sabato 30 novembre 2013

Appello contro la pena di morte e contro la violenza

       Roma, Colosseo, 30 novembre 2013

Giornata Internazionale delle Città per la Vita

 

 
Signori Ministri della Giustizia,
Signori Responsabili  dei Governi,

Abbiamo davanti a noi un sogno, che è realizzabile: per la prima volta nella storia del mondo un pianeta senza pena di morte. Già più di 140 paesi nel mondo non la usano più. Nel 2012 un paese su dieci soltanto a usato la pena di morte. Ma è sempre troppo.

La pena di morte crea sempre nuove vittime: i familiari di chi è ucciso; ma anche chi partecipa al meccanismo di morte. E non guarisce dal dolore i parenti delle vittime. La pena di morte non è un deterrente, non riduce la violenza, aggiunge una morte alla morte.


Abbiamo imparato che "occhio per occhio, dente per dente" è una trappola, perché  tutto il mondo diventa cieco.  Lo sappiamo bene, noi del movimento Genti di Pace. Lo sappiamo bene perché tanti nostri amici sono fuggiti dalle guerre.
Anche tra di noi c’è chi diceva: alla violenza si risponde con la violenza. Ma alla fine non si crea un mondo  più sicuro. Vince solo la paura e la voglia di vendetta.

Papa Francesco ha detto: «Pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono».

Basta, davvero, con i sacrifici umani del XXI secolo! La vita è sempre sacra!

Fermiamo la pena di morte. È possibile!

Dipende da noi. La morte si combatte solo con la vita!

Che il XXI secolo sia il secolo senza più pena di morte. Insieme ci riusciremo.

Genti di Pace

Roma, Colosseo, 30 novembre 2013

Giornata Internazionale delle Città per la Vita

venerdì 29 novembre 2013

Città per la vita, Città contro la Pena di morte

Il Colosseo a Roma illuminato
 per dire no alla pena di morte
ATTUALITA' - Il 30 novembre del 2002, la Comunità di Sant’Egidio ha lanciato la prima Giornata Mondiale delle “Città per la vita-Città contro la Pena di morte” (Cities For Life, Cities Against the Death Penalty).  La data è stata scelta perché ricorda la prima abolizione della pena capitale: quella del Granducato di Toscana, il 30 novembre 1786.

Circa 80 città hanno partecipato alla prima edizione nel 2002. Oggi sono oltre 1600, tra cui 70 capitali nei cinque continenti, le città che prendono parte a questa Giornata, con iniziative a carattere educativo e spettacolare che vedono coinvolti monumenti o piazze-simbolo e con interventi mirati alla sensibilizzazione dei cittadini.

Il 30 novembre 2012 oltre 1600 città di 87 paesi diversi nel mondo hanno dato vita, con mobilitazioni, marce, sit in, spettacoli, assemblee pubbliche, in scuole e università, prese di posizione ufficiali dei Municipi e dei Consigli cittadini, alla decima edizione della Giornata Mondiale Città per la Vita.

Ogni città che aderisce mette a disposizione come “logo vivente” il monumento principale che diventa “parlante” per illuminazione diversa, perché oggetto di proiezioni che sottolineano l’impegno e il dialogo con i cittadini per un mondo senza pena di morte.

La Giornata Internazionale delle Città per la Vita/Città contro la Pena di Morte rappresenta con la giornata Mondiale contro la pena di Morte del 10 ottobre la più grande mobilitazione contemporanea planetaria per indicare una forma più alta e civile di giustizia, capace di rinunciare definitivamente alla pena capitale.

L’obiettivo è quello di stabilire un dialogo con le società civili, il coinvolgimento degli amministratori in un percorso di abolizione della pena di morte, capace di diventare una pratica costante e una caratteristica identitaria della città che aderisce e dei suoi cittadini. Anche in paesi e stati mantenitori. In tal modo si aprono occasioni di coinvolgimento di strati più larghi della società civile anche in aree in cui la pena di morte è praticata, rafforzando l’iniziativa di attivisti e organizzazioni locali all’interno di una rete internazionale.

Il Colosseo di Roma, illuminato da una luce speciale, è diventato luogo e il simbolo universale della battaglia abolizionista, offrendo una visibilità internazionale a quanti, nel mondo raggiungono risultati importanti sulla via dell’abolizione o di una moratoria duratura. Il New Jersey e il New Mexico hanno festeggiato davanti al Colosseo le abolizioni del 2007 e del 2009.

La Giornata delle Città contro la Pena di Morte è una delle iniziative che caratterizzano l’impegno di tutta la Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte. Rappresenta il punto di arrivo della settimana abolizionista che precede il 30 novembre e una occasione di mobilitazione “global”, globale e locale. La lettera di invito alle diverse città e la responsabilità delle iniziative è aperta alla collaborazione di tutti i soggetti abolizionisti del mondo e può essere animata oltre che dalla Comunità di Sant’Egidio anche dalle organizzazioni umanitarie e dagli attivisti più impegnati città per città. In questo modo sia altre organizzazioni internazionali, che associazioni e gruppi locali, possono farne una occasione di sensibilizzazione della cittadinanza, di gruppi specializzati (studenti, insegnanti, giuristi, opinion leader, amministratori, testimonial, stampa e giornalisti), sia una occasione di mobilitazione e di allargamento del consenso alle proprie iniziative, rafforzando la capacità di incidenza e la propria membership.

Il sito web della campagna per l’abolizione della pena di morte nel mondo (http://nodeathpenalty.santegidio.org/ ), accessibile anche dal sito generale della Comunità, www.santegidio.org  e in link permanente con il sito della Coalizione Mondiale contro la pena di Morte

Il sito web mette in rete le oltre 1600 “Città per la vita” pubblicando i contenuti delle iniziative che vengono realizzate in occasione della Giornata Internazionale “Città per la Vita - Città contro la Pena di Morte”. Il titolo generale, globale, si è consolidato nel tempo nel messaggio "No Justice Without Life” e le iniziative si concentrano nella giornata 29-30 novembre, ma si distribuiscono anche nel corso dell’anno, all’interno di una campagna cittadina a diversa intensità, con l’obiettivo di un coinvolgimento organico permanente delle amministrazioni cittadine.In alcuni casi è nata da questo la creazione di un Fondo per l’Assistenza Legale dei condannati a morte, in altri il gemellaggio tra classi di studenti e condannati a morte, gemellaggi tra città, programmi educativi e artistici, adesione di mezzi di informazione. Le città che aderiscono a “Cities for Life” hanno a disposizione nel sito web uno spazio dove mettere on-line le loro iniziative per la campagna (illuminazione monumenti, eventi pubblici, conferenze, spettacoli teatrali, ecc.) e collegare con dei link le pagine prodotte su altri siti. Attraverso il modulo di adesione presente sul sito decine di nuove città ogni hanno chiedono di aderire alla campagna. Per invitare la propria città a partecipare al Movimento delle Città Contro la Pena di Morte è possibile scaricare dal sito web il kit di base e contattare la segreteria di coordinamento (abolition@santegidio.org) per la firma congiunta della lettera di invito,  avere accesso ai materiali già esistenti per la mobilitazione e la comunicazione (filmati, dichiarazioni di testimoni internazionali, invito a testimoni significativi) e avere conoscenza delle diverse iniziative nel mondo per potere suggerire a chi vuole impegnarsi e ai responsabili delle città una lista graduale di iniziative e azioni.

Antonio Salvati

mercoledì 27 novembre 2013

Sant'Egidio e la pena di morte

Dominique Green
ATTUALITA' - Dalla seconda metà degli Anni Novanta la battaglia contro la pena capitale è diventata uno dei terreni di impegno globale e una priorità della comunità di Sant’Egidio. Sintesi di molte violazioni dei diritti umani, la pena di morte rappresenta sempre, infatti, una forma di tortura mentale dei condannati, contraddice una visione riabilitativa della giustizia, abbassa l’intera società civile al livello di chi uccide, legittima la violenza e una cultura di morte al livello più alto, da parte dello stato, mentre dice di volere difendere la vita umana e colpisce in maniera sproporzionata minoranze politiche, etniche, religiose e sociali, umiliando l’intera società.

La Comunità di Sant’Egidio ha iniziato dalla vicinanza concreta ai condannati a morte, attraverso visite, corrispondenza, difesa legale, l’umanizzazione della condizione di vita carceraria, e è diventata negli anni un protagonista globale della battaglia per una moratoria universale e l’abolizione della pena capitale nel mondo. Negli anni ha promosso corrispondenza e contatti diretti con oltre 1500 detenuti e la difesa di oltre 300 condannati a morte in diverse aree del mondo. 

Nel 1998 la Comunità di Sant’Egidio ha dato vita all’Appello per una Moratoria Universale che ha raccolto leader religiosi di tutte le principali tradizioni religiose mondiali, credenti e non credenti, in un manifesto morale che ha raccolto oltre cinque milioni di firme in 153 paesi del mondo ed è stato consegnato alle Nazioni Unite alla vigilia del voto della storica Risoluzione dell’Assemblea Generale sul rifiuto della pena di morte come mezzo di giustizia (2007).

Nel 2002 la Comunità di Sant’Egidio ha contribuito alla nascita, a Roma, presso la sede principale della Comunità, a Sant’Egidio, della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.
Sempre nel 2002, la Comunità di Sant’Egidio ha lanciato la prima Giornata Mondiale delle “Città per la vita-Città contro la Pena di morte” (Cities For Life, Cities Against the Death Penalty), il 30 novembre di quell’anno. La data è stata scelta in ricordo della prima abolizione della pena capitale: quella del Granducato di Toscana, il 30 novembre 1786.
Per sviluppare nuove strategie e visioni comuni Sant’Egidio organizza ogni anno, dal 2004, una Conferenza Internazionale dei Ministri della Giustizia, di giuristi e membri delle Corti Supreme, da paesi che hanno abolito la pena capitale e da paesi mantenitori.

Le Conferenze Internazionali rappresentano il laboratorio di un metodo di lavoro che continua a tutti i livelli, dalla società civile, al dialogo con le leadership e i rappresentanti politici, durante l’anno, in tutti i paesi che intervengono.
Il radicamento della Comunità di Sant’Egidio in più di 25 paesi africani con membership locale ha permesso l’individuazione di soluzioni locali condivise e una “contaminazione positiva” dei percorsi di riduzione della violenza e dell’uso della pena di morte che valorizza le culture e le esperienze del continente.

La particolare attenzione rivolta al continente africano, in rapido cambiamento, ha consentito, in questi ultimi anni, di sostenere, attraverso le conferenze, percorsi legislativi, sociali, parlamentari e di orientamento dell’opinione pubblica, che hanno portato alla riduzione o all’abolizione, de jure e de facto, della pena capitale ( Burundi, Gabon, Togo…).
In Asia e in America Latina la Comunità di Sant’Egidio si muove a livello nazionale e transnazionale, potendo disporre di una rete locale e di contatto istituzionali, interreligiosa e governativa, attiva in altri settori di impegno  di dialogo, umanitario o per la pace.

Nel 2012 la Conferenza Internazionale ha visto una partecipazione più importante anche di rappresentanti di paesi asiatici, destinata a consolidarsi nei prossimi anni.
Antonio Salvati

martedì 26 novembre 2013

Cosa dice, veramente, Boccia a Minoli

POLITICA -
L’onorevole Francesco Boccia, presidente della V commissione della Camera dei Deputati e marito del Ministro De Girolamo (passata da poco nel Nuovo Centro Destra di Alfano)  interviene a Mix24, trasmissione radiofonica condotta da Giovanni Minoli, e subito le sue dichiarazioni innescano una feroce polemica intorno alle sue parole sull’argomento che in questi giorni la fa da padrone, la decadenza del senatore Silvio Berlusconi.

Intanto una piccola premessa: Boccia è un deputato, quindi non voterà domani la decadenza di Berlusconi.

Boccia poi fa parte di un partito (il PD) che di errori ne ha commessi molti in questi anni e non ha certo bisogno di essere difeso, ma viste le tante polemiche si possono spendere qualche riga sulla vicenda.

Detto questo la sensazione è che molte polemiche, nate sui social network, sono sterili, soprattutto risentendo le parole dell’onorevole (l’audio dal fatto Quotidiano: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/11/26/decadenza-berlusconi-boccia-pd-accredita-bugie-della-super-testimone/255350/ ) .

Le accuse che si fanno a Boccia sono due: la prima è che lui sarebbe favorevole ad attendere il giudizio della Consulta sull’interpretazione della  Legge Severino, la seconda è che lui sarebbe favorevole alla revisione del processo visti i documenti prodotti da Berlusconi.

Ma Boccia non afferma nessuna delle due frasi.

Minoli infatti gli chiede se sarebbe stato più utile aspettare l’interpretazione della Consulta sulla Legge Severino e Boccia risponde semplicemente “In un paese normale si”, che non significa che lui vorrebbe aspettare ma che sarebbe stato utile farlo in un paese normale, sarebbe stato utile chiedergli cosa fosse per lui un paese normale, ma Minoli non lo fa e rimarremmo con il dubbio.

Nella domanda successiva  Minoli chiede  “Adesso si parla di carte americane che dovrebbero cambiare il contesto della sentenza sui diritti Mediaset, se fosse così si aspetta una revisione del processo?” e Boccia risponde: “Se fosse così mi aspetterei la revisione del processo come per qualsiasi altro cittadino”. Lo stesso Boccia spiega, tramite agenzie di stampa che “Per evitare ogni equivoco e inutili polemiche, non ho fatto alcuna valutazione sui documenti presentati da Berlusconi” come si può sentire dall’intervista di Minoli. Boccia, non chiede la revisione del processo e non dichiara che le carte prodotte nella conferenza stampa di Berlusconi siano sufficienti alla revisione, non entra nel merito dei documenti ma si limita ad affermare che ne caso ci siano prove che possano scagionare un imputato passato in giudicato per tre gradi di giudizio questi possa chiedere la revisione del processo.

Bisogna dare ragione a Boccia quando dichiara all’ANSA: “Solo in Italia queste risposte banali creano sconcerto e polemiche.”

Speriamo che nelle prossime occasioni Boccia sia almeno meno banale.

lunedì 25 novembre 2013

la pena di morte nel mondo

ATTUALITA' - Gli sviluppi registrati nel 2012 dimostrano che, nonostante le battute d’arresto, la tendenza globale verso l’abolizione della pena di morte rimane costante. I dati del 2012 e degli ultimi mesi del 2013  sull’utilizzo della pena di morte confermano un cammino irreversibile verso l’abolizione universale. Nel mondo, solo un paese su dieci esegue condanne a morte. Tuttavia, il 2012  ha visto anche battute d’arresto: destano preoccupazione la ripresa delle esecuzioni in Gambia, Giappone, India e Pakistan, così come un allarmante aumento delle esecuzioni in Iraq.  Nel corso del 2012, si sono registrate 682 esecuzioni in 21 paesi. Il dato, tuttavia, non tiene conto delle migliaia di esecuzioni che avvengono in Cina ogni anno. Tre quarti di esse sono state registrate in soli tre paesi: Arabia Saudita, Iran e Iraq.  

Sebbene siano almeno 682 le persone messe a morte nel 2012  ( un dato in linea con quello del 2011 quando sono state eseguite 680 condanne a morte)  il numero delle sentenze capitali sono diminuite da 1.923 (in 63 paesi) nel 2011 a 1.722 (in 58 paesi) nel 2012.
Negli ultimi 20 anni, numerosi stati hanno abolito la pena capitale per tutti i reati.

Alla fine del 2012 risultavano almeno 23.386 le persone rinchiuse nei bracci della morte in tutto il mondo, un numero da considerarsi minimo poiché ottenuto sommando, ove disponibili, i singoli dati di ogni paese.  
Nel 2012 sono state registrate commutazioni o grazie in 27 paesi: Afghanistan, Arabia Saudita, Bahrain, Bangladesh, Botswana, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Gambia, Guatemala, Giordania, Guyana, India, Indonesia, Iran, Kuwait, Mongolia, Myanmar, Nigeria, Saint Kitts e Nevis, Sierra Leone, Singapore, Stati Uniti d’America, Thailandia, Tunisia, Uganda, Vietnam e Yemen.

In sette paesi sono stati rilasciati detenuti perché innocenti: Bangladesh, Egitto, Guyana, India, Nigeria, Stati Uniti d’America e Taiwan.  
Il 20 dicembre, la sessione plenaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la quarta risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni. La risoluzione 67/176, approvata con 111 voti a favore, 41 contrari e 34 astensioni, riafferma quanto stabilito dalle risoluzioni precedenti, la 62/149 del 2007, la 63/168 del 2008 e la 65/206 del 2010. Essa richiama gli stati: a rispettare gli standard internazionali sulla salvaguardia della protezione dei diritti di coloro che affrontano la pena di morte; a ridurne progressivamente l’uso e il numero di reati per i quali può essere comminata; a istituire una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte. La risoluzione richiama gli stati che hanno abolito la pena di morte a non reintrodurla. Infine, essa afferma che la questione della moratoria dovrà essere nuovamente discussa nel corso della 69° sessione del 2014, durante la quale il Segretario Generale presenterà il rapporto sull’implementazione dei richiami contenuti nella risoluzione del 2012.

Sebbene gli Stati Uniti siano stati l’unico paese delle Americhe a eseguire condanne a morte nel 2012, questo è avvenuto in soli nove stati della federazione, contro i 13 del 2011. Il Connecticut, inoltre, è diventato il 17° stato abolizionista ad aprile, e il Maryland  il 18° nel maggio 2013. Nei restanti paesi delle Americhe, sono state emesse solo 12 sentenze capitali.
La Mongolia e il Benin hanno ratificato il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, in vista dell’abolizione della pena di morte, rispettivamente il 13 marzo e il 5 luglio. In entrambi i paesi, i disegni di legge per implementare la ratifica nella legislazione nazionale erano ancora in corso alla fine dell’anno. Nel mese di settembre il Madagascar ha firmato il Secondo protocollo opzionale.

India e Pakistan hanno ripreso le esecuzioni. L’India ha eseguito la sua prima condanna a morte dal 2004 e il Pakistan ha effettuato la sua prima esecuzione dal 2008. Tuttavia, il Vietnam non ha eseguito condanne a morte e Singapore ha osservato una moratoria sulle esecuzioni, prendendo inoltre in esame modifiche legislative alle leggi sulla pena di morte. La Cina ancora una volta ha eseguito più condanne a morte che nel resto del mondo, tuttavia a causa del segreto che circonda l’uso della pena di morte nel paese, non è stato possibile ottenere un quadro preciso della sua applicazione. E’ recente tuttavia l’annuncio di una prossima riduzione dei reati passibili di pena capitale, che avrà l’effetto di una sensibile diminuzione delle condanne. L’Iran è secondo solo alla Cina a livello mondiale per numero di esecuzioni ogni anno. Un aumento allarmante delle esecuzioni è stato registrato in Iraq, rendendo il paese il terzo per numero di esecuzioni al mondo e con il più alto incremento di esecuzioni confermate dal 2011. Almeno 129 persone sono state messe a morte, almeno il doppio rispetto al 2011 (circa 68), e il dato è il più alto dal 2005. Nessuna condanna a morte è stata eseguita in Libano per l’ottavo anno consecutivo, ma almeno nove sentenze capitali sono state emesse sia in corti civili che militari. L’Arabia Saudita è stato il quarto paese per numero di esecuzioni al mondo. Si sono registrate almeno 79 esecuzioni, numero che si avvicina a quello del 2011 (82). Le esecuzioni hanno riguardato reati come l’omicidio ma almeno 29 persone sono state messe a morte per aver commesso reati che non hanno provocato vittime e che non sono considerati come i reati più gravi dagli standard internazionali.
La Bielorussia ha continuato ad essere l’unico paese della regione a eseguire condanne a morte e lo ha fatto nella più rigorosa segretezza. Nel 2012 sono stati messi a morte almeno tre detenuti.

In Tunisia, il governo di transizione ha commutato le sentenze di 125 persone nel braccio della morte. Tuttavia, la bozza di Costituzione non esclude la pena di morte. In Egitto la nuova costituzione non contiene articoli sul diritto alla vita e non esclude la pena capitale. Durante i rispettivi Esami periodici universali presso il Consiglio per i diritti umani, il Marocco e la Tunisia hanno respinto le raccomandazioni ad abolire la pena di morte e a ratificare il Secondo Protocollo. In Algeria sono state emesse almeno 153 sentenze capitali: la maggior parte delle persone sono state condannate per reati legati al terrorismo, altre per omicidio e molte senza essere presenti al processo. Ad agosto, nove condanne a morte sono state eseguite in Gambia, le prime nel paese in quasi 30 anni. In Sierra Leone non ci sono più prigionieri nel braccio della morte.
Più di due terzi dei paesi al mondo ha abolito la pena di morte per legge o nella pratica. Al 31 dicembre 2012 i paesi erano così suddivisi:  

97 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato.
8 paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra.

35 paesi sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte.
In totale 140 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica.

58 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma il numero di quelli dove le condanne a morte sono eseguite è molto più basso.


 

venerdì 22 novembre 2013

Grillini, riassunto della gaffe precedente.

POLITICA - Quando, a marzo, è partita la nuova legislatura, in molti hanno commentato l’arrivo tra i banchi parlamentari del MoVimento 5 Stelle come l’arrivo dei marziani. I neo parlamentari, digiuni dalle stanze del potere, sembravano particolarmente spaesati tra le vie romane.

A distanza di qualche messe i “grillini” hanno inanellato una serie di gaffe (più o meno goffe) da risultare complicato trovarne in altre legislature così tante all’interno di un solo movimento politico.

L’ultima in ordine arriva dalla Commissione cultura della Camera dei Deputati. Oggetto della discussione era il finanziamento per “l’istituzione del premio biennale di ricerca Giuseppe Di Vagno per la conservazione della memoria del deputato socialista assassinato il 25 settembre 1921.” Tra i tanti emendamenti presentati di 5 stelle uno in particolare fa riflettere, quello che chiede la sostituzione della parola “Socialismo” con la frase “cultura sociale, economica, ambientale.” Bisogna ammettere, come viene testimoniato dalle pagine del Senato del MoVimento, che la loro intenzione era quello di far ritirare la legge perché avrebbe finanziato la Fondazione dedicata alla prima vittima socialista del regime fascista colpevole, a loro dire, di una amministrazione legata alla politica (stupisce che la Fondazione dedicata ad un uomo politico socialista sia diretta da un esponente del partito socialista) e per questo hanno presentato 70 emendamenti nella speranza di far ritirare la legge. Ma queste intenzioni non bastano a spiegare il motivo per cui si vuole togliere la parola socialismo al fianco di un uomo che nel 1921 ha perso la vita proprio per questo.

Ma questa è solo una delle ultime. La senatrice Sara Paglini vuole prendere le distanze delle parole della collega della Camera Emanuela Corda che il giorno prima, durante la commemorazione dei caduti a Nassirya, aveva ricordato il kamikaze che si era fatto esplodere, e lo fa con un post sulla sua bacheca facebook dove scrive “Non giustifichiamo tutto altrimenti mi verrebbe da pensare che un giorno si potrebbe anche dire che le stragi naziste, i morti in Siberia, i regimi violenti come quello di Pino Chet , o i colonnelli in Argentina o Pol Pot in Cambogia furono voluti da vittime di un sistema politico deviato e di un’infanzia sfortunata e infelice.” Il dittature Pino forse è un suo conoscente, ma non risulta citato in nessun libro di storia. Ma nella frase che ha fatto il giro nei social network con tanta ilarità della rete c’è un secondo errore, storicamente la dittatura dei colonnelli è quella greca e non argentina che ha avuto si un regime militare ma mai chiamato con quella frase.

Ma i problemi sui fatti storici non sono finiti. L’onorevole Alessandro Di Battista prende la parola alla Camera per spiegare le motivazioni che porteranno al no del MoVimento al rifinanziamento delle missioni all’estero. Il deputato afferma che gli afgani hanno cacciato “i russi giustificati dal partito comunista d’allora”. Il primo errore, veniale, è che non si può parlare di russi ma sarebbe più corretto parlare di sovietici, ma è sul PCI che Di Battista fa l’errore più grave, l’allora segretario del PCI condannò duramente l’invasione afgana da parte dell’Unione Sovietica paragonando l’imperialismo sovietico a quello statunitense. Forse l’onorevole Di Battista potrebbe prendere lezioni sulla storia contemporanea insieme alla sua collega Paglini.

Tra i tanti punti del programma del MoVimento 5 Stelle possiamo leggere: “Insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico.” Se è nel programma uno si aspetta che i parlamentari che propongono un simile punto conoscono la Costituzione a memoria (non basta occupare le aule parlamentari o i tetti di Montecitorio per difenderla). Durante la trasmissione 8 e mezzo con Lilli Gruber non fa una bella figura la senatrice Paola Taverna quando il giornalista dell’Espresso, Marco Damilano, ricordando il punto del programma, le chiede quale è l’articolo costituzionale che parla della libertà di stampa. La senatrice fa scena muta. Scivolone sulla Costituzione anche per la prima capogruppo del MoVimento alla Camera, l’onorevole Roberta Lombardi, che auspicava un presidente della Repubblica giovane “un’età anagrafica per il PdR? non credo ci sia scritto da nessuna parte.” Peccato che ci sia scritto nella Costituzione.

Alla senatrice Enza Blundo ospite ad “un giorno da pecora” gli viene chiesto quanti sono i senatori. Dopo qualche balbettamenti dice sicura che sono 600 (raddoppiandone il numero), mentre Carlo Sibilia, eletto alla Camera dei Deputati pubblica un messaggio su Facebook, in cui ha scritto: “Per governare non c’è bisogno della fiducia di nessuna delle due Camere. Art. 94 della Costituzione. E’ semplice e così faremo“. L’inizio dell’articolo 94 della Costituzione dice invece “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.”

Lacune in storia e scarsa conoscenza della Costituzione. Ma anche in matematica qualche problema c’è.

L’onorevole Giulia Sarti scrive nella sua pagina Facebook : "Possiamo dire che siamo governati da ANALFABETI e FESSINI? In Italia abbiamo 23.431.319 pensionati, i quali percepiscono complessivamente € 270.469.483.350. Se noi garantiamo a tutti i pensionati 5000 euro al mese ci rimangono € 153.312.888.350. Domanda: quanti redditi di cittadinanza possiamo garantire sapendo che la nostra proposta vale circa 30 miliardi?” O la Sarti vuole dare 5 mila euro di pensione all’anno (23.431.319 pensionati x 5 mila euro - 270.469.483.350 di euro spesi all’anno in pensione fa effettivamente € 153.312.888.350), oppure la nostra onorevole dimentica di moltiplicare tutto per 12 mesi (o meglio 13 visto che per la maggior parte delle pensioni è prevista una tredicesima).

Abbiamo citato la Lombardi. Indimenticabile il suo video “porcata di fine legislatura” nel quale denunciava che una parte dei 40 miliardi di euro che il Parlamento stava stanziando per pianare i debiti della Pubblica Amministrazione sarebbero andati alle banche, parlando di “generosa, ennesima, regalia”. Peccato che nel decreto leggiamo che “una parte dei pagamenti alle imprese confluirà immediatamente al settore creditizio, in quanto una quota del portafoglio di debiti risulta già ceduto (pro solvendo o pro soluto) alle banche.” “In altre parole” si può leggere sul sito lavoce.info “bisogna rimborsare le banche perché i debiti della PA di cui si parla sono in parte stati già ceduti dalle imprese alle banche.” La Lombardi criticava senza aver letto il provvedimento o non lo aveva proprio capito?

In questa lista non poteva mancare Vito Crimi. Il primo capogruppo del Senato ne ha fatte diverse, ne segnalo solo una. Durante la discussione sulla decadenza da parlamentare di Silvio Berlusconi, Crimi, membro della Commissione che si stava occupando del senatore Berlusconi, fa apparire sulla sua pagina Facebook un attacco al leader di Forza Italia rischiando di mettere in discussione il lavoro della Commissione stessa visto che quella parte dei lavori erano in camera di consiglio dove si chiedeva ai senatori il massimo di riserbo e nessun contatto con l’esterno. La giustificazione di Crimi? Quel post era stato inserito da un suo collaboratore (a sua insaputa?) facendo ricadere la colpa sul suo porta borse.

L’onorevole Alessio Villarosa che, nei giorni tragici del naufragio di Lampedusa veniva intervistato sulla Bossi-Fini spiega che non ne conosce il contenuto visto che non è una legge in discussione.

Senatori che prendono come collaboratori i propri compagni e si difendono spiegando che nello statuto si parla di conviventi e quelli non lo erano. Il vicepresidente dell’Ars siciliana, Antonio Venturino, che, insieme al presidente della commissione ambiente della regione Sicilia, visitano la base militare di Sigonella con auto blu e lampeggiante.

È un piccolo riassunto, mi sarà sfuggito qualche episodio e ne vedremo ancora molti, ma voleva essere un affresco di questi “rivoluzionari” del terzo millennio.

"La parola segretezza è in sé ripugnante..." per ricordare i 50 anni dall'uccisione di J.F. Kennedy

J.F.K. fu uno dei più influenti e carismatici uomini politici statunitensi. A cinquanta anni dal suo assassinio la sua memoria è ancora molto viva. Primo presidente cattolico degli USA, eletto nel 1960, si batté in politica interna per l'integrazione razziale e ricercò in politica estera le vie di una coesistenza pacifica con l'URSS, pur mostrando grande risolutezza nella soluzione della crisi cubana del 1962 (quando intimò, e ottenne, lo smantellamento delle basi missilistiche sovietiche nell'isola) e decidendo l'invio di truppe americane in Vietnam.

Il 22 novembre 1963 fu ucciso durante una visita ufficiale a Dallas nel Texas in circostanze mai del tutto chiarite, ufficialmente da un killer solitario, Harvey Oswald.

Per ricordarlo vogliamo riproporre uno dei suoi più celebri discorsi, quello che secondo molti segnò per sempre la sua carriera e accelerò la sua tragica conclusione, pronunciato il 27 aprile del 1961, quindi circa due anni e mezzo prima di essere assassinato, al cospetto dei rappresentanti della carta stampata, riuniti presso l’Hotel Waldorf-Astoria di New York. Eccone alcuni passaggi salienti.

27 aprile del 1961 - Discorso pronunciato da J.F.K

«La parola segretezza è in sé ripugnante in una società libera e aperta e noi come popolo ci opponiamo storicamente alle società segrete, ai giuramenti segreti, alle procedure segrete. Abbiamo deciso molto tempo fa che i pericoli rappresentati da eccessi di segretezza e dall'occultamento dei fatti superano di gran lunga i rischi di quello che invece saremmo disposti a giustificare. Non c'è ragione di opporsi al pericolo di una società chiusa imitandone le stesse restrizioni. E non c'è ragione di assicurare la sopravvivenza della nostra nazione se le nostre tradizioni non sopravvivono con essa.

Stiamo correndo un gravissimo pericolo, che si preannuncia con le pressioni per aumentare a dismisura la sicurezza, posta nelle mani di chi è ansioso di espanderla sino al limite della censura ufficiale e dell'occultamento. Non lo consentirò, fin dove mi sarà possibile. E nessun membro della mia Amministrazione, a prescindere dal suo alto o basso livello, civile o militare, dovrebbe interpretare queste mie parole come una scusa per imbavagliare le notizie, soffocare il dissenso, occultare i nostri errori o negare alla stampa e al pubblico i fatti che meritano di conoscere.

giovedì 21 novembre 2013

Seggi elettorali vuoti?

POLITICA -
Alle ultime elezioni politiche del Febbraio 2013 hanno votato il 75.2 degli aventi diritto, dato già in calo, se pensiamo che alle ultime 3 elezioni politiche tenutesi tra il 2001 ed il 2008 dove l’affluenza era sempre stata tra l’80 e l’83%.

Il libro “La Casta”, scritto nel 2007 dai giornalisti Stella e Rizzo è divenuto quasi un simbolo ed un manifesto degli sprechi, dei privilegi, delle dinamiche poco chiare tra potere politico ed economico. A conferma delle tesi esposte nel libro sono poi arrivate le indagini giudiziarie che hanno coinvolto il Presidente del Consiglio dell’epoca Silvio Berlusconi, poi le giunte regionali della Lombardia, del Lazio, del Piemonte e sicuramente dimentico qualche regione.
Nonostante tutto questo, alle ultime elezioni politiche del Febbraio 2013 hanno votato il 75.2 degli aventi diritto, dato non altissimo ma neppure pessimo, insomma 3 persone su 4 si sono recare ai seggi.
Guardiamo cosa è successo dopo.
Per l’elezione del Sindaco di Roma del Giugno 2013 hanno votato il 52.3% al primo turno ed il 45.03% al ballottaggio.
Ad Aprile 2013, in Friuli Venezia Giulia, hanno partecipato al voto il 50.5% degli aventi diritto.
In Trentino, ad Ottobre 2013, ha votato il 62% degli aventi diritto.
Pochi giorni fa, in Basilicata, alle elezioni regionali hanno votato il 47.6% degli aventi diritto.
Roma, Il Trentino, la Basilicata ed il Friuli, 4 zone diverse per storia, tradizione e cultura, ma accomunate da una crescita della astensione, a distanza di non più di sei mesi dalle ultime elezioni politiche. Potremmo azzardare e dire che l’astensione cresce in tutta Italia. Vorrei provare a dare delle mie personali risposte. Per semplificare propongo due ipotesi, in parte collegate: 1) la sfiducia verso il Movimento 5 Stelle; 2) la sfiducia verso i partiti “tradizionali” ( pur cambiando nome, vedi Pdl Forza Italia Nuova Destra, sempre di partiti tradizionali si tratta).
Partiamo dal Movimento 5 Stelle, la mia ipotesi è molto semplice. Tanti avevano visto in loro una speranza, una alternativa, una risposta ai problemi del paese. Insomma, tanti che avevano smesso di votare per mancanza di fiducia nei partiti tradizionali, avevano scommesso su di loro. Ma, dopo sei mesi di figuracce, di chiusura ad ogni forma di dialogo, di no ripetuti, insomma dopo mesi di assenza di qualsiasi iniziativa politica che non sia il solo urlare vaffanculo, hanno deciso di non confermare il loro voto al movimento. A mio parere, non tutti, ma molti degli elettori del movimento 5 stelle erano disponibili ad una alleanza di Governo con il Pd, magari trattando, magari proponendo nomi alternativi, ma non hanno gradito il no secco e perentorio ad ogni ipotesi lanciato dal grande capo. Tanti si sono resi conto di aver votato un movimento che credevano democratico ma è in realtà una sorta di club dove due, Grillo e Casaleggio, decidono per tutti. (Ricordo che alle politiche il Movimento 5 Stelle ha raggiunto il 25% dei voti, mentre tra le comunali a Roma e le elezioni regionali raramente ha superato il 10%).
Quindi, sfiducia verso il 5 stelle, ma chiaramente questi voti non sembrano recuperati dai partiti tradizionali e ad oggi sembrano persi nella astensione. Perché? Perché i partiti tradizionali non attraggono. Una rapida occhiata della situazione. Il Pd, in attesa delle Primarie, non ha una linea chiara, basti pensare alla figuraccia sul caso Cancellieri: i tre candidati alle Primarie annunciano la sfiducia, Letta impone un diktat, il Partito vota la fiducia con Epifani che in sostanza afferma che il ministro è sfiduciato ma non si può sfiduciarlo perché Napolitano e Letta non vogliono (si rimanda all’ultimo articolo di Gavino Pala su queste pagine).
Il progetto di Scelta Civica (come facilmente ipotizzabile, vista l’unione di forze sociali del tutto diverse) è ufficialmente naufragato, ed al Centro continuano movimenti sotterranei, spesso condotti da vecchi lupi di mare della politica tipo Casini, che a mio parere non scaldano l’elettorato, che vede tutto ciò come una minestra riscaldata e povera di contenuti. Sembra di vedere più che la ricerca di un progetto, la ricerca di una poltrona.
Il Centrodestra è diviso da mesi tra falchi e colombe, questo ha portato alla scissione (vera o finta?) tra Forza Italia ed il Nuovo Centrodestra (che di nuovo sembra avere ben poco, se pensiamo che elementi di punta sono il pluriindagato Formigoni, l’ex socialista e forza italiota Cicchitto, l’ex Dc Giovanardi, insomma non proprio dei dilettanti della politica).
Personalmente chi scrive è contrario alla astensione, pensa che il non votare sia la scelta peggiore, perché non è utile sparare nel mucchio, non è saggio il dire sono tutti uguali, pensa che compito del cittadino sia individuare le alternative migliori, pensa che generalizzare sia sbagliato, e pensa che se non votiamo, poi non possiamo neppure lamentarci se le cose non vanno bene.
Però chi scrive pensa pure che i partiti, vecchi e nuovi, dovrebbero mostrare più serietà, più interesse verso i problemi del paese e meno alle alchimie ed alle poltrone, altrimenti alle prossime elezioni gli elettori si conteranno sulle dita di una mano.

Mario Scelzo



mercoledì 20 novembre 2013

Sulla Cancellieri il PD vota compatto, ma quanti errori

POLITICA -
Il Partito Democratico alla fine ha votato contro la sfiducia al Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri. Il susseguirsi degli eventi che hanno portato alla presentazione, da parte del MoVimento 5 Stelle, della mozione di sfiducia sono ben noti come nota è la difesa del Ministro (anche se personalmente non hanno convinto pienamente le sue parole). Stupisce però come è nata la decisione all’interno del Partito Democratico di rinnovare la fiducia al Ministro. Ieri si è riunito il gruppo parlamentare del PD per decidere la linea comune e alla riunione si è presentato anche il Presidente del Consiglio, accettando, in qualche modo, la sfida lanciata da Renzi che chiedeva a Letta di metterci la faccia e  Letta la faccia ce l’ha messa. Per lui il voto di sfiducia alla Cancellieri equivaleva ad un voto di sfiducia al governo tanto da affermare che il voto è un attacco al governo . Ma il ragionamento di Letta fa acqua da tutte le parti. Quella alla Cancellieri era un voto di sfiducia individuale e il governo non è mai stato messo in mezzo, viene messa in dubbio il comportamento della sola Cancellieri e non viene discusso nessun atto del governo. Per altro lo stesso Letta, in questi mesi da Premier, aveva deciso di non occuparsi di quello che accadeva dentro al partito mentre ieri si è scomodato e da Presidente del Consiglio ha fatto ingerenza nei confronti di uno dei partiti che lo sostengono. Bisogna anche ricordare che siamo una Repubblica Parlamentare, è il Parlamento sovrano e decide le sorti del governo, il ragionamento di Letta sembra quindi una forzatura.

Ma la toppa, come si dice, è anche peggio del buco. Durante il suo intervento nelle dichiarazioni di voto alla Camera il segretario Guglielmo Epifani fa due dichiarazioni che dovrebbero lasciare tutti perplessi. Il segretario prima afferma infatti che "Il Governo è alle prese con un compito essenziale e difficile in un

momento difficile della vita del Paese" e aggiunge che ci sono "tante tendenze di sgretolamento, nel Paese e nelle istituzioni, ma non possiamo permetterci ne' il galleggiamento ne' uno stato di fibrillazione continua.” Ma difendere il Ministro invocando la stabilità del Governo è un colpo basso e non entra nel merito della vicenda. Afferma poi che se uno straniere arrivasse in Italia rimarrebbe scandalizzato nel vedere un Parlamento fermo sulla discussione di una telefonata di un Ministro, ricorderei al Segretario del PD che all’estero per quella telefonata non ci sarebbe nessuna discussione, il Ministro di turno si sarebbe già dimesso.

Ultima annotazione. I parlamentari non hanno vincolo di mandato ma dovrebbero votare secondo coscienza (è scritto nella Costituzione), soprattutto di fronte ad una questione tanto delicata come quella della Cancellieri. Stupisce sentire tanti esponenti del PD essere in disaccordo con il voto ma adeguarsi a questo. Lo fa Civati che prende la parola alla fine del dibattito per dichiarare il suo disagio per la decisione presa dal PD ma dichiara il suo voto pro Cancellieri. Lo fa anche l’altro candidato alla segreteria Cuperlo, che su twitter cinguetta: “Per me il ministro #Cancellieri avrebbe dovuto dimettersi prima del voto. Ma se #Letta chiede di essere responsabili dobbiamo esserlo. Tutti.”

lunedì 18 novembre 2013

Un PDL di lotta e uno di governo.

POLITICA - Sono settimane che intorno al più grande partito del centro destra italiano, il PDL, si assiste ad una feroce lotta etologa tra falchi, pitonesse e colombe. Lotta tra filo governativi e parlamentari pronti a togliere la fiducia al governo. Lotta tra chi si professa più filo berlusconiano dell’altro.

Una feroce lotta che si è conclusa sabato con il Consiglio Nazionale del PDL che ha portato alla rinascita di Forza Italia (lo stesso Berlusconi ha sempre detto che il nome PDL non è stata una buona trovata da un punto di vista di marketing tanto che è da più di un anno ha in mente di ritornare al vecchio partito). Da una parte i lealisti berlusconiani pronti, con entusiasmo, a ridare vita al vecchio partito, dall’altra il traditore Alfano con un nutrito gruppo di parlamentari che decide di non entrare in F.I. e dare vita ad una formazione autonoma dal nome “Nuovo Centro Destra”.

Uno però si aspettava, dopo un divorzio tanto lungo e profondo, di trovarsi difronte a due formazioni politiche incompatibili, invece stupiscono le parole dei diretti interessati. Berlusconi è pronto a fare una coalizione con Alfano e chiede di non attaccare le colombe mentre il vice premier e ministro degli interni, in conferenza stampa, non smette di chiamare Berlusconi come il presidente ed è pronto ad una alleanza organica con Forza Italia.

Cosa è quindi cambiato sabato? Oltre alla divisione del vecchio Popolo della Libertà in due formazioni distinte ma non distanti, contigue pronte, in futuro, a governare insieme quale potrà essere la novità politica ad avere due formazioni nel centro destra?

Alfano e il nuovo gruppo politica sarà sicuramente più forte. I suoi 29 deputati e soprattutto i suoi 30 senatori diventano fondamentali per le sorti del governo:  “Se fra 12 mesi avremo centrato gli obiettivi” spiega il vice premier “si potrà fornire un certo tipo di giudizio, altrimenti un altro.” Dall’altra parte Berlusconi, con Forza Italia, potrà fare opposizione al governo e preoccuparsi della sua situazione giudiziaria facendo battaglia a tutto campo sulla sua decadenza. Con due partiti distinti, ma non distanti, ci si aspetta un rimescolamento nelle commissioni per dare il giusto peso alle due formazioni, con il rischio di cambiare gli equilibri oggi esistenti. Due gruppi distinti vuol dire anche più spese per le istituzioni (ogni gruppo parlamentare ha una serie di benefit e di finanziamenti) e più peso nella conferenza dei capogruppi.

Forza Italia, all’opposizione, potrebbe anche chiedere di avere la presidenza di una delle commissioni di garanzia (Copasir oggi alla Lega, Vigilanza rai oggi al Movimento 5 Stelle e  immunità presieduta da un senatore vendoliano) che per prassi o per diritto vanno all’opposizione.

In futuro i due partiti potrebbe provare a pescare, alle prossime elezioni, voti in bacini elettorali diversi, nonostante siano alleati. Forza Italia, partito di lotta e di opposizione, tra gli elettori delusi dalle larghe intese radicalizzando ancor più la propria posizione, mentre Alfano potrebbe chiedere i voti a moderati e centristi (nelle prossime settimane si potrà capire cosa hanno intenzione di fare Casini e i fuori usciti da Scelta Civica) più filo governativi.

In fin dei conti questo divorzio sembra convenire un po’ a tutti.

mercoledì 13 novembre 2013

E se il Porcellum piacesse ai grillini?


POLITICA - 28 maggio 2013, l’onorevole Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera dei Deputati in quota PD, presenta un Ordine del Giorno per abolire il Porcellum e far ritornare, di fatto, in vigore il sistema elettorale precedente, il Mattarellum (uno strano maggioritario con correzione proporzionale). La Camera bocciò l’OdG con voto favorevole, oltre dello stesso Giachetti e di  Martino del PdL, solo del MoVimento 5 Stelle e di Sel. Il Pd, il partito di Giachetti,  votò compatto contro. Da allora le accuse che il MoVimento ha fatto contro il PD su questo tema sono state molte, sostenendo che il Partito Democratico non aveva nessuna intenzione di cambiare la legge elettorale per poter proseguire con le larghe intese visto che il Porcellum non da nessuna garanzia di governabilità. Annotazione storica, alla Camera il Movimento ha votato con Giachetti dopo che il PD aveva più volte dichiarato che su quell’OdG non avrebbe votato favorevolmente quindi, in un certo senso, sapendo già che non sarebbe passato.


Ieri al Senato scena diversa ma con esiti simile. In commissione Affari Costituzionali un nuovo OdG questa volta a firma di tutto il PD oltre che di Sel e Scelta Civica. Si puntava a sostituire il Porcellum introducendo un sistema maggioritario con doppio turno di coalizione (molto simile al sistema francese). Esito della votazione?  Bocciato. A votarlo infatti solo i tre partiti firmatari dell’OdG (11 senatori), contrari i senatori del centro destra (PdL, Lega e GaL).  E i 5 Stelle? Si sono astenuti (ma per il regolamento del Senato equivale a voto contrario, quindi hanno votato come il centro destra).

Il Movimento, sul sistema elettorale, ha presentato una proposta, un proporzionale con sbarramento al 7%, la divisioni in circoscrizioni provinciali, l’assegnazione di seggi con la formula D’Hondt (in sostanza il partito che prende più voti ha più seggi non in proporzione ma con un calcolo matematico a discapito dei partiti più piccoli, sembra una sorta di premio di maggioranza) e soprattutto l’introduzione di un voto sfavorevole (-1), uno può votare chi vuole e provare ad escludere chi non vuole (http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamento/affaricostituzionali/dossier-l-elet.pdf qui la proposta del MoVimento, da leggere in particolare il punto 5.8).  Avendo frequentato più volte i seggi elettorali vi assicuro che il voto sfavorevole è una complicazione del sistema.

Danilo Toninelli, vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali aveva dichiarato ad inizio settembre “Nel giro di massimo 72 ore il testo sarà pubblicizzato sul blog di Beppe Grillo insieme a dossier esplicativi e chiederemo agli attivisti di votarlo. Abbiamo intenzione di promuovere la discussione a livello locale con i singoli cittadini”. Ma dopo 72 ore niente. E sul blog,in un post datato 26 settembre, si può leggere: “Da ottobre nel blog si discuterà di legge elettorale e si approfondiranno i singoli punti.” Ma sinceramente non trovo riferimenti alla discussione se non un appunto sulla pagine del Movimento del Senato che risponde ad un paio di domande.

Il dubbio però che al Movimento il Porcellum stia benissimo. Forse il punto di forza, per loro, è proprio il fatto che non assicura stabilità e governabilità Potranno stare all’opposizione, possono non prendersi responsabilità governative ed accusare tutti gli altri, quelli che le responsabilità le prendono, magari anche sbagliando tutto, di pensare solo agli inciuci.

Olivetti, il buon capitalista.


NEWS DALLA STORIA - Recentemente, la Rai ha trasmesso la Fiction “Olivetti – La Forza di un Sogno”, dedicata alla vita di Adriano Olivetti, imprenditore, ingegnere e politico italiano negli anni del primo e del secondo dopoguerra. La fiction, ben fatta, con un ottimo Luca Zingaretti nel ruolo di Adriano, ha avuto un notevole successo di pubblico (22% e 24% di share nelle due serate di trasmissione) e di critica ed ha suscitato un dibattito ed alcune riflessioni.

Vi risparmio tutti i dettagli, una biografia del personaggio Olivetti è facilmente reperibile in rete, ma l’elemento centrale della fiction ( che secondo i familiari ben rispecchiava la personalità di Adriano) era il legame tra l’imprenditore Adriano ed i suoi operai.

Olivetti è stato un grande imprenditore, e come ogni imprenditore, legittimamente, aveva a cuore il proprio profitto e certamente viveva una vita più agiata rispetto agli operai delle sue aziende. Ma in tutta la sua attività professionale è forte il legame con gli operai e con la comunità territoriale di appartenenza.

Adriano Olivetti riuscì a creare, nel dopoguerra italiano, un'esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo in un periodo storico in cui si fronteggiavano due grandi potenze: capitalismo e comunismo. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l'organizzazione del lavoro comprendeva un'idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell'ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni.

Anche all'interno della fabbrica l'ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c'era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti. L'azienda accoglieva anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti, poiché l'imprenditore Adriano Olivetti riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità.

Adriano Olivetti credeva nell'idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. L'idea, infatti, era quella di creare una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. Il suo sogno era di riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità fosse il fine ultimo.

Sintetizzando, un luogo di lavoro accogliente, bello, fatto di rapporti umani, con un legame verso il proprio territorio, con l’idea di uno sviluppo per tutta la comunità. Tutto questo generando profitto ed innovazione, basti pensare alla mitica macchina da scrivere Lettera 22, successo di vendite ed esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York

Proviamo a confrontare questo modello con una delle principali aziende italiane dei nostri tempi, la Fiat. (Premettendo che prendiamo la Fiat come esempio ma direi si tratta di un modello generalizzato del capitalismo moderno). Negli ultimi anni la Fiat ha delocalizzato le proprie fabbriche in Serbia, in Polonia, in Brasile. E’ forte il conflitto tra dirigenza ed operai, si potrebbe sintetizzare che da parte del principale manager Fiat, Marchionne, ci sia quasi un disprezzo o comunque un fastidio verso i bisogni e le esigenze della classe operaia, pensiamo solo al rifiuto di voler reintegrare i 3 operai “colpevoli” di attività sindacale. Pensiamo alla volontà, se vogliamo economicamente legittima ma a mio parere moralmente poco cristallina, di voler generare profitto con le attività estere e scaricare sul contribuente italiano tramite la cassa integrazione le attività lavorative italiane.

Ripeto, ho preso l’esempio Fiat perché emblematico e più conosciuto, ma grossomodo sono dinamiche presenti nelle principali industrie italiane e mondiali.

Negli ultimi anni, a livello mondiale, le dinamiche della finanza hanno sostituito e superato quelle del lavoro, e considero ciò un enorme danno economico, sociale e morale.

A mio parere, quando una azienda perde il legame col proprio territorio, ed inizia un processo di delocalizzazione, quando la logica imprenditoriale segue solo la strada del profitto senza pensare allo sviluppo della comunità e della collettività, si crea un capitalismo amorale, che personalmente ritengo una delle cause dei mali del nostro tempo. Non voglio mitizzare il passato e condannare il presente, ma vorrei sottolineare come ci sarebbe bisogno oggi di imprenditori come Adriano Olivetti, uomini che hanno a cuore non il profitto del singolo ma il benessere della comunità.

Mario Scelzo