinanza non italiana. Approfondimenti e analisi. A.s. 2011/2012”. Secondo il rapporto gli alunni con cittadinanza non italiana costituiscono una realtà ormai strutturale del nostro Paese. Si è passati, infatti, da 196.414 alunni dell’anno scolastico 2001/2002 (con una incidenza del 2% sulla popolazione scolastica complessiva) alle 755.939 unità del 2011/12 (8,4% del totale). L’aumento più significativo ha riguardato le scuole secondarie di secondo grado. Anche per il 2011/2012 si conferma la tendenza dell’utenza straniera a rivolgersi più all’istruzione professionale (frequentata dal 39,4% del totale degli stranieri) e tecnica (38,3%), seguita a distanza dall’istruzione liceale o artistica (22,3%). Gli alunni con cittadinanza rumena si confermano, per il sesto anno consecutivo, il gruppo nazionale più numeroso nelle scuole italiane (141.050 presenze), seguono gli albanesi (102.719) e i marocchini (95.912). La Lombardia si conferma la prima regione per il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana (184.592). Seguono il Veneto, (89.367), e l’Emilia Romagna con (86.944), il Lazio (72.632) e il Piemonte (72.053). La principale novità secondo il MIUR è rappresentata dalla crescita degli alunni stranieri nati in Italia. Nell’anno scolastico 2011/2012, gli alunni stranieri nati in Italia sono 334.284 e rappresentano il 44,2% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana. Cinque anni fa erano meno di 200mila, il 34,7%. Nelle scuole dell’infanzia i bambini stranieri nati in Italia sono l’80,4%, più di otto su dieci. Altro cambiamento sociologico importante è dato dalla presenza degli alunni stranieri in alcune scuole, dove si arriva ad una percentuale che supera il 50%.
Brutte notizie invece sul fronte dell'inclusione scolastica dei bambini rom: diminuiscono gli iscritti. Sono 11.899 gli alunni rom iscritti nell’anno scolastico 2011/2012, il numero più basso degli ultimi cinque anni, in diminuzione del 3,9% rispetto al 2010/2011. Un fortissimo calo di iscrizioni si registra già nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo grado, solo la metà degli alunni rom prosegue gli studi pur essendo nella fascia dell’obbligo di istruzione.
venerdì 7 dicembre 2012
Italia condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo
ATTUALITA' - In Italia sono considerati brutti sporchi e cattivi. I politici ne prendono atto e, per le elezioni amministrative, ci costruiscono le campagne elettorali cavalcando la paura e il rischio sicurezza. Ma in Europa il comportamento italiano nei confronti dei Rom è spesso condannato.
Nel 2005 l’Italia espelle una ragazza rom, nonostante la Corte di Strasburgo chiedeva di non procedere. Nei giorni scorsi la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo da ragione alla povera ragazza bosniaca e condanna l’Italia ad un risarcimento di 15 mila euro per danni materiali e 2 mila euro per danni morali.
Ma questa è solo l’ultima notizia in ordine di tempo.
Poche settimane fa un rappresentante dell’Alto Commissariato per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, viene in visita in Italia. “Gli sgomberi forzati sono continuati, nonostante l’impegno del Governo ad abbandonare la politica dell'emergenza nomadi.” Sono le parole deluse del commissario, che prosegue nella sua relazione “Solo nel mese di settembre a Roma 250 persone sono state sgomberate senza che venisse loro offerta alcuna alternativa adeguata se non il trasferimento in insediamenti segregati su base etnica.” La conclusione del Commissario non lascia dubbi: “Questa non è la soluzione di integrazione dei rom.”
Carlo Stasolla dell'associazione 21 luglio intervistato dal Financial Times in un lungo e dettagliato articolo sulla situazione dei Rom in Italia, dichiara: “Continua il razzismo istituzionale. Immaginate che uno stato in Europa decide di acquistare un pezzo di terra al di fuori della città con tele-recinzioni, telecamere e guardie di sicurezza e mette all'interno di un gruppo esclusivamente sulla base della loro etnia.”
La politica degli sgomberi forzati, portata avanti da amministrazioni di centro-destra e centro-sinistra, non risolve certo il problema, anzi. Sono costosi e non portano i risultati sperati. A mancare è soprattutto una politica di integrazione, una visione a lungo termine, una progettualità.
Tra pochi mesi, in molti comuni tra cui la capitale, si rinnoveranno le amministrazioni comunali e sicuramente in campagna elettorale verrà affrontato il tema sicurezza, con il rischio di vedere le solite ricette, fallimentari, per risolvere vecchi problemi.
martedì 20 novembre 2012
Brevissima relazione della distruzione di tessuto sociale #1
Oggi è la “Giornata
Universale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza”. Sui social ed in rete
spopolano primi piani di bambini che soffrono da ogni parte del mondo.
Giustamente molti si commuovono di fronte ad alcune immagini, i commenti di
indignazione da parte di tanti colmano le timeline di Twitter e le bacheche di
Facebook. Alcuni si scandalizzano di come si espongano in modo indiscriminato
foto di bambini in rete, senza filtri né autorizzazioni. Fortunatamente il dato
di oggi sembra sia che la vita dei bambini non lasci indifferenti e si debba
prendere posizione. Quanto di ciò che leggiamo e condividiamo in rete diviene
pensiero acquisito? E per quanti di noi?
Djuliana (nome di
fantasia per tutelare la privacy, anche i nomi dei figli che compariranno più
tardi sono frutto della fantasia) è una donna rom che abitava a Tor De’ Cenci
prima che la sua abitazione fosse distrutta davanti ai propri occhi e a quelli
dei suoi figli dalle ruspe di Roma Capitale per ordinanza del Sindaco Gianni
Alemanno e del Vicesindaco Sveva Belviso. Suo figlio Paulo e sua figlia Luljeta
hanno sempre frequentato con assidua presenza le scuole elementari di
Spinaceto. Il giorno dello sgombero la polizia urlava e cacciava via le persone
dalle proprie abitazioni senza dare il tempo necessario per prendere le proprie
cose. Dopo quel giorno molti bambini si sono vergognati di andare a scuola
perché non era stato dato loro il tempo di prendere i vestiti per cambiarsi.
Sono tanti i minori
dell’ex campo di Tor De’ Cenci che hanno visto distruggere l’abitazione dove
sono nati e cresciuti sotto i propri occhi, in una mattina nella quale sembrava
non fossero stati mandati a scuola apposta per assistere alla
spettacolarizzazione del sopruso, dell’affermazione della potenza distruttrice
su persone inermi.
Djuliana badava ai
propri figli anche grazie al sostegno di qualche famiglia del quartiere Tor De’
Cenci con le quali aveva stretto amicizia nel tempo e che regolarmente le
fornivano il necessario per crescere e per vestire il figlioletto Paulo e la
piccola Luljeta. Ora, come più di altre mille persone, abitano a Castel Romano,
dove Roma Capitale ha deciso di confinarli in un posto dove in alcuni container
non esce nemmeno l’acqua dai rubinetti (ndr.
dato di ieri) e le fogne puzzano perché nei viali di brecciolino si sono
formate delle voragini che collegano gli scarichi con la superficie. Molti
pensano che il problema sia dei rom; “sono loro che non vogliono integrarsi”,
“a loro non piace vivere in casa”, “i rom trattano male i propri figli” sono le
parole più usate, questi sono però puri luoghi comuni, propaganda per creare
spauracchi da campagna elettorale, sia a destra che a sinistra. I rom vogliono
vivere nella società, amano i propri figli e molti sono in lista per la casa
popolare. Tutto il resto si chiama politica di discriminazione.
Penso che sia
scandaloso che in una capitale europea come Roma genitori e bambini possano
essere trattati in questo modo su base etnica. Continuiamo a pensare ai diritti
dell’infanzia.
sabato 10 novembre 2012
Rom: tutto può cambiare!
Il problema sicurezza è stato spesso al
centro del dibattito politico tanto da segnare intere campagne elettorali e
l’azione di molte amministrazioni locali. Chi può dirsi veramente ed
integralmente sicuro?
A Roma questo si è tradotto in una
dizione molto presente tra gli ultimi argomenti di conversazione della
politica, della società civile e della magistratura: Piano Nomadi. La questione non riguarda amministrazioni solamente
di destra, anche le politiche di Veltroni per i rom della città non si sono distanziate
molto da ciò che accade oggi. La differenza è di genesi e legittimità. Il
progetto attuale trova la sua origine politica dal neologismo berlusconiano Emergenza Rom, coniato nel 2009. Da quel
momento nella Capitale si sono succeduti 470 sgomberi, sono stati chiusi 10
grandi campi e sono stati spesi 60 milioni di euro. Dopo più di tre anni, e nonostante
le proteste da parte delle associazioni che da sempre lavorano affianco dei rom,
siamo giunti ad un giro di boa. La Repubblica esce con un dossier on-line che
inquadra il problema e ne evidenzia alcune problematiche, come:
1.
l’esagerazione delle dimensioni del
problema,
2.
provvedimenti contrari al diritto
internazionale,
3.
mancato rispetto della volontà delle
persone,
4.
creazione di mega-campi incontrollati
alla periferia della città.
Tale politica, come denunciano le
associazioni di settore, fa oggi i conti con un alto prezzo in termini di
integrazione, risorse mal spese, sicurezza e credibilità del nostro Paese in
Europa sul tema dei diritti umani.
I dati sulla
popolazione rom a Roma fotografano però una situazione molto chiara: sono circa 7000 i rom della città (lo 0,002% della popolazione della capitale)
di cui il 50% di minori (il 35% non supera i 14 anni). Stiamo parlando di una
popolazione estremamente giovane, formata per lo più di bambini. Non stupisce
quindi che sono i bambini i più colpiti dal Piano Nomadi. I tanti sgomberi che
hanno interessato la capitale hanno di fatto impedito a molti bambini di avere
una continuità scolastica a spese di scolarizzazione ed integrazione.
Il Piano Nomadi ha poi pesato per 60
milioni di euro sulle casse dell’amministrazione comunale, anche se “con 35-40 milioni di euro”, ha
commentato Stasolla, presidente di 21
luglio, associazione nata per difendere i diritti dell’infanzia, “avremmo
potuto dare casa a tutti i rom e sinti nei campi del nostro Paese. Ne
avanzavano 15” conclude Stasolla “per dare case agli italiani”. La Banca
Mondiale ha dichiarato che “l’integrazione completa dei Rom potrebbe garantire
un incremento di circa 0,5 miliardi all’anno per le economie di alcuni paesi” e
in questo non è da escludersi l’Italia.
Molte persone continuano a legittimare
gli atteggiamenti del Piano Nomadi
con il luogo comune che, essendo nomadi, non hanno bisogno di un’abitazione
fissa e le amministrazioni che si succedono non possono far altro che trovare
soluzioni provvisorie in campi sempre meno attrezzati e sempre più lontani
dalla città. Alcuni mettono avanti l’esperienza di persone che hanno subìto dei
furti in casa da parte di rom.
A questi due differenti livelli di
pensiero ha provato a rispondere il Ministro per la Cooperazione Internazionale
e l’Integrazione Andrea Riccardi parlando di “superamento dei campi rom”. In
effetti è un tòpos diffuso che i Rom siano nomadi. Oramai in Italia vi sono
famiglie stanziali da più di tre generazioni. Detto questo potremmo aggiungere
che il primo limite del Piano Nomadi
sia proprio nella dizione: non si tratta affatto di nomadi. Ha affermato il
Ministro: “io non credo che bisogna santificare il popolo rom. Ma non si può
criminalizzare un’intera comunità!”. Il Ministro è convinto che “bisogna uscire
da una logica di emergenza verso i rom” e che bisogna “passare ad una logica di
costruzione del futuro”. Questo disegno non sarebbe nuovo per la città di Roma.
La Capitale ha già vissuto periodi di emergenza abitativa ai quali ha saputo
dare una risposta nel corso degli anni. Non tutti ricordano i baraccati del
Mandrione o del Cinodromo; emigranti per la maggioranza del sud della Penisola
in cerca di una vita migliore. Vivevano in abitazioni di fortuna, arrangiate a
ridosso di un acquedotto o issate dalla lamiera. In condizioni miserevoli
crescevano i propri figli e sognavano un futuro diverso per sé e le generazioni
a venire. I piani di edilizia popolare degli ultimi decenni del ‘900 hanno
provato a dare una risposta a queste persone. Ancora oggi, recandovi a
Spinaceto nella periferia sud di Roma, è possibile che bambini e ragazzi di via
Lorizzo chiamino ancora “il Mandrione” quella fascia di palazzoni popolari
dove, oramai tre generazioni fa, sono stati trasferiti i loro parenti proprio
da via del Mandrione, dove avevano issato un’abitazione di lamiera a ridosso
dell’acquedotto Felice dopo essere fuggiti dalla miseria della loro provincia
di provenienza.
Esiste un riscatto per tutti! Perché non
può essere vero anche per i rom, esigua minoranza nella nostra città?
Alla luce di questo, insieme al Ministro
Riccardi possiamo affermare che “una delle più grandi battaglie per
l’integrazione sia cambiare mentalità”.
domenica 14 ottobre 2012
Tensioni tra Caritas e Alemanno, salta il pranzo con i poveri
Era nell'aria da qualche giorno. Da quando la Caritas, insieme alla Comunità di Sant'Egidio, ad Amnesty e ad altre associazioni aveva duramente criticato l'operato della giunta Alemanno nel corso dello sgombero del campo rom di Tor de' Cenci. La tempistica - in molti hanno visto nello sgombero un gesto del Sindaco con fini elettorali - e soprattutto le modalità dell'intervento di "bonifica" del campo avevano infatti lasciato perplessi molti, compreso il Ministro per la Cooperazione Internazionale Andrea Riccardi, che non aveva fatto mancare le sue parole di disapprovazione al sindaco.
In questo clima di tensione si consuma dunque uno strappo inconsueto tra il Campidoglio e la Caritas: da sempre, nell'anniversario della morte di don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas diocesana di Roma, morto nel 1997, si celebrano due eventi: uno è il pranzo con i poveri in Campidoglio, il secondo è la messa di ricordo alla chiesa «Santi Apostoli». Il primo dei due, quest’anno, è saltato. All’ultimo secondo, infatti, il Campidoglio ha fatto sapere che non ci sarebbe stato alcun pranzo. Ufficialmente, perché «monsignor Enrico Feroci era impegnato in un impegno istituzionale col ministro della Salute Renato Balduzzi» a Viterbo.
Un pranzo con i poveri, senza fissa dimora, immigrati, certametne rom della Capitale. Probabilmente Mons. Feroci non se l'è sentita di sedersi e far sedere i poveri accanto a coloro che, nel corso di questi anni, hanno operato per relegarli sempre di più ai margini della città.
Per approfondire:
Caritas, l'accusa di don De Donno: "Alemanno, lei forte solo con i deboli"
In questo clima di tensione si consuma dunque uno strappo inconsueto tra il Campidoglio e la Caritas: da sempre, nell'anniversario della morte di don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas diocesana di Roma, morto nel 1997, si celebrano due eventi: uno è il pranzo con i poveri in Campidoglio, il secondo è la messa di ricordo alla chiesa «Santi Apostoli». Il primo dei due, quest’anno, è saltato. All’ultimo secondo, infatti, il Campidoglio ha fatto sapere che non ci sarebbe stato alcun pranzo. Ufficialmente, perché «monsignor Enrico Feroci era impegnato in un impegno istituzionale col ministro della Salute Renato Balduzzi» a Viterbo.
Un pranzo con i poveri, senza fissa dimora, immigrati, certametne rom della Capitale. Probabilmente Mons. Feroci non se l'è sentita di sedersi e far sedere i poveri accanto a coloro che, nel corso di questi anni, hanno operato per relegarli sempre di più ai margini della città.
Per approfondire:
Caritas, l'accusa di don De Donno: "Alemanno, lei forte solo con i deboli"
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