Visualizzazione post con etichetta terremoto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terremoto. Mostra tutti i post

giovedì 2 maggio 2013

L’Aquila tornerà a volare

La case dello studente
Attualità -
Premessa. Sarei felice se il Governo in carica, in un clima di riconciliazione nazionale, mettesse la ricostruzione dell’Aquila come uno dei punti principali della sua attività di Governo.
Fino al 2012 non ho mai messo piede a L’Aquila. Ho visto la città per la prima volta ad Aprile del 2012, circa tre anni dopo il terremoto, e ci sono tornato nei giorni scorsi. Volevo provare a raccontarvi le mie sensazioni sulla città, sulla ricostruzione, sulla vita quotidiana delle persone. Sensazioni positive, anche se, come spiegherò meglio, permangono ancora numerose difficoltà.
Per chi non conosce la città, una rapida descrizione: come molte città dell’Italia centrale, L’Aquila ha un centro storico ben delineato, non enorme ma ricco di monumenti e di storia, sede dei palazzi delle istituzioni, attorno al centro si sviluppa poi una periferia più moderna dove prevalgono le attività commerciali e le zone residenziali. Potremmo dire che nel centro storico le case sono più vecchie e quindi non costruite con criteri antisismici, mentre fuori dal centro le case nuove dovevano essere costruite con criteri antisismici (o almeno avrebbero dovuto esserlo, pensate solo allo scandalo della Casa dello Studente, struttura moderna crollata durante il terremoto). In sintesi, il terremoto ha enormemente danneggiato il centro e ha portato danni di entità minore in periferia.
In sostanza quasi tutti gli abitanti del Centro Storico sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Il Governo di allora, guidato da Berlusconi, ha preso alcune decisioni, forse sbagliate, ma va dato atto che ha affrontato il problema. Si è decido di privilegiare la costruzione di nuove case rispetto alla ricostruzione di quelle distrutte. Sono cosi nate le new town, nuovi agglomerati urbani, con case dignitose, ma in aree scollegate e lontane dal centro. Tranne rarissimi casi, tutti gli sfollati abbiano ricevuto una casa, ma questa decisione ha portato ad un generale abbandono del centro storico.
Aggiungiamo un ulteriore elemento: sono stati stanziati molti fondi per l’Aquila, fondi italiani, comunitari, donazioni di privati, ma gran parte di questi soldi sono per così dire bloccati nei meandri della burocrazia, delle gare di appalto, dei controlli. Di fatto, molti soldi stanziati ma pochi cantieri aperti. A peggiorare il tutto, ripicche politiche e mancanza di visione comune tra giunta comunale e giunta regionale, anche nella tragedia sono ricomparse le logiche della contrapposizione politica. Molti danno merito all’ex Ministro Barca, a capo del dicastero della Coesione Territoriale, di essersi notevolmente impegnato per sbloccare e rendere operativi i fondi stanziati.

Immaginate la vita di una città media, che spesso si sviluppa attorno al Corso, alla Piazza del Duomo, al Comune, al passeggio ed allo shopping, si ritrova senza centro. Quando parlo di centro, parlo di piazza, di luogo di incontro, di condivisione, dei luoghi che danno un anima ad una città. Pensate a Roma senza Via del Corso, Piazza Navona, Piazza Santa Maria in Trastevere, pensate a Napoli senza Piazza Plebiscito e Via Toledo, a Firenze senza Piazza della Signoria.
Un anno fa praticamente in Centro era aperto solo il Corso Principale e la Piazza del Duomo, appena ci si spostava nei vicoli, o il deserto, oppure transenne, il tutto circondato da enormi ponteggi. Praticamente, una città morta. Eppure, la città che ci era sembrata morta di giorno, la sera si era improvvisamente riempita di giovani, che, come in mille altre città del mondo, affollavano i locali e pub presenti. Giovani con le loro voci, i vestiti sgargianti, qualche coppietta che si scambiava tenere effusioni, insomma si vedeva un minimo di ritorno alla vita. Tornando all’Aquila esattamente un anno dopo, posso dire che qualcosina è cambiato, qualche negozio ha riaperto, qualche cantiere è in fase avanzata,  i ragazzi in giro per il Corso, la città leggermente più vivace, specialmente la sera. Un minimo di vita urbana, anche se permangono enormi spazi chiusi alla vita pubblica. La mia impressione è che gli attuali residenti delle new town abbiano mantenuto l’abitudine di incontrarsi in centro.
Se ovviamente va accelerata la ricostruzione, forse va preso atto, con tristezza, che alcune parti della città sono difficilmente ricostruibili, ci sono intere zone di case vecchie crollate su altre case ancor più decrepite, non ho competenze in merito ma ad occhio vedo veramente complicata una totale ricostruzione. Ciò non toglie però che va fatto il possibile per salvare il salvabile, e, soprattutto, va ideato un sistema per rimettere in moto l’economia. Andrebbe incentivata una presenza quotidiana, per rendere appetibile alle attività commerciali, il ripristino del loro esercizio.
Ho un paio di proposte: la prima, noi tutti cittadini italiani, dovremmo sosteniamo l’Aquila. Andiamoci, visitiamola, passiamo una notte in albergo, mangiamo nei ristoranti, insomma come possibile sosteniamo l’economia. Voi direte, ma come, fare turismo su una tragedia? Più che di turismo, parlerei di mostrare vicinanza ad una città ferita, parlerei di guardare alle ferite della città con gli occhi della speranza. Si potrebbe pensare di portare le scolaresche a visitare la città, spiegando loro il terremoto ma parlando anche del senso di sostenere moralmente ed economicamente la città.
La seconda. A Roma e Venezia abbiamo il Festival del Cinema, Torino ha il salone del libro, in Puglia la Notte della Taranta, si potrebbe pensare per L’Aquila ad un Festival di rilievo mondiale, per portare turismo ed interesse alla città. Se non sbaglio, la città ha una solida tradizione musicale, possiede un vivace conservatorio, perché non pensare ad un festival di musica classica? Oppure, di musica contemporanea?
Riflessioni, spunti, idee, ma quello che cerco di trasmettervi con queste parole, è che l’Aquila deve restare nei nostri cuori, e che l’Aquila tornerà a volare.

Mario Scelzo

mercoledì 17 aprile 2013

Terremoto in Iran, anche gli USA offrono aiuto

Gli Stati Uniti sono "pronti a offrire assistenza in questo momento difficile" a Iran e Pakistan colpiti dal terremoto. Così si esprime in una nota il segretario di Stato Usa John Kerry rendendo esplicita l'offerta di aiuto statunitense e presentando le sue "più profonde condoglianze" alle "famiglie delle vittime, ai feriti e alle comunità che hanno subito danni alle loro case e alle loro proprietà" nel sisma di ieri. Per certi versi un atto dovuto ma che giunge quanto mai opportuno in questa fase di tensioni crescenti tra i due paesi.


Intanto in Iran la situazione resta tanto tragica quanto sconosciuta. I primi bilanci seguiti al potente terremoto che lo scorso 16 aprile ha devastato il sud est del Paese sono già drammatici: fonti locali citate dai siti dell'area parlano di almeno 81 morti e migliaia di edifici crollati. Il regime di Teheran nega invece ogni perdita in vite umane. La città di Hiduch nel sudest dell’Iran “è stata interamente distrutta” dal sisma che ha colpito l’area. Lo scrive il Guardian, citando fonti iraniane. E vittime si registrano anche in Pakistan: 34, secondo le autorità di Islamabad. L'epicentro è stato localizzato a circa 86 km dalla citta' di Khash e 81 km da Saravan, entrambe con oltre 50.000 abitanti, e a 167 km da Iranshahr, che invece ne conta quasi 100.000. Nella zona sono centinaia di migliaia le case costruite con mattoni di fango, secondol'agenzia semi-ufficiale Fars.

Sebbene secondo gli esperti quello di ieri rappresenti il sisma più potente degli ultimi 50 anni, l’Iran è un Paese fortemente sismico e già abituato a fare i conti con le conseguenze devastanti dei terremoti: già nell’agosto scorso 2012 vi era stato un terremoto con 306 morti e circa 4.500 feriti a Tabriz, nel nordovest. Il sisma che nel dicembre 2003 colpì l’antica città di Bam causò tra i 25 mila e i 31 mila morti a seconda delle stime e ancor più tragico fu il terremoto del giugno 1990, ancora una volta nel nord-ovest, che fece circa 37 mila vittime e più di 100 mila feriti nelle province di Gilan e Zanjan.



lunedì 8 ottobre 2012

Prevenire i disastri naturali, l'attenzione è mondiale, l'impegno locale (dovrebbe)

ATTUALITA' - Forse non tutti sanno che nell'agenda delle Nazioni Unite esiste anche una data dedicata alla riduzione dei Disastri Natuarali. "La Giornata Internazionale per la Prevenzione delle Catastrofi Naturali" si svolge, da dieci anni, per decisione dell'Assemblea Generale dell'ONU, ogni secondo mercoledì di ottobre.

In Italia ogni anno il tema del rischio ambientale torna prepotentemente alla ribalta delle cronache. L'ultimo tragico terremoto in Emilia ha evidenziato tutta la fragilità delle infrastrutture anche in un territorio considerato ad alta industrializzazione. Ma si sà, tecnologia e prevenzione non sempre vanno d'accordo, bisogna che ci sia l'interesse e prima ancora la presa di coscenza che "prevenire è possibile": forse non sapremo mai quando avverà un terremoto o una tempesta, ma avremo la certezza che le nostre case e i nostri luoghi di lavoro sono preparati ad affrontare ogni situazione.

Così il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, nel suo messaggio per la giornta di quest'anno, ha dichiarato: “Coloro che pianificano l’assetto delle città devono tener conto delle principali fonti di rischio nelle aree urbane, come ad esempio quelle causate da management, pianificazione ed esecuzione inadeguati. I processi decisionali dovrebbero essere globali e partecipativi e i principi dell’urbanizzazione sostenibile dovrebbero essere accolti e difesi, soprattutto per il benessere di coloro che vivono nelle baraccopoli o in sistemazioni di fortuna. La riduzione del rischio di disastri riguarda tutti noi ed ha bisogno della partecipazione e dell’investimento da parte della società civile, dei network professionali, così come di comuni e dei governi nazionali”.

Per approfondire il tema, visita la sezione "eco-disastri e dintorni" sulla biblioteca virtuale di www.archivio900.it >

Roberto Bortone