martedì 7 gennaio 2014

Sapore di rosa

ATTUALITA' - Sarò onesto con i miei lettori. Ho conosciuto il libro “Sapore di Rosa” – Spunto Edizioni, di Tiziana Battisti e Barbara Cordoni, perché le due autrici sono mie colleghe di ufficio. Le vicende di questo libro, dalla stesura del testo alla fase forse ancor più complessa della pubblicazione e distribuzione, hanno fatto da sottofondo alla quotidianità del mio lavoro negli ultimi mesi. Ciò detto, non farò nessuno sconto, procederò ora con una recensione approfondita, che spero vi possa interessare.

Prima di tutto, è un libro che scorre agevole, si legge volentieri, si resta rapiti dalle vicende ma soprattutto dal clima di fondo del romanzo, ma questo lo dirò meglio più avanti. Poi, lasciatemi dire che se tra i libri più letti in Italia troviamo i fumettoni di Moccia o le storielle insignificanti di Fabio Volo, ecco, “Sapore di Rosa” non ha nulla da invidiare rispetto a libri molto più famosi.

Questo libro segna il debutto della coppia narrativa Battisti/Cordoni, che si cimentano in un romanzo di difficile collocazione, nel senso che non è semplice catalogare “Sapore di Rosa” in un genere letterario. Parlare di storia d’amore sarebbe riduttivo, definirlo un libro di cucina sarebbe limitante, parlare di saga familiare lo stesso, ecco, la prima dote che riconosco alle autrici è quella di aver sapientemente calibrato gli ingredienti della narrazione, creando una vicenda dove si mischiano storie e sapori, fatti storici e sentimenti personali.

Non posso svelarvi troppo (anche perché vi invito caldamente a leggere “Sapore di Rosa”), ma la storia gioca su un doppio binario, temporale e geografico, le due autrici ci fanno viaggiare dal tempo della guerra ai giorni nostri, in un orizzonte che parte da Roma e tocca i borghi incantati delle Colline Toscane, in particolare della zona di Siena.

Mentre siamo intenti a seguire, tra Roma ed Asciano, le vicende delle protagoniste (si, perché dimenticavo, è una storia scritta al femminile), c’è però direi un filo rosso, quello della buona cucina. Attenzione, cucina è riduttivo. Non si parla di ricette, ma le pagine sono cariche di quella che definirei convivialità della tavola. Non pensate ad un moderno fast-food e neppure ad un ristorante di livello, ma immaginate le nonne di una volta che si alzavano all’alba per preparare la pasta fatta in casa, perdetevi tra le pagine che parlano di odori raccolti nell’orto, di torte di mele fatte a mano cotte nel grande camino familiare….vi confesso che il romanzo mette fame! Anzi, fa venire voglia di abbandonare il caos cittadino e di tuffarsi nella pace e nella calma della vita di campagna.

Vorrei sottolineare un ultimo elemento. Se da un lato c’è una esaltazione della cultura contadina, con le sue tradizioni culinarie e direi anche con un tempo che scorre senza gli affanni della vita cittadina, allo stesso tempo  le autrici non ci nascondono i difetti e le storture delle società patriarcali contadine del novecento italiano. Gli uomini ( non tutti va detto) spesso si rendono protagonisti di atti violenti, e una certa forma di comando patriarcale sicuramente influisce nello svolgimento della Storia.

In conclusione, complimenti alle due autrici che, in una storia che si lascia leggere ben volentieri, hanno mescolato con sapienza tutti gli aspetti dell’animo umano, dalle passioni violente a quelle d’amore, dal passato al presente. Termino dicendo che forse non è un caso che le due autrici lavorino in Televisione, perché senza rinnegare quanto scritto fino ad ora, direi che la storia ha ottimi tempi televisivi, sarebbe interessante in un futuro vedere la trasposizione di “Sapore di Rosa” sul piccolo o grande schermo.

Ora, in attesa del secondo romanzo, chi volesse comprare il primo, può farlo o nelle librerie Arion, oppure seguendo questo link:


Mario Scelzo.

lunedì 6 gennaio 2014

Renzi, Fassina e gli autogoal del Pd.


POLITICA - Il neo segretario del Pd Matteo Renzi, rispondendo alle domande di un giornalista rispetto alle sollecitazioni del Vice Ministro dell’Economia (nonché esponente di spicco della sinistra Pd) Stefano Fassina su un ipotetico rimpasto di Governo, risponde con un “Fassina chi? Non lo conosco”. Per tutta risposta, Fassina annuncia dimissioni irrevocabili dal suo incarico di vice ministro. Questi i fatti, alcune considerazioni.

A mio parere, sbagliano entrambi, e la figuraccia come spesso accade la fa tutto il Partito Democratico. Se però dovessi dare delle pagelle, darei un 4 a Renzi ed un 3 a Fassina.

Il 4 a Renzi lo motivo col fatto che fino ad ora il neo segretario si stava muovendo molto bene, sia sul piano delle proposte generali, sia nella gestione del Partito. Indubbiamente, come è giusto che sia, sta portando avanti le sue proposte, ma non aveva avuto un comportamento ostile verso la minoranza, anzi da molti era stata salutata come una volontà di tenere unito il Partito la nomina a Presidente del Pd dello sconfitto alle Primarie Gianni Cuperlo. Renzi marciava compatto, forte nelle proposte al Governo, e con l’appoggio di tutto il partito. Ma alla prima curva la sua macchina sbanda, un segretario non può e non deve fare battute su un membro, peraltro autorevole, del proprio partito. Altrimenti si potrebbe pensare (ed io un parte lo temo) che il suo personaggio sia in gran parte costruito a tavolino, le sue mosse siano tutte studiate, ma appena emerge il vero Matteo Renzi si ha di fronte una persona poco dialogante e molto autoritaria.

Veniamo al 3 a Fassina. Se è vero che la battuta di Renzi è infelice, è anche vero che la reazione di Fassina è a mio parere eccessiva. La mia impressione è che il vice ministro dell’economia era già sul piede di guerra e aspettava solo un pretesto per abbandonare il Governo e per mettere in difficoltà il neo segretario. Comprendo le divergenze politiche tra Fassina e Renzi, capisco che l’ala sinistra del Pd si senta poco rassicurata, ma i problemi vanno affrontati alla luce del sole. Io ad esempio non ci vedrei nulla di male se Fassina, magari i giovani turchi e qualche nostalgico del Pds si rifugiasse tra le braccia di Sel, per allargare il campo della sinistra, alleata poi col Pd che guarda più al centro di Renzi. Ma, tutto si può fare, tranne che iniziare l’ennesima guerra di logoramento al Segretario. Il Popolo della Sinistra è stufo di vedere segretari più o meno capaci dover essere sempre costretti a subire i mille distinguo delle tremila correnti del partito.

Faccio un auspicio: il Pd ha bruciato Veltroni, Franceschini, Bersani, Prodi, non si faccia lo stesso errore con Renzi. Piaccia o no, il Sindaco di Firenze ha stravinto le Primarie, indubbiamente gode di un grande seguito, e potrebbe essere finalmente la carta vincente per il Pd per le prossime elezioni. Non logoriamolo in polemiche, distinguo, e giochi sotterranei. Soprattutto, le divergenze siano chiare e non sotterranee, frutto di alchimie politiche spesso figlie di risentimento e vittimismi, di veti incrociati ed antipatie.

Scrivo queste righe perché penso che la polemica Renzi – Fassina sia un clamoroso autogoal per il Pd, che potrebbe essere finalmente il Partito del Cambiamento, e potrebbe stravincere le elezioni in mancanza di avversari. Il Movimento 5 Stelle ad oggi è solo insulti e chiusura, la destra è spaccata, al Centro ci sono più partiti che elettori, se il Pd una volta tanto riuscisse a non dividersi su tutto, potrebbe vincere le elezioni in carrozza e finalmente proporre al paese un Governo del Cambiamento.

Ps. In conclusione, un augurio di pronta guarigione per Pier Luigi Bersani. Personalmente gli riconosco una grande passione politica ed un notevole attaccamento al Partito. Lo considero una persona seria e sono anche convinto che sarebbe stato un buon Premier. Penso che, non è certo il solo, anche lui ha fatto i suoi errori, molte delle sue scelte non le ho condivise (ad esempio la scelta di candidare Marini al Colle, e poi di far rieleggere Napolitano). Ciò non toglie che gli riconosco passione, impegno e dedizione, valori che ad esempio non riconosco ad altri importanti leader della sinistra, in particolare ad uno coi baffi che possiede una barca a vela. Questi però sono dettagli, la salute prima di tutto, auguri Pier, ti auguro di bere al più presto un buon Lambrusco delle tue terre.

 

Mario Scelzo.

venerdì 3 gennaio 2014

Le proposte di Renzi e le chiusure del M5S

POLITICA - Il Segretario del Pd Matteo Renzi ha lanciato una serie di proposte per l’Agenda del Governo dei prossimi mesi, proposte riguardanti la modifica della legge elettorale, una riforma del mercato del lavoro e norme per migliorare la complessa tematica dei diritti civili.

Premesso che sono anni che sentiamo parlare di proposte, commissioni bicamerali, comitati di saggi, e premesso che come cittadini siamo stanchi di proposte e vorremmo i fatti, detto questo,  vorrei fare due brevi osservazioni rispetto a quelle di Renzi

             Per la prima volta, da anni, il Pd non insegue ma detta le condizioni. Siamo abituati da anni a vedere un Partito Democratico di solito impegnato a difendersi dalle proposte e/o veti e/o ricatti del centrodestra. Indubbiamente la persona che negli ultimi 20 anni ha avuto in mano il pallino del gioco si chiama Silvio Berlusconi, e spesso gli elettori di centrosinistra si sono lamentati ( a mio parere giustamente ) di vedere il proprio partito inseguire Berlusconi, trattare con Berlusconi, non proporre una tale legge per non infastidire Berlusconi. Tante volte il popolo di Centro Sinistra ha accusato i suoi rappresentanti di non essere capaci di superare l’ostacolo Berlusconi.

Ora, Renzi può piacere o meno, ma è indubbio sia un ottimo comunicatore, ed è agli atti che è molto abile nella strategia e nella tempistica. Finalmente il Pd si propone come un partito capace con le sue idee (ed i suoi voti, è pur sempre il primo partito italiano) di condizionare (si spera in meglio), la vita politica italiana.

             Dopo neanche alcune ore dalle proposte del Segretario Pd, arriva la risposta di Paolo Becchi, ideologo vicino al Movimento 5 Stelle, che tweetta:

 
                     Paolo Becchi @pbecchi

Renzi si metta il cuore in pace non ci sarà alcuna riforma del bicameralismo perfetto con l'aiuto del #M5S.Cominci a restituire il maltolto

 
Posizione legittima, lasciatemi dire che mi sembra però una posizione alquanto infantile. Sembra dire: “Siccome la proposta non l’ho fatta io, non va bene”.

E mentre molti esponenti del Movimento si domandano a nome di chi Becchi scriva, e mentre Grillo tace, ai parlamentari pentastellati arriva l’SMS del capo gruppo alla camera Federico D’Incà che scrive:  “Non cedere alle provocazioni di Renzi su media, le risposte verranno date dai capogruppo M5S nelle sedi opportune.”

Io sono sempre più convinto che ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle non frega assolutamente nulla della situazione del paese. Non capisco cosa ci sia di male nel vedere le carte di Renzi, ovviamente per poi aprire una discussione, le proposte non devono essere approvate a scatola chiusa, si può aprire un confronto, un dibattito, una riflessione.

Prendo personalmente atto che il movimento 5 Stelle è il movimento dei no, del rifiuto del cambiamento. Peccato, potevano contribuire a costruire una Italia migliore, si stanno ormai relegando per loro scelta ai margini della politica. Prevedo per loro un futuro fatti di tante chiacchiere e pochi fatti concreti. Non è quello di cui il paese avrebbe bisogno. Da cittadino spero che alle prossime elezioni la gente si ricordi dei numerosi NO AL CAMBIAMENTO pronunciati dai parlamentari del Movimento.

Mario Scelzo.

Fiat e Chrysler: cosa possiamo aspettarci?

ATTUALITA' - Il 2014 è cominciato con un annuncio storico per l'industria italiana: FIAT ha completato l'acquisto delle azioni di Chrysler, il gruppo americano fallito e risanato con l'accordo ed il contributo del governo USA. Qualcuno ha istintivamente provato orgoglio ed entusiasmo, qualcun altro si è preoccupato per un'azienda che sembra sempre più lontana dalla sua storia e dai suoi stabilimenti italiani, tutti in fase fiacca di attività. Acquistare un'azienda straniera quando gli operai italiani sono in cassa integrazione, lo possiamo considerare ingiusto o immorale?

Sergio Marchionne, protagonista della strategia di sviluppo dell'azienda negli ultimi anni, ha sempre sostenuto che quella tra Chrysler e FIAT è una alleanza di tecnologie e mercati complementari: da una parte le auto piccole, i motori a basso consumo, una storica presenza in Europa ed America Latina; dall'altra, grandi berline e fuoristrada che sono apprezzati non solo nel tradizionale mercato nordamericano, ma anche in Cina. Insomma l'obiettivo non sarebbe di abbandonare gli stabilimenti italiani, malgrado le numerose polemiche con politica e sindacati, bensì fare di FIAT un colosso internazionale che possa produrre ogni tipo di auto e venderlo ovunque. Non è una idea originale: il maestro di questa strategia è Carlos Gosn, presidente di Nissan e poi di Renault, che è riuscito ad integrare alla perfezione queste due aziende così lontane per goegrafia e mentalità. Renault e Nissan hanno messo insieme la loro forza tecnologica e commerciale e riescono, insieme, a fronteggiare i più grandi colossi dell'auto, come GM, Toyota e Volkswagen.

In realtà, Marchionne vuole realizzare qualcosa di ancora più complesso, perché all'alleanza industriale vuole aggiungere quella finanziaria. La ragione di questo è che la borsa italiana è troppo piccola per consentire a FIAT di raccogliere tutti i capitali necessari al suo sviluppo. Quindi, mentre Renault è rimasta a Parigi e Nissan a Tokyo, FIAT medita di trasferire la sede a Detroit e la cassa a Wall Street. I manager FIAT hanno già iniziato a considerare l'Italia un mercato come tanti e avere atteggiamenti "politicamente scorretti" come correre a costruire una nuova fabbrica in Serbia mentre si chiude, a Termini Imerese, il perno intorno a cui ruotava uno dei pochi nuclei industriali della Sicilia. Una politica industriale spregiudicata, funzionale per l'azienda ma indifferente rispetto all'Italia. Non a caso FIAT è anche uscita da Confindustria. Certo, l'Italia resterà sicuramente il punto di riferimento di FIAT per l'Europa, resterà il paese dove si produrrà la maggior parte dei modelli. Contestualmente ai 4 miliardi per le azioni della società americana, altri 3 sono stati stanziati per gli stabilimenti di Mirafiori e Cassino, da tempo in stato di incertezza. Queste due fabbriche dovranno produrre auto medio-grandi, per una fascia di mercato che FIAT ha progressivamente abbandonato e in cui adesso sembra voler tornare con convinzione. Sembra davvero possibile un rilancio del glorioso marchio Alfa Romeo, peraltro anticipato dalla sportivissima 4C. Un modello a tiratura limitata, ma volutamente estremo per stupire (sui circuiti internazionali strappa tempi all'altezza di supercar ben più potenti e costose) e mostrare che Alfa si pone su una strada di eccellenza tecnologica. Quello che mancava era una tecnologia adeguatamente collaudata ed economica per la trazione posteriore (che FIAT ha abbandonato da decenni), per i cambi automatici (poco comuni in Europa) e una rete di concessionari tale da assicurare adeguati numeri di vendita. Adesso il 100% di questi elementi è a disposizione, e si allontanano le voci che volevano una vendita del marchio a Volkswagen. Resta nella palude invece un altro marchio storico, Lancia, per il quale non sembrano esserci idee o prospettive. L'uso del marchio su modelli americani d'importazione (Flavia, Thema e Voyager) si è rivelato un fiasco e alla fine Lancia resta dipendente da un solo modello, la Ypsilon, venduta quasi solo in Italia e Francia. C'è il forte rischio che il marchio venga abbandonato, per il sommo dispiacere dei "lancisti". Continuando a parlare di stabilimenti, quelli del sud (Pomigliano e Melfi) resteranno focalizzati sulle auto piccole, l'inossidabile Panda (di cui forse sarà prodotta una versione ingrandita) e la nuova, attesa coppia di piccole fuoristrada: quella marchiata Jeep sarà presentata a marzo, quella a marchio FIAT qualche mese dopo e sarà l'ennesimo elemento della famiglia 500. Insomma sembra che, a parte l'ormai chiuso Termini Imerese, tutti gli stabilimenti FIAT abbiano un futuro.

I risultati parziali della strategia Marchionne sono contraddittori. In Nordamerica le cose vanno bene, sia perché il mercato si è in generale ripreso, sia perché va forte il marchio Jeep, quello che porteranno almeno due dei modelli da produrre in Italia. In Europa invece va male. FIAT, riorganizzandosi, ha abbandonato interi segmenti di mercato, come quello delle berline a 3 volumi e delle station wagon. Non ha quindi cercato di reagire al calo delle vendite rinnovando i propri prodotti, come hanno fatto la maggior parte degli altri costruttori. Una strategia sbagliata secondo alcuni, perché ha fatto sparire quote di mercato che chissà se sarà mai possibile recuperare. Una strategia esatta secondo altri, che hanno osservato come PSA (Peugeot e Citroen), abbia inondato il mercato di modelli nuovi belli, moderni e funzionali, ma non abbia ottenuto altro che debiti talmente elevati da rischiare il fallimento. E PSA è, per il tipo di auto che produce e per i mercati che serve, il gruppo automobilistico più simile a FIAT. Tant'è che il salvataggio del gruppo francese è avvenuto grazie agli americani di General Motors, gli stessi che in passato erano entrati nel capitale di FIAT. Cruciali saranno i risultati che otterranno i nuovi modelli della famiglia Alfa. I manager FIAT ostentano ottimismo, perché hanno deciso di seguire le stesse linee guida che hanno consentito di rilanciare, con risultati ottimi, il marchio Maserati. 

Per tornare alla domanda del titolo, cosa possiamo aspettarci dunque da FIAT? Dal punto di vista societario e legale, la paura nell'aria è che il prossimo tassello della strategia sia trasferire il vertice del gruppo al di là dell'oceano. Anche se l'occupazione restasse intatta, per la continuità della produzione e per il mantenimento di Torino come sede per l'Europa, inevitabilmente sarebbe un colpo. Un altro triste regalo del processo economico chiamato globalizzazione. Dopo le innumerevoli aziende industriali, commerciali e di servizi che sono già diventate "straniere" perché acquistate da imprese o imprenditori non italiani, una azienda storica che per propria scelta si trasferisce all'estero, non per produrre a basso costo, ma per lavorare in un sistema paese che consente orizzonti più ampi.

Alessio Mammarella

giovedì 2 gennaio 2014

Il contro discorso di Grillo, l’ennesima replica di un testo già sentito

POLITICA - Se dovessimo paragonare il discorso di fine anno di Grillo ad uno spettacolo teatrale, credo che parlando del discorso di un ex comico il paragone è calzante, dovremmo ammettere che si tratta dell’ennesima replica di un testo già sentito molte volte. Grillo, dopo un paio di giorni di campagna mediatica per il suo contro discorso, infatti ha usato prevalentemente i soliti e, ormai vecchi, argomenti.
Ha attaccato il Capo dello Stato promettendo, ma lo fa ormai da mesi, l’impeachment, si prende la paternità della decadenza di Berlusconi grazie al voto palese (ma Berlusconi è decaduto grazie al voto del Senato dove il M5S non ha la maggioranza e quindi con i voti determinanti del PD, Sel e i centristi), ha parlato della difesa dell’articolo 138 della Costituzione (dimenticando però di dire che il suo MoVimento vorrebbe  mettere le mani ad alcuni articoli come quello dei senatori a vita), ribadisce che non hanno preso i soldi dei rimborsi elettorali (dimenticando di dire che per il regolamento delle camere il M5S non ha diritto a quei rimborsi), ribadisce che questo governo è stato fatto da Napolitano di nascosto in una notte (dimenticando però di dire che secondo la nostra Costituzione il presidente della Repubblica, sentiti i gruppi parlamentari, da l’incarico al Presidente del consiglio che dovrà poi ricevere la fiducia dai due rami parlamentari e c’erano poche alternative in campo, pensando anche che il suo MoVimento non ha proposto nessuno come primo ministro), ha fatto il solito attacco all’Europa dei banchieri e riproposto il referendum sull’Euro (dimenticando però di dire che secondo la nostra Costituzione non sono ammessi referendum su i trattati internazionali), attacca il mondo dell’informazione (niente di nuovo per chi attacca i giornali e i giornalisti con ritmo settimanale), dice di avere contro tutti dai partiti ai giornali alla massoneria. È riciclata anche l’unica battuta che fa, quando chiama Letta il nipote di suo zio.

Tutto già detto molte volte in molte occasioni e diversi post, la vera differenza è che non usa il linguaggio colorito che lo ha contraddistinto negli anni.

Probabilmente l’unico argomento “nuovo” che usa è l’attacco alla Corte Costituzionale, ma questo argomento lo abbiamo sentito usare già da un altro “attore” politico. Su questo punto poi Grillo mente affermando che ci sono voluti 6 anni alla Corte per decidere quando la Corte di Cassazione si è rimessa alla decisione della Corte Costituzionale solo lo scorso 17 maggio.

Speriamo che nel prossimo spettacolo-discorso ci siano delle novità.

martedì 31 dicembre 2013

Delusione a 5 Stelle

POLITICA - Il 2013 è stato un anno ricco di novità ed avvenimenti politici, molti di questi avvenimenti probabilmente condizioneranno, nel bene o nel male, la società e la vita politica dei prossimi anni.

Indubbiamente una delle principali novità del 2013 è il notevole successo elettorale, con conseguente ingresso in Parlamento, del Movimento 5 Stelle. Il Movimento fondato da Beppe Grillo aveva già riscosso un discreto interesse, ed era entrato a far parte di consigli comunali e regionali, ma per la prima volta si presentava alle elezioni politiche. C’era molta attesa, molti si aspettavano percentuali interessanti, probabilmente nessuno aveva previsto il 25% dei consensi.

Prima considerazione. Il successo è stato notevole, ma a livello di coalizione il Movimento si piazza al terzo posto, dietro il Centrosinistra ed il Centrodestra, ed a livello di risultato del singolo partito, si piazza al secondo posto, non al primo come sostiene Grillo. Piaccia o no, esiste il voto degli italiani all’estero, e nella somma del voto di tutti gli italiani, il Pd è avanti rispetto al 5 Stelle, potete tranquillamente controllare sul sito del Viminale.

Dirò subito la mia. Sono enormemente deluso dal comportamento tenuto in questi mesi dal Movimento. Non l’ho votato, ma ritenevo che il movimento potesse essere una novità positiva nel panorama politico, a mio parere invece il movimento non ha portato nulla di nuovo e di interessante, se non una serie di gaffes, offese gratuite, campagne populiste, nonché una totale incapacità di coinvolgere gli altri partiti nelle loro iniziative.

Sono deluso perché, a mio parere, il Movimento ha coscientemente rifiutato la responsabilità di governare. Potevano entrare nel Governo Bersani, ovviamente per poi uscirne se lo ritenevano opportuno. Hanno scelto di stare all’opposizione.

Io ritengo sia molto più facile fare una opposizione distruttiva, tutti sono capaci a dire che fa tutto schifo, sarebbe stato interessante vedere il MoVimento 5 stelle alla prova di una alleanza di Governo.

Proverò comunque ad argomentare la mia delusione, andrò per punti:

             Considero la politica l’arte del compromesso. Al di là dei contenuti, ricordo partitini con meno del 2%, come quello di Mastella, oppure i Verdi, che hanno pesantemente condizionato governi e coalizioni. Oppure ricordo la Lega Nord, che con un 5-6% di consensi, ha dettato per anni la linea dei Governi di Centro-Destra. Non condivido nessuna delle idee leghiste, però a mio parere sono stati molto abili nel far pesare i loro, pochi, voti. Constato che con il 25% dei voti, il Movimento non è al Governo, non ha ministeri, non ha fatto approvare quasi nessuna delle sue proposte di leggi. Strategicamente, è un fallimento.

             Uno dei cavalli di battaglia del Movimento è quello sulla trasparenza. Ogni spesa deve essere rendicontata, non devono esistere conflitti di interessi, le lobby non devono condizionare la vita del Parlamento etc….iniziative che davvero considero lodevoli. Mi stupisce però una incoerenza di fondo. Grillo ed i suoi, che tuonano chiedendo trasparenza, non ne hanno al loro interno. Il Blog di Grillo, anima indiscussa del movimento, spesso pubblicizza slot machine, oppure grandi gruppi del Capitalismo Italiano, come Italo. I parlamentari del 5 stelle chiedono trasparenza agli altri partiti, non hanno le palle di chiedere trasparenza al loro capo. Mi direte, è un libero cittadino, fa quello che vuole. Giusto, segnalo però una profonda incoerenza tra quello che si comunica e quelli che sono i propri comportamenti.

E’ anche molto ambiguo che all’interno di un movimento che fa della trasparenza uno dei suoi punti forti, nessuno sappia bene che ruolo abbia Casaleggio, nessuno conosca la dichiarazione dei redditi di Grillo, nessuno abbia chiaro il processo decisionale.

Considero eloquente quando successo sull’immigrazione. Due deputati votarono per modificare la Bossi – Fini, poche ore dopo, tramite il blog viene pubblicato un post a firma di Grillo e Casaleggio, arriva una immediata scomunica nonché “invito” a ritrattare la proposta. E’ un esempio tra i tanti, ma chiarisce l’ambiguità di un movimento dove in teoria decide la rete, in pratica comandano uno o due.

             Sono rimasto negativamente colpito da quello che io chiamo integralismo grillino. La mia impressione è che a volte, pur di non votare provvedimenti di altri partiti, i deputati del 5 stelle si arrampicano sugli specchi per trovarne gli aspetti negativi. Mi spiego, ovviamente è legittimo non condividere molte delle proposte della maggioranza di governo, è però sospetto quanto TUTTE le proposte della maggioranza non sono considerate degne di attenzione. Io ho l’impressione che se il Pd proponesse il reddito di cittadinanza nella forma richiesta dal 5 Stelle, i grillini non lo voterebbero, sostenendo che loro avrebbero fatto di meglio. Insomma, mi pare che più che al bene del paese, tengano alla loro immagine. A volte, un minimo di dialogo, non guasterebbe.

In conclusione, la mia delusione nasce da una considerazione. Provo a spiegarla con una metafora. Una persona sta annegando, una persona gli lancia una corda per aiutarlo. Ecco, il grillino mi sembra uno che sta li e dice, no, la corda non va bene, meglio la boa, senti, meglio la mia boa che la tua corda, leva quella corda, solo che mentre si discute, la persona è annegata. Questo mi sembra l’atteggiamento spesso tenuto in Parlamento dai deputati del Movimento.

Mario Scelzo

lunedì 30 dicembre 2013

#Grillomente: sulle vacanze di Natale Grillo fa solo disinformazione

POLITICA - Anche se la polemica è esplosa qualche giorno fa, vale la pena ritornarci per alcuni istanti.

Grillo posta un video nel quale si vedono i deputati Titti Di Salvo (Sel) e Andrea Romano (Scelta Civica) invitare i colleghi a dare certezza sul calendario dei lavori e riflettere sulla possibilità di una chiusura dei lavori parlamentari in vista delle vacanze di Natale. Fino a qui nulla di strano, una forza politica, il MoVimento 5 Stelle, vorrebbe protrarre i lavori il più possibile, mentre altri deputati chiedono di poter passare le festività natalizie a casa. Non entro nel merito di questa polemica, ma bisogna soffermarsi su due punti in particolare.

La violenza scatenata dal post. Oggi il post di Grillo, con i relativi commenti, è sparito, ma per diverse ore era on-line, dando a molti la possibilità di commentare. Ai classici insulti, ormai all’ordine del giorno, si sono aggiunte le minacce di morte verso i due parlamentari. Una violenza forte che non giova al dibattito politico. Una violenza forte e inspiegabile, due giorni di vacanza possono scatenare tanta violenza? Il Presidente della Camera, Laura Boldrini ha diffuso una nota nel quale spiegava che “Non vogliamo e non dobbiamo rassegnarci a questo imbarbarimento del dibattito pubblico, che cancella ogni distinzione tra la legittima critica ai politici e l’esercizio della più sfrenata violenza verbale.”

La disinformazione di Grillo. Ma c’è un altro punto importante da sottolineare. Grillo, in questo caso, mente. Solo pochi giorni fa attaccava il vice direttore de La Stampa, Massimo Gramellini, accusandolo di fare disinformazione e ci cade anche lui. Il primo ad accorgersene è Andrea Sarubbi, giornalista ed ex parlamentare quindi il male assoluto per molti grillini, che risponde ad un post su facebook dell’onorevole Gianluca Vacca (M5S) che 23 dicembre aveva scritto: “La Camera chiude. Abbiamo provato a inchiodarli qui fino al 24, anche al 25 se necessario. Ovviamente pur di evitare questo hanno posto l’ennesima fiducia e sono tornati tutti a casa, per le vacanze”. Sarubbi risponde “Non è vero! Avete concesso la deroga alle 24 ore di tempo tra la richiesta di fiducia e il voto per tornare a casa la vigilia di Natale. Perché dite bugie?”. Vacca prova a rispondere “Andrea, si tratta di poche ore, dopo l’apposizione della fiducia potevamo fare ben poco ormai” Ma Sarubbi non ci sta e rincara la dose “Non è vero. Potevate passare il 23 notte alla Camera e lavorare il 24. Non lo avete fatto.”

Bisogna capire come funziona il regolamento della Camera. Nel caso il governo fa richiesta del voto di fiducia vengono bloccati i lavori parlamentari per 24 ore. Il voto di fiducia non è un voto qualsiasi, il governo ci mette la faccia, non si possono apportare modifiche ne proporre emendamenti ma bisogna votare sul decreto governativo così com’è, e nel caso il decreto non ottenesse la maggioranza il governo non ha più la fiducia e decade, per questo il regolamento da la possibilità di fermare i lavori e avere 24 ore per riflettere bene. Naturalmente c’è la possibilità di deroga alle 24 ore, come dice Sarubbi. Nel caso in cui tutti i gruppi parlamentari fanno richiesta di anticipare il voto questo può essere espresso prima delle 24 ore.

Nei giorni precedenti al Natale si discuteva alla Camera il “Salva Roma”. Nel pomeriggio del 22 il governo pone il voto di fiducia e, da regolamento con la pausa di 24 ore, la votazione nominale sarebbe iniziata intorno alle 19 del 23 con relativa partenza dei parlamentari non prima del 24. Alcune forze parlamentari avevano chiesto la deroga, iniziando le votazioni nella mattinata del 23. Questo sarebbe stato possibile solo, ripeto solo, con l’ok anche del M5S. Ma, a sorpresa, durante la conferenza dei capo-gruppi alla Camera, il rappresentante del M5S, l’onorevole Villarosa, si dichiara d’accordo anticipando di fatto il voto.

I grillino avrebbero potuto obbligare a iniziare la votazione di fiducia il 23 e protrarre la discussione fino al 24 dicembre, ma non lo hanno fatto, e Grillo si è dimenticato di dirlo, iniziando una grave campagna d'odio contro Titti Di Salvo e Andrea Romano, quando anche i suoi parlamentari erano d'accordo.

Il Presidente Boldrini, nella nota che abbia già citato, infatti continuava: “Un comportamento ancor più inaccettabile perchè, nel caso specifico, tutti i gruppi, incluso il M5S, avevano dato l’assenso alla deroga che ha consentito di anticipare di poche ore il voto di fiducia di lunedì 23. Trovo assai scorretto che non ci si voglia assumere, davanti ai cittadini, la responsabilità delle decisioni prese all’unanimità, e che anzi si forniscano false ricostruzioni dei fatti.”