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mercoledì 15 maggio 2013

Razzismo brutta storia, cori contro Balotelli, insulti contro Kyenge

ATTUALITA' -
50 mila euro, è quanto dovrà pagare al AS Roma per i cori razzisti che domenica sera i propri tifosi hanno urlato all’indirizzo di Mario Balotelli. Una semplice multa, e probabilmente neanche in ingente quantità pensando ai bilanci di una società di calcio. Una multa che colpisce una squadra di calcio e non certo gli autori materiali dei cori nascosti negli spalti (come ogni buon razzista anche quello che fischiava all’indirizzo del giocatore del Milan domenica sera si nascondeva nella folla della curva). Il Presidente della FIFA, Blatter sul suo profilo Twitter scrive: “Resto sgomento nel leggere dei cori razzisti in serie A la scorsa sera. Combattere questo problema è complesso ma servono le azioni, non solo le parole” e rincara la dose sul sito fifa.com: “E poi che sono 50 mila euro per un incidente di questo tipo? Non sono contento e penso di chiamare la Figc” Ma quella del Presidente della Fifa non è una voce fuori dal coro. Prandelli, CT della nazionale, si sfoga “Ieri è stato dato un segnale preciso,. Penso che di fronte ai prossimi episodi non ci sarà la sospensione momentanea, ma l'interruzione della gara”
A intervenire anche le istituzioni. Josefa Idem, sportiva e neo ministro del governo Letta con delega allo sport e alle politiche giovanili, commenta “Gli insulti razzisti di ieri durante Milan-Roma sono inaccettabili e colpiscono un giocatore che si è pubblicamente schierato contro il razzismo e che, per questo, ringrazio, invitando altri giocatori a condannare gesti simili”.
Ma quello successo a San Siro è solo l’ennesimo episodio di razzismo che in questi giorni sta attraversando l’Italia e il calcio ne è solo lo specchio.
“La procura di Modena ha aperto un’inchiesta per istigazione all’odio razziale dopo che il ministro all’Integrazione Cecile Kyenge è stata bersagliata di insulti da un utente di Facebook all’indomani della propria nomina.” Batte l’agenzia di stampa Ansa. Ma il ministro Cecile Kyenge dopo la sua nomina è stata oggetto di attenzioni da parte di molti. A Macerata, davanti la sede del Partito Democratico, viene affisso lo striscione con la scritta: “Kyenge torna in Congo” a firmarlo il gruppo di estrema destra Forza Nuova, che in un comunicato rincara la dose “Le recenti dichiarazioni del ministro della (dis)integrazione, che si è vantata di essere arrivata clandestinamente in Italia elogiando la poligamia, una pratica avulsa alla nostra tradizione e altamente lesiva della dignità della donna, ci portano a ribadire la più totale contrarietà di Forza Nuova allo ius soli”
E poi le tante, troppe, frasi razziste su social network e internet: “Scimmia congolese". "Governante puzzolente". "Negra". "Negra anti-italiana", "Faccetta nera", "Il giorno Nero della Repubblica", "ministro bonga bonga" è il, parziale, campionario idiota.
Nei scorsi giorni a Milano si è poi consumato una tragedia, che il Segretario della Lega Lombarda commenta dicendo: “quel che è accaduto stamani a Milano era imprevedibile, indubbiamente, ma il segnale di apertura e di libertà di invasione da parte dei clandestini dato dal ministro Kyenge è un cattivo segnale e non aiuta certo la pace sociale.”

PS: Quello successo a Milano è orribile. Kabobo dovrà essere giudicato, e probabilmente darà condannato, per omicidio, ma il colore della sua pelle non può essere un aggravante.

giovedì 14 febbraio 2013

Razzisti contro ministro Riccardi. Non sottovalutiamo l'odio in rete

ATTUALITA' - E' di ieri la notizia che i quattro animatori del sito neonazista Stormfront, Daniele Scarpino, 24 anni, di Milano, Diego Masi, trentenne della provincia di Frosinone, Luca Ciampaglia, 23 anni residente in provincia di Pescara, e Mirko Viola, 42enne vicino a Forza Nuova, residente in provincia di Como, saranno processati con rito abbreviato.Il sito web stormftont.org era stato oscurato nel novembre del 2012 in seguito alle numerose denunce di istigazione all'odio raziale per i contenuti "esplicitamente" razzisti e xenofobi ospitati dal portale. Il ministro Riccardi era stato tra i primi a complimentarsi per la chiusura del sito affermando che «si deve continuare così. Le idee di odio razziale, neonazismo e antisemitismo non possono non trovare l'adeguata e ferma risposta da parte dello Stato. Nessuno deve sperare di trovare nel web rifugio e impunità. Ora, come sostengo da tempo,  bisogna affinare le normative per consentire un controllo ancora più stringente».
Gli attacchi dei neonazisti infatti non avevano risparmiato neanche l'operato del ministro, colpevole di "voler far sparire la razza bianca". I quattro erano finiti in carcere il 16 novembre scorso con l'accusa di aver promosso e diretto un gruppo il cui fine era l'incitamento alla discriminazione e alla violenza etnica, religiosa e razziale. Dalle intercettazioni emerse nel dibattimento emergono i tratti inquietanti di quel sottobosco frustrato e violento in cui tanti, troppi giovani, finiscono per cacciarsi, trovando un facile capro espiatorio per la loro difficile condizione proprio negli stranieri e nel diverso in generale. Nelle frasi intercettate dalla Polizia Postale, che teneva sotto controllo le loro comunicazioni da tempo, vengono fatti i nomi, fra gli altri, di Roberto Saviano, e, soprattutto, del ministro della Cooperazione Andrea Riccardi, che secondo i quattro
avrebbe dovuto essere deportato e bruciato vivo, perché colpevole di essere “un collaboratore del Giudaismo internazionale” e di “favorire il meticciamento a discapito degli italiani”.
Molte le parole di solidarietà indirizzate al ministro Riccardi, a cominciare da quelle del Sindaco Alemanno che in una nota ha voluto esprimere «vicinanza e solidarietà alle parti offese nel procedimento penale contro gli animatori del sito Stormfront, in maniera particolare al ministro Riccardi». «Le notizie pubblicate oggi ci fanno capire, ancora di più, quanto farneticanti e pericolose siano state le parole dei quattro animatori del sito neonazista, e ringrazio la polizia postale e le forze dell'ordine per il loro intervento tempestivo», ha aggiunto il Sindaco.
Secondo il segretario del Partito democratico del Lazio Enrico Gasbarra «Quello che emerge è un quadro di eversione, odio, di matrice neofascista di una gravità assoluta. Esprimo totale vicinanza e solidarietà a tutti gli obiettivi di questo folle gruppo nazista e in maniera particolare al ministro Riccardi e Roberto Saviano. Ancora una volta l'opera delle Forze dell'ordine è stata puntuale, attenta, efficace e decisiva per stroncare questa preoccupante e drammatica deriva».
Speriamo che alle dichiarazioni di solidarietà seguano gli impegni concreti e che nel prossimo governo si giunga rapidamente all'approvazione di una legge che permetta di oscurare i siti web che apertamente istigano all'odio razziale ed alla violenza.

martedì 5 febbraio 2013

Razzismo brutta storia, insulti a Khalid Chaouki

ATTUALITA' - Khalid Chaouki è prima di tutto un amico. Conosciuto diversi anni fa, le nostre strade si sono incontrate molte volte, soprattutto professionalmente. Nato in Marocco, per molti anni è stato il responsabile dei giovani musulmani in Italia cercando di coniugare, questa è la sensazione che mi ha sempre dato, le sue origini musulmane con il vivere in un paese occidentale. È entrato in politica, occupandosi, per il Partito Democratico, di giovani stranieri e di nuovi italiani, ed oggi è candidato alla Camera in Campania.
Da quando ha iniziato la sua campagna elettorale però è successo qualcosa che non si aspettava, la sua pagina facebook si è riempiti di insulti razzisti e xenofobi: “Voi non siete né sarete mai italiani”, “l’Islam è come il virus dell’Aids e ancora “Beduini!”, “Vi capiscono solo i cammelli”, fino a diventare violenti: “Siete invasori da mandare via a calci nel c...”. “A palate vi prenderei…”, “Perché non ti butti in un fiume?”.

mercoledì 28 novembre 2012

Un vento di estrema destra soffia in Europa

Il partito di estrema destra ungherese Jobbik, terza formazione nel parlamento di Budapest, ha fatto una proposta che ha suscitato molte polemiche: creare una lista di ebrei viventi in Ungheria. Marton Gyongyosi, il leader della formazione, ha dichiarato in Parlamento: “E’ ora di censire gli ebrei viventi nel nostro paese, facciamo liste almeno di quelli che lavorano nel governo e per il parlamento, sono un rischio potenziale per la sicurezza nazionale.”
Negli ultimi anni un vento di estrema destra si sta abbattendo sull’Europa. Pensiamo all’affermazione  elettorale avuta dal partito di estrema destra, Alba D’Orata, in Grecia alle ultime elezioni (una costale del partito greco è nato anche in Italia e assicura di candidarsi alle elezioni regionali in Lombardia). In Francia alle elezioni presidenziali, Marine Le Pen, leader del Front National, ottiene il 17,9% dei voti ottenendo il miglior risultato di sempre, con una campagna elettorale incentrata su Nazionalismo e contro l’immigrazione.
E in Italia? Nei giorni scorsi alcuni episodi sono un preoccupante campanello d’allarme.
A metà novembre, una manifestazione dei Cobas, deviata dalla polizia, è passata davanti alla sinagoga della capitale. I manifestanti hanno iniziato ad urlare, “Erano 30 anni che una manifestazione non passava davanti alla Sinagoga.” Spiega il Presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, “Oggi un gruppo di manifestanti dei Cobas con bandiere palestinesi al vento, ha cominciato ad urlare ed inveire contro la comunità ebraica. Ci stiamo chiedendo cosa stia succedendo? Perché lasciar transitare un corteo davanti la Sinagoga? Chi ha autorizzato il percorso?”. Si chiede Pacifici che ricorda: “Trent’anni fa si presentarono con una bara vuota che lasciarono davanti l’ingresso del tempio. Un mese dopo morì il piccolo Gay Taché.”
Pochi giorni dopo scritte contro Israele (Israele stato nazista) sono apparse davanti alla sinagoga di Genova. “L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane denuncia con forza la spirale di violenza che in queste ultime settimane sembra essersi abbattuta sul nostro paese” è l’allarme lanciato dal Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna.
Poi il calcio. Nell’ultima partita della 14° giornata di serie A, Lazio-Udinese, mentre i giocatori biancocelesti indossavano una maglia con la scritta “No Racism” una parte della curva Nord, come riporta Repubblica.it, intona il coro “As Roma Juden Club”.
Pochi giorni prima, alla vigilia della partita della Lazio con il Tottenham per l’Europa League, alcuni tifosi londinesi (il Tottenham è considerato un club dalla lunga tradizione ebraica) sono stati aggrediti in un pub a Campo de’ Fiori. Per questo episodio sono finiti in carcere, per lesioni aggravate, due tifosi ultrà della Roma, ma sembra che le due tifoserie romane, da sempre rivali, abbiano agito insieme.
Odio e violenza in Italia e in Europa con affermazioni elettorali importanti.
La crisi economica è stata una grande scusa, da parte di formazioni di estrema destra, per fare proseliti contri che è diverso. Quando l’odio non è contro le banche o i governi si riversa contro immigrati, ebrei, rom.
Poi il web, posto facile dove far veicolare l’odio. Pochi giorni fa la polizia postale ha arrestato quattro persone e oscurato il Forum italiano del sito di ispirazione neonazista "Stormfront". Le accuse sono molto pesanti: incitamento all'odio razziale ed etnico. “Dobbiamo continuare così” ha commentato il ministro Andrea Riccardi “le idee di odio razziale, neonazismo e antisemitismo non possono non trovare l'adeguata e ferma risposta da parte dello Stato. Nessuno deve sperare di trovare nel web rifugio e impunità. Ora, come sostengo da tempo, bisogna affinare le normative per consentire un controllo ancora più stringente.” Il ministro Riccardi e molte personalità della politica e della cultura italiana erano stati schedati dal sito, nel 2011, sotto il titolo ''lista delinquenti italiani'', nella lista figurano l'arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, i giornalisti Gad Lerner e Maurizio Costanzo, il pubblico ministero della Procura della Repubblica di Torino Laura Longo, i giudici del Tribunale del Riesame di Palermo Antonella Consiglio, Giuseppina Di Maida e Filippo Serio, il Sindaco di Padova Flavio Zanonato, la loro colpa, secondo il sito, era quella di aver aiutato immigrati per fini economici, compiendo non meglio specificati atti criminali.

martedì 20 novembre 2012

Brevissima relazione della distruzione di tessuto sociale #1


Oggi è la “Giornata Universale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza”. Sui social ed in rete spopolano primi piani di bambini che soffrono da ogni parte del mondo. Giustamente molti si commuovono di fronte ad alcune immagini, i commenti di indignazione da parte di tanti colmano le timeline di Twitter e le bacheche di Facebook. Alcuni si scandalizzano di come si espongano in modo indiscriminato foto di bambini in rete, senza filtri né autorizzazioni. Fortunatamente il dato di oggi sembra sia che la vita dei bambini non lasci indifferenti e si debba prendere posizione. Quanto di ciò che leggiamo e condividiamo in rete diviene pensiero acquisito? E per quanti di noi?

Djuliana (nome di fantasia per tutelare la privacy, anche i nomi dei figli che compariranno più tardi sono frutto della fantasia) è una donna rom che abitava a Tor De’ Cenci prima che la sua abitazione fosse distrutta davanti ai propri occhi e a quelli dei suoi figli dalle ruspe di Roma Capitale per ordinanza del Sindaco Gianni Alemanno e del Vicesindaco Sveva Belviso. Suo figlio Paulo e sua figlia Luljeta hanno sempre frequentato con assidua presenza le scuole elementari di Spinaceto. Il giorno dello sgombero la polizia urlava e cacciava via le persone dalle proprie abitazioni senza dare il tempo necessario per prendere le proprie cose. Dopo quel giorno molti bambini si sono vergognati di andare a scuola perché non era stato dato loro il tempo di prendere i vestiti per cambiarsi.

Sono tanti i minori dell’ex campo di Tor De’ Cenci che hanno visto distruggere l’abitazione dove sono nati e cresciuti sotto i propri occhi, in una mattina nella quale sembrava non fossero stati mandati a scuola apposta per assistere alla spettacolarizzazione del sopruso, dell’affermazione della potenza distruttrice su persone inermi.
 
 

Djuliana badava ai propri figli anche grazie al sostegno di qualche famiglia del quartiere Tor De’ Cenci con le quali aveva stretto amicizia nel tempo e che regolarmente le fornivano il necessario per crescere e per vestire il figlioletto Paulo e la piccola Luljeta. Ora, come più di altre mille persone, abitano a Castel Romano, dove Roma Capitale ha deciso di confinarli in un posto dove in alcuni container non esce nemmeno l’acqua dai rubinetti (ndr. dato di ieri) e le fogne puzzano perché nei viali di brecciolino si sono formate delle voragini che collegano gli scarichi con la superficie. Molti pensano che il problema sia dei rom; “sono loro che non vogliono integrarsi”, “a loro non piace vivere in casa”, “i rom trattano male i propri figli” sono le parole più usate, questi sono però puri luoghi comuni, propaganda per creare spauracchi da campagna elettorale, sia a destra che a sinistra. I rom vogliono vivere nella società, amano i propri figli e molti sono in lista per la casa popolare. Tutto il resto si chiama politica di discriminazione.

Penso che sia scandaloso che in una capitale europea come Roma genitori e bambini possano essere trattati in questo modo su base etnica. Continuiamo a pensare ai diritti dell’infanzia.

mercoledì 14 novembre 2012

La rivincita del bene


Nella religione ebraica il Bar Mitzvah segna il passaggio alla maggiore età. Letteralmente vuol dire figlio del comandamento e per i ragazzi si celebra al compimento dei tredici anni. Per le ragazze accade nel dodicesimo anno di età, ma nel loro caso parliamo di Bat Mitzvah.

Giuseppe di Porto avrebbe dovuto festeggiare il suo Bar Mitzvah nel 1936, allietato dalla presenza dei suoi genitori, dagli amici e dai parenti. Al tempo non avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe accaduto. Questa grande festa si è svolta, sì, nella Grande Sinagoga di Roma, ma il 26 gennaio del 2009, alla presenza del Rabbino Capo Di Segni e di larga parte della Comunità ebraica di Roma. Nel mezzo c’è tutta la storia di Giuseppe. Un ragazzo, un giovane uomo, che suo malgrado si è visto catapultato negli orrori della Storia, facendo esperienza diretta del razzismo, dell’antisemitismo e di Auschwitz. Di tutti coloro che sono sopravvissuti alle persecuzioni naziste e all’Olocausto oggi ne rimangono in vita molto pochi, lui è uno di loro.

La sua storia è raccolta nel Quaderno n°6 della Provincia di Roma: “Giuseppe Di Porto. La rivincita del bene – Una testimonianza inedita di un sopravvissuto ad Auschwitz”. Nell’incipit afferma: “Spero, con questo mio racconto di aiutare i lettori più giovani a capire quanto possa essere sottile e rischioso il passaggio tra il bene e il male, tra la razionalità e la pazzia”. Non è una storia già sentita? Ebbene, Giuseppe non è un letterato. A causa delle condizioni familiari e della guerra non è arrivato oltre la quinta elementare ed è consapevole di avere il dovere di raccontare. È una persona semplice, che sviscera i fatti con l’umiltà di chi si vuole far comprendere, soprattutto dai più giovani, soprattutto ora che molti testimoni non ci sono più. È una storia che deve essere raccontata!

A Roma Giuseppe viveva con i genitori in Via della Reginella, una traversa di Via del Portico D’Ottavia, strada meglio conosciuta oggi come il “Vecchio Ghetto”. Come tanti uomini del suo tempo, il papà aveva combattuto per l’Italia durante le Grande Guerra. Era “artigliere” col grado di Caporale. Dopo la guerra aveva ricevuto la licenza di venditore ambulante; vendeva cravatte, cinte e bretelle. Dall’autunno del 1938, con l’entrata in vigore delle Leggi Razziali, gli ebrei furono “considerati come cittadini stranieri, indesiderati e mal visti, costretti a subire innumerevoli restrizioni e persecuzioni”, ricorda nel libro. Fu tra i 200 ebrei romani “prescelti” nel 1942 per andare a lavorare lungo l’argine del fiume Tevere, sotto ponte Vittorio Emanuele. Vessazioni, umiliazioni e lavori forzati. Questo accadde a Roma e in tutta l’Italia fascista. Nulla da invidiare alle leggi emanate dal Terzo Reich e ai trattamenti riservati agli ebrei nella Germania nazista. Cosa che, invece, molti revisionisti e autorevoli rappresentanti di larghe fasce della destra in Italia vorrebbero sminuire, a volte sino al limite indegno del falso storico.

Arrivò il 1943 e con esso “il giorno del ricatto”. La sera del 26 settembre venne richiesta alla Comunità ebraica la consegna di cinquanta chili d’oro che avrebbero dovuto raccogliere entro trentasei ore, pena la deportazione di 200 ebrei romani. Come tutti sappiamo questo non valse a garantire l’incolumità degli ebrei romani; si arrivò al 16 ottobre, giorno della deportazione di 2091 ebrei della capitale verso lo sterminio. Quel giorno Giuseppe non era in città, stava cercando lavoro a Genova. Nonostante ciò, fu comunque arrestato e il 3 novembre di quello stesso anno fu inviato ad Auschwitz. Di Porto racconta la propria esperienza del Lager ripercorrendo parallelamente il vissuto ed i pensieri di quei giorni, sino alla liberazione e al rientro in Patria. Durante tutto il racconto ha cercato di non trasmettere odio e rancore nei confronti di chiunque “anche se l’uomo non può considerarsi immune da atti che possono superare la bestialità”, ricorda lui stesso.

Questa non è la storia di un grande uomo, ma sicuramente la storia di un uomo che si è reso grande attraverso l’opera di trascendenza dall’odio compiuta su sé stesso. Vorrei concludere con le parole di Giuseppe Di Porto: “Il futuro della società è nelle nostre menti e nei nostri cuori. Se sapremo privilegiare la comprensione e la disponibilità verso chi è - per un qualsiasi motivo - differente da noi, avremmo vinto la nostra battaglia contro il pregiudizio e l’odio”.

sabato 10 novembre 2012

Rom: tutto può cambiare!


Il problema sicurezza è stato spesso al centro del dibattito politico tanto da segnare intere campagne elettorali e l’azione di molte amministrazioni locali. Chi può dirsi veramente ed integralmente sicuro?

A Roma questo si è tradotto in una dizione molto presente tra gli ultimi argomenti di conversazione della politica, della società civile e della magistratura: Piano Nomadi. La questione non riguarda amministrazioni solamente di destra, anche le politiche di Veltroni per i rom della città non si sono distanziate molto da ciò che accade oggi. La differenza è di genesi e legittimità. Il progetto attuale trova la sua origine politica dal neologismo berlusconiano Emergenza Rom, coniato nel 2009. Da quel momento nella Capitale si sono succeduti 470 sgomberi, sono stati chiusi 10 grandi campi e sono stati spesi 60 milioni di euro. Dopo più di tre anni, e nonostante le proteste da parte delle associazioni che da sempre lavorano affianco dei rom, siamo giunti ad un giro di boa. La Repubblica esce con un dossier on-line che inquadra il problema e ne evidenzia alcune problematiche, come:

1.             l’esagerazione delle dimensioni del problema,

2.             provvedimenti contrari al diritto internazionale,

3.             mancato rispetto della volontà delle persone,

4.             creazione di mega-campi incontrollati alla periferia della città.

Tale politica, come denunciano le associazioni di settore, fa oggi i conti con un alto prezzo in termini di integrazione, risorse mal spese, sicurezza e credibilità del nostro Paese in Europa sul tema dei diritti umani.

I dati sulla popolazione rom a Roma fotografano però una situazione molto chiara: sono circa 7000 i rom della città (lo 0,002% della popolazione della capitale) di cui il 50% di minori (il 35% non supera i 14 anni). Stiamo parlando di una popolazione estremamente giovane, formata per lo più di bambini. Non stupisce quindi che sono i bambini i più colpiti dal Piano Nomadi. I tanti sgomberi che hanno interessato la capitale hanno di fatto impedito a molti bambini di avere una continuità scolastica a spese di scolarizzazione ed integrazione.

Il Piano Nomadi ha poi pesato per 60 milioni di euro sulle casse dell’amministrazione comunale, anche se  “con 35-40 milioni di euro”, ha commentato Stasolla, presidente di 21 luglio, associazione nata per difendere i diritti dell’infanzia, “avremmo potuto dare casa a tutti i rom e sinti nei campi del nostro Paese. Ne avanzavano 15” conclude Stasolla “per dare case agli italiani”. La Banca Mondiale ha dichiarato che “l’integrazione completa dei Rom potrebbe garantire un incremento di circa 0,5 miliardi all’anno per le economie di alcuni paesi” e in questo non è da escludersi l’Italia.

Molte persone continuano a legittimare gli atteggiamenti del Piano Nomadi con il luogo comune che, essendo nomadi, non hanno bisogno di un’abitazione fissa e le amministrazioni che si succedono non possono far altro che trovare soluzioni provvisorie in campi sempre meno attrezzati e sempre più lontani dalla città. Alcuni mettono avanti l’esperienza di persone che hanno subìto dei furti in casa da parte di rom.

A questi due differenti livelli di pensiero ha provato a rispondere il Ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione Andrea Riccardi parlando di “superamento dei campi rom”. In effetti è un tòpos diffuso che i Rom siano nomadi. Oramai in Italia vi sono famiglie stanziali da più di tre generazioni. Detto questo potremmo aggiungere che il primo limite del Piano Nomadi sia proprio nella dizione: non si tratta affatto di nomadi. Ha affermato il Ministro: “io non credo che bisogna santificare il popolo rom. Ma non si può criminalizzare un’intera comunità!”. Il Ministro è convinto che “bisogna uscire da una logica di emergenza verso i rom” e che bisogna “passare ad una logica di costruzione del futuro”. Questo disegno non sarebbe nuovo per la città di Roma. La Capitale ha già vissuto periodi di emergenza abitativa ai quali ha saputo dare una risposta nel corso degli anni. Non tutti ricordano i baraccati del Mandrione o del Cinodromo; emigranti per la maggioranza del sud della Penisola in cerca di una vita migliore. Vivevano in abitazioni di fortuna, arrangiate a ridosso di un acquedotto o issate dalla lamiera. In condizioni miserevoli crescevano i propri figli e sognavano un futuro diverso per sé e le generazioni a venire. I piani di edilizia popolare degli ultimi decenni del ‘900 hanno provato a dare una risposta a queste persone. Ancora oggi, recandovi a Spinaceto nella periferia sud di Roma, è possibile che bambini e ragazzi di via Lorizzo chiamino ancora “il Mandrione” quella fascia di palazzoni popolari dove, oramai tre generazioni fa, sono stati trasferiti i loro parenti proprio da via del Mandrione, dove avevano issato un’abitazione di lamiera a ridosso dell’acquedotto Felice dopo essere fuggiti dalla miseria della loro provincia di provenienza.

Esiste un riscatto per tutti! Perché non può essere vero anche per i rom, esigua minoranza nella nostra città?

Alla luce di questo, insieme al Ministro Riccardi possiamo affermare che “una delle più grandi battaglie per l’integrazione sia cambiare mentalità”.