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lunedì 17 febbraio 2014

La disoccupazione giovanile e le lezioni di chi nella vita “ha vinto facile”

ATTUALITA' - Il numero dei disoccupati in Italia continua a crescere e molti di essi sono giovani. E' un problema complesso, articolato in molte parti. C'è un trend di lungo periodo dovuto alla tecnologia, alla scomparsa di posti di lavoro per via dell'automazione. Più macchinari e meno persone nell'industria, ma anche più bancomat e meno cassieri, più pompe automatiche e meno benzinai. Il mondo del lavoro è pieno di esempi del genere. Il problema della disoccupazione tecnologica, sempre presente dall'inizio della rivoluzione industriale, sarebbe però perfettamente gestibile, se non ci fossero altre criticità.
 
C'è ad esempio una mancata corrispondenza tra mondo della formazione (scuola e università) e mondo del lavoro. La scuola italiana non tiene il passo rispetto alle innovazioni che modificano continuamente la vita economica e sociale. Cosa ancora peggiore, non sembra riuscire a portare allo scoperto le attitudini di ciascuno. Questo fa si che anche la scelta della facoltà universitaria, momento cruciale nella vita di una persona, sia fatta quasi “al buio”: il triste fenomeno dell'abbandono universitario dipende in gran parte da questo, da giovani che dopo uno o due anni di studi si rendono conto di aver imboccato una strada completamente inadatta a loro. E “mollano”, dopo aver perso tempo e denaro. "Fallire” ancor prima di iniziare a lavorare.
Poi, al di là della formazione ricevuta, chi cerca un impiego deve vedersela con un sistema del collocamento obsoleto e burocratico che non aiuta nessuno a trovare un lavoro. Nessuno: lo dicono le statistiche oltre che la vox populi. E' inutile che lo Stato e gli enti locali si inventino “mance” ed “incentivi” per le imprese disposte ad assumere. Pensare di risolvere la disoccupazione significa credere che le persone siano un oggetto, e che si possano vendere mettendole in “offerta speciale”.
Ben altra cosa sarebbe lavorare seriamente, lavorare per la crescita economica, risolvere i problemi che rendono il sistema italiano non competitivo e fare in modo che le persone abbiano l'opportunità di mostrare le loro capacità. La disoccupazione è un potenziale non sfruttato, è tenere l'energia di un paese dentro un cassetto.
 
Tuttavia la classe dirigente italiana non sembra interessata né a rilanciare la crescita né a correggere i problemi strutturali che rischiano di far perdere nel nulla una intera generazione. L'ultimo esempio è quello di John Elkann, che, parlando ai ragazzi di una scuola, ha detto che i giovani non vogliono davvero lavorare, non hanno fame, vogliono stare a casa. Dimenticatevi quindi tutto ciò che ho appena illustrato, la colpa è dei giovani stessi: viziati, indolenti, ignoranti.
 
Carlo De Benedetti e Diego della Valle hanno subito stigmatizzato queste parole. Il secondo in particolare, ha definito Elkann “un imbecille”. Senz'altro questo episodio si innesta sulla più lunga scia polemica dovuta alla battaglia per la proprietà de “Il Corriere della Sera” il più storico e blasonato tra quotidiani italiani. Ma senza dubbio Della Valle si fa portatore di tanti imprenditori italiani veraci, che non hanno avuto per nonno Gianni Agnelli. Un “divo” su cui probabilmente nessuno oserà mai girare un film biografico non autorizzato.
Eppure, come dicevo, quello offerto da John Elkann è solo l'ultimo esempio. Si può pensare che sia semplicemente come lo descrive Della Valle, ma le parole di Elkann sembrano parole radicate nella classe dirigente italiana. Il primo a definire i giovani “bamboccioni” fu Tommaso Padoa Schioppa. Anche lui, invece di analizzare da buon economista i problemi strutturali, si è limitato a gettare la croce sui giovani. Del resto, il compianto “mr. conti” sembra non si fosse accorto di nessuno dei gravi problemi strutturali dell'economia italiana, problemi che poi sono esplosi dopo la crisi americana del 2007-2008 dovuta alla speculazione sui prodotti finanziari derivati.
Come non citare poi Renato Brunetta, che definì “l'Italia peggiore” i giovani precari in cerca di una stabilizzazione contrattuale. Come non citare Elsa Fornero, che fu pure ministro del lavoro, e coniò il più internazionale “choosy”. Schizzinosi, perché non disposti a fare lavori diversi rispetto alla formazione ottenuta, non disposti ad allontanarsi da casa per lavorare. Poi i giornali scoprirono che la figlia della signora ministro un po' choosy lo era: lavora nella stessa università dei genitori, con possibilità di fare sempre la pausa caffé con mammà.
 
Viene da pensare che sia proprio un problema di darwinismo sociale. I “figli di” sono vincenti a prescindere. Per loro sono ovvi alti stipendi, contratti stabili, condizioni lavorative comode. Per tutti gli altri, a meno che non siano dei talenti assoluti, i diritti sono un capriccio e lo studio è una superflua perdita di tempo. Un vizio che va corretto, spingendo i giovani verso specializzazioni di basso valore. "Ci sono tanti posti nel settore alberghiero” ha detto ancora Elkann. Nell'alberghiero, appunto, non nell'aerospaziale o nelle nanotecnologie. Ed a un altro giovane, che gli chiedeva se, una volta diventato elettricista, avrebbe potuto trovare un posto in Fiat. Risposta di Elkann: “Prima diventa elettricista e poi ne riparliamo.” Per carità, gli fosse passato in mente di rispondere: “Elettricista? Impegnati per diventare ingegnere.” Meglio un elettricista.
 
Mentre in tutto il mondo si cerca di elevare il livello di istruzione, in Italia ci si lamenta del fatto che ci siano troppi laureati e pochi camerieri. Se si ragiona così, in un paese che sta perdendo il suo ruolo di potenza industriale e tecnologica, quale è l'Italia che si immagina il sig. Ellkann nel 2020, nel 2030, nel 2040? Un paese impoverito dove il 50% delle persone sopravviverà lavorando nel turismo?


Alessio Mammarella

giovedì 23 gennaio 2014

Lancia: dal blu al blues

ATTUALITA' - In un recente articolo avevamo commentato la notizia dell'acquisizione di Chrysler da parte di FIAT, ed avevamo presentato anche delle idee sulla futura strategia del gruppo. Le nostre ipotesi sono state in gran parte confermate da John Elkann e Sergio Marchionne nella conferenza stampa che hanno tenuto a Detroit, ormai da padroni di casa, all'apertura del salone dell'Auto. Adesso, finalmente, tocca all'Italia, ai suoi marchi ed ai suoi stabilimenti produttivi. Ma, un momento... Lancia?
Il marchio “blu”, che ha fatto la storia dell'automobile, sembra interessare poco a Sergio Marchionne. Per il manager, Lancia è solo “una marca che non vende”, o peggio “una marca che non può vendere”. Approccio superficiale secondo i “lancisti”. Alcuni sono anziani, e sono stati clienti soddisfatti in passato. Molti altri sono giovani, erano bambini o adolescenti quando la Lancia vinceva i rally, anzi li dominava. Sono più di quanto non si pensi: una intera generazione è cresciuta con quel sogno e non riesce ad accettare che il marchio muoia senza far nulla. Il web si è riempito di blog e di pagine anti-Marchionne sui social network. Spesso la vittima dell'ironia e delle critiche è la Ypsilon, piccola di casa Lancia, che viene criticata anche per l'immagine prevalentemente “femminile” e non sportiva.
I freddi numeri sembrano dar ragione al manager: Lancia vende ben poco, quasi solo in Italia e quasi solo Ypsilon. Quello che i numeri non dicono è però che l'ultima gamma Lancia è composta in gran parte da auto americane, grosse e in parte obsolete, che si pensava di poter vendere in Europa usando una “etichetta” italiana. Sarà vero che i mezzi a disposizione non erano molti, ma non si può considerare un perdente chi non viene messo in condizioni di competere. Sgradevole paradosso, si è messo il marchio Lancia alla vecchia Chrysler 200 e le si è dato anche un nome nobile, Flavia. Un nome usato quando le Lancia erano concorrenti di Jaguar e Mercedes, auto senza compromessi, originali nella tecnica e riferimento per lo stile. Quasi un oltraggio, abbinare una vettura tanto ordinaria ad un nome tanto glorioso. A questo salone di Detroit viene presentato il nuovo modello di Chrysler 200, ben fatto e decisamente più adeguato allo scopo, si precisa che questa vettura non sarà importata in Italia. Se la gestione Marchionne ha un lato fantozziano, non c'è dubbio che sia questo. Ma il “direttore galattico” ha deciso: la Ypsilon sarà l'unica auto a portare il glorioso marchio blu. E anche l'ultima, perché dopo lascerà il campo a un ennesimo modello della già articolata “famiglia 500” della FIAT.
Nel frattempo, gli appassionati piangono già la fine di Lancia, e non resta che commemorare ciò che resta di un passato mitico. La Flaminia presidenziale, esempio di eleganza che nessuna auto moderna sembra in grado di eguagliare. La Beta Montecarlo e la Stratos, sportivissime degli anni '70. La Delta, la “deltona” a trazione integrale con la sua più famosa livrea “Martini Racing”. Forse fu fatale, nel destino di Lancia, l'acquisto di Alfa Romeo da parte di FIAT. Alfa e Lancia facevano auto dello stesso tipo, ed i manager FIAT trascorsero tutti gli anni '90 a riflettere su come differenziare le due marche. L'idea di base era che la Alfa dovessero essere sportive e le Lancia eleganti. Ma se le Alfa erano mal rifinite per non rubare clienti a Lancia e le Lancia erano fiacche per non rubare clienti ad Alfa, alla fine questa politica si rivelò suicida e altre marche rubarono i clienti a tutte e due producendo auto che erano semplicemente di qualità, quindi con gli interni e le motorizzazioni migliori possibili. L'unica differenza tra Alfa Romeo e Lancia è che la prima è riuscita comunque a produrre dei modelli di successo, come la 156 e la 147, e questo la fa percepire come una marca ancora viva, seppure in crisi. Lancia, invece, è percepita come definitivamente caduta, in particolare dopo l'insuccesso della Thesis, la grande berlina che doveva segnare il ritorno nel mercato delle auto di fascia alta. Da allora solo auto piccole e medie, versioni “eleganti” dei corrispondenti modelli FIAT. Fino al grossolano tentativo di importare auto USA ed alla decisione odierna di chiudere.
Eppure gli appassionati hanno le idee chiare. Loro vogliono auto sportive. Vogliono la nuova Fulvia, presentata ormai dieci anni fa come semplice showcar. Vogliono la nuova Stratos, che l'ex pilota Michael Stoschek produce e vende da se (usando motore e componentistica Ferrari!) Vogliono, magari, la nuova Delta proposta dal giovane designer indipendente Angelo Granata. Ma a Torino, dove hanno in portafoglio già Ferrari, Maserati e Alfa, di un altro marchio di auto sportive non vogliono proprio sentir parlare. E allora quelli dei fan sono solo sogni forse, sogni tristi, blue, blues. Lancia era blu, e sarà solo blues...

Alessio Mammarella