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lunedì 21 gennaio 2013

27 gennaio, Giorno della Memoria, gli eventi del 2013

NEWS DALLA STORIA - “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.” È la definizione della legge del 20 luglio del 2000 che istituisce anche in Italia il giorno della Memoria.
Era il 27 gennaio del 1945 quando le truppe dell’Armata Rossa, che stavano avanzando verso Berlino, arrivarono alle porte di una piccola cittadina polacca, Auschwitz, scoprendo quello che passerà alla storia come il più terribile campo di concentramento costruito dai nazisti per dare compimento al piano del genocidio degli ebrei.

Quella data è diventata il simbolo dell’olocausto e per questo diversi ordinamenti statali l’hanno presa come data per commemorale e ricordare l’olocausto.

I principali eventi per il giorno della memoria 2013:
Sono diverse le iniziative organizzate dal governo italiano e patrocinante dal “Comitato di Coordinamento per le Celebrazioni in Ricordo della Shoah”

TAVOLA ROTONDA“IL CORAGGIO DI RESISTERE”
Giovedì 24 gennaio 2013 ore 15.30 Sala polifunzionale - Presidenza del Consiglio dei Ministri
Roma, Via Santa Maria in Via 37
“Il coraggio di resistere” è il tema dell’annuale tavola rotonda organizzata per il giorno della memoria. L’introduzione dei lavori sono affidati al Professor Andrea Riccardi, Ministro della Cooperazione Internazionale e dell’Integrazione e dal Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna con interventi dello storico del Memoriale “Yad Vashem” di Gerusalemme, David Silberklang,, del Direttore della Fondazione Museo della Shoah di Roma, Marcello Pezzetti, e del Direttore del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, Michele Sarfatti.
Le conclusione saranno affidate a Rav Israel Meir Lau, Rabbino Capo di Tel Aviv-Yafo, ex Rabbino Capo di Israele, Presidente di Yad Vashem e superstite dei campi di sterminio.

MOSTRA “1938-1945. LA PERSECUZIONE DEGLI EBREI IN ITALIA.
DOCUMENTI PER UNA STORIA”
Reggia di Caserta – Biblioteca palatina dal 23 gennaio all’11 febbraio 2013
L’evento si snoda su una serie di 38 pannelli, realizzati dal CDEC, raffiguranti gli eventi nazionali della Shoah e nell’esposizione di oltre 100 documenti originali sulla persecuzione avvenuta in Campania.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: “TESTIMONIANZA MEMORIA DELLA SHOAH A YAD VASHEM”
MILANO 27 gennaio 2013
Il libro, redatto nel 2005, affronta i drammatici eventi legati alla shoah con la ricostruzione della vita dei sopravvissuti.
La presentazione del libro si inserisce nel corso della celebrazione della memoria che si terrà a Milano il 27 gennaio presso il memoriale del Binario 21, in collegamento con il Museo di Yad Vashem

BRUNDIBÁR UN'OPERA PER NON DIMENTICARE
ROMA 23 gennaio 2013 – ore 19.00 Teatro Nazionale
Il 23 gennaio del 1943, nella fortezza Ceca di Theresienstadt, a pochi chilometri a Praga e trasformata in un ghetto, venne rappresentato Brundibár (“Lo strimpellatore”), composta dal musicista ceco Hans Krása.

SPETTACOLO MUSICALE MR. DAGO I BELONG NOWHERE!
ROMA, Auditorium dell’Istituto Centrale per i Beni sonori ed Audiovisivi 28-29 gennaio 2013
Scritto da Marco Bonini e Joe Bologna, musiche di Roberto Colavalle, Regia di Massimo Natale, è la storia di un cabarettista di avanspettacolo italiano-ebreo-antifascista che, dopo la proclamazione delle leggi razziali del 1938, scappa dall’Italia verso il sogno americano di libertà e uguaglianza da dove combatterà il fascismo dal palcoscenico di un nightclub di Little Italy.

mercoledì 16 gennaio 2013

E' morto Leon Leyson, il bambino della lista di Schindler


NEWS DALLA STORIA - Leon Leyson, il più giovane dei 1.100 ebrei salvati dalla furia nazisti grazie all'industriale tedesco Oskar Schindler, è morto nel sud della California all'età di 83 anni.

Leyson ne aveva solo 10 anni quando la Germania invase la Polonia nel 1939. Sei mesi più tardi, la sua famiglia fu spedita nel ghetto di Cracovia. Una volta, ha ricordato Leyson al Times nel 1994, un commando delle SS circondò  il ghetto. Lui e alcuni altri ragazzi si nascosero nel sottotetto di un edificio accanto al loro appartamento. La madre di Leyson riuscì ad unirsi a loro mentre quella di un altro ragazzo fu deportata.

Leyson ha perso due fratelli, inghiottiti dalla follia nazista. Il più grande si era rifugiato nel paesino natale e lì ha trovato la morte insieme al resto degli abitanti, circa 500 persone trucidate dalle SS. L'altro, che aveva 16 anni, è stato deportato in un campo di concentramento.

Leyson a soli 13 anni fu selezionato come operaio e inviato alla fabbrica di Schindler, che lo salvò inserendolo nella famosa lista degli operai "necessari" per la produzione nei suoi stabilimenti. "Little Leyson", come era conosciuto in fabbrica  dopo la fine della guerra era emigrato negli Stati Uniti, dove ha insegnato presso la Scuola Huntington Park High per 39 anni.

Leyson raramente ha parlato delle sue esperienze. "La verità è che non ho vissuto la mia vita all'ombra dell'Olocausto. Non ho dato ai miei figli un'eredità di paura. Ho dato loro un retaggio di libertà."

Tuttavia nel 1993, dopo il successo del film "Schindler's List" maturò la decisione di raccontare pubblicamente la sua storia, iniziando un ciclo di conferenze in giro per Stati Uniti e Canada.

"Ogni volta che raccontava la sua storia non ha mai usato appunti scritti, non ha mai detto le stesse cose. Le sue parole sono sempre venute dal cuore e non dalla testa", ha detto Marilyn Harran, suo amico e professore di studi religiosi alla Chapman University.

Leyson e Schindler si sono incontrati per l'ultima volta nel 1974. Leon, come ha confermato ai media la figlia Stacy, è morto nella sua casa in California, dopo quattro anni di lotta contro il cancro.

mercoledì 14 novembre 2012

La rivincita del bene


Nella religione ebraica il Bar Mitzvah segna il passaggio alla maggiore età. Letteralmente vuol dire figlio del comandamento e per i ragazzi si celebra al compimento dei tredici anni. Per le ragazze accade nel dodicesimo anno di età, ma nel loro caso parliamo di Bat Mitzvah.

Giuseppe di Porto avrebbe dovuto festeggiare il suo Bar Mitzvah nel 1936, allietato dalla presenza dei suoi genitori, dagli amici e dai parenti. Al tempo non avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe accaduto. Questa grande festa si è svolta, sì, nella Grande Sinagoga di Roma, ma il 26 gennaio del 2009, alla presenza del Rabbino Capo Di Segni e di larga parte della Comunità ebraica di Roma. Nel mezzo c’è tutta la storia di Giuseppe. Un ragazzo, un giovane uomo, che suo malgrado si è visto catapultato negli orrori della Storia, facendo esperienza diretta del razzismo, dell’antisemitismo e di Auschwitz. Di tutti coloro che sono sopravvissuti alle persecuzioni naziste e all’Olocausto oggi ne rimangono in vita molto pochi, lui è uno di loro.

La sua storia è raccolta nel Quaderno n°6 della Provincia di Roma: “Giuseppe Di Porto. La rivincita del bene – Una testimonianza inedita di un sopravvissuto ad Auschwitz”. Nell’incipit afferma: “Spero, con questo mio racconto di aiutare i lettori più giovani a capire quanto possa essere sottile e rischioso il passaggio tra il bene e il male, tra la razionalità e la pazzia”. Non è una storia già sentita? Ebbene, Giuseppe non è un letterato. A causa delle condizioni familiari e della guerra non è arrivato oltre la quinta elementare ed è consapevole di avere il dovere di raccontare. È una persona semplice, che sviscera i fatti con l’umiltà di chi si vuole far comprendere, soprattutto dai più giovani, soprattutto ora che molti testimoni non ci sono più. È una storia che deve essere raccontata!

A Roma Giuseppe viveva con i genitori in Via della Reginella, una traversa di Via del Portico D’Ottavia, strada meglio conosciuta oggi come il “Vecchio Ghetto”. Come tanti uomini del suo tempo, il papà aveva combattuto per l’Italia durante le Grande Guerra. Era “artigliere” col grado di Caporale. Dopo la guerra aveva ricevuto la licenza di venditore ambulante; vendeva cravatte, cinte e bretelle. Dall’autunno del 1938, con l’entrata in vigore delle Leggi Razziali, gli ebrei furono “considerati come cittadini stranieri, indesiderati e mal visti, costretti a subire innumerevoli restrizioni e persecuzioni”, ricorda nel libro. Fu tra i 200 ebrei romani “prescelti” nel 1942 per andare a lavorare lungo l’argine del fiume Tevere, sotto ponte Vittorio Emanuele. Vessazioni, umiliazioni e lavori forzati. Questo accadde a Roma e in tutta l’Italia fascista. Nulla da invidiare alle leggi emanate dal Terzo Reich e ai trattamenti riservati agli ebrei nella Germania nazista. Cosa che, invece, molti revisionisti e autorevoli rappresentanti di larghe fasce della destra in Italia vorrebbero sminuire, a volte sino al limite indegno del falso storico.

Arrivò il 1943 e con esso “il giorno del ricatto”. La sera del 26 settembre venne richiesta alla Comunità ebraica la consegna di cinquanta chili d’oro che avrebbero dovuto raccogliere entro trentasei ore, pena la deportazione di 200 ebrei romani. Come tutti sappiamo questo non valse a garantire l’incolumità degli ebrei romani; si arrivò al 16 ottobre, giorno della deportazione di 2091 ebrei della capitale verso lo sterminio. Quel giorno Giuseppe non era in città, stava cercando lavoro a Genova. Nonostante ciò, fu comunque arrestato e il 3 novembre di quello stesso anno fu inviato ad Auschwitz. Di Porto racconta la propria esperienza del Lager ripercorrendo parallelamente il vissuto ed i pensieri di quei giorni, sino alla liberazione e al rientro in Patria. Durante tutto il racconto ha cercato di non trasmettere odio e rancore nei confronti di chiunque “anche se l’uomo non può considerarsi immune da atti che possono superare la bestialità”, ricorda lui stesso.

Questa non è la storia di un grande uomo, ma sicuramente la storia di un uomo che si è reso grande attraverso l’opera di trascendenza dall’odio compiuta su sé stesso. Vorrei concludere con le parole di Giuseppe Di Porto: “Il futuro della società è nelle nostre menti e nei nostri cuori. Se sapremo privilegiare la comprensione e la disponibilità verso chi è - per un qualsiasi motivo - differente da noi, avremmo vinto la nostra battaglia contro il pregiudizio e l’odio”.