mercoledì 13 novembre 2013

Olivetti, il buon capitalista.


NEWS DALLA STORIA - Recentemente, la Rai ha trasmesso la Fiction “Olivetti – La Forza di un Sogno”, dedicata alla vita di Adriano Olivetti, imprenditore, ingegnere e politico italiano negli anni del primo e del secondo dopoguerra. La fiction, ben fatta, con un ottimo Luca Zingaretti nel ruolo di Adriano, ha avuto un notevole successo di pubblico (22% e 24% di share nelle due serate di trasmissione) e di critica ed ha suscitato un dibattito ed alcune riflessioni.

Vi risparmio tutti i dettagli, una biografia del personaggio Olivetti è facilmente reperibile in rete, ma l’elemento centrale della fiction ( che secondo i familiari ben rispecchiava la personalità di Adriano) era il legame tra l’imprenditore Adriano ed i suoi operai.

Olivetti è stato un grande imprenditore, e come ogni imprenditore, legittimamente, aveva a cuore il proprio profitto e certamente viveva una vita più agiata rispetto agli operai delle sue aziende. Ma in tutta la sua attività professionale è forte il legame con gli operai e con la comunità territoriale di appartenenza.

Adriano Olivetti riuscì a creare, nel dopoguerra italiano, un'esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo in un periodo storico in cui si fronteggiavano due grandi potenze: capitalismo e comunismo. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l'organizzazione del lavoro comprendeva un'idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell'ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni.

Anche all'interno della fabbrica l'ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c'era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti. L'azienda accoglieva anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti, poiché l'imprenditore Adriano Olivetti riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità.

Adriano Olivetti credeva nell'idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. L'idea, infatti, era quella di creare una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. Il suo sogno era di riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità fosse il fine ultimo.

Sintetizzando, un luogo di lavoro accogliente, bello, fatto di rapporti umani, con un legame verso il proprio territorio, con l’idea di uno sviluppo per tutta la comunità. Tutto questo generando profitto ed innovazione, basti pensare alla mitica macchina da scrivere Lettera 22, successo di vendite ed esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York

Proviamo a confrontare questo modello con una delle principali aziende italiane dei nostri tempi, la Fiat. (Premettendo che prendiamo la Fiat come esempio ma direi si tratta di un modello generalizzato del capitalismo moderno). Negli ultimi anni la Fiat ha delocalizzato le proprie fabbriche in Serbia, in Polonia, in Brasile. E’ forte il conflitto tra dirigenza ed operai, si potrebbe sintetizzare che da parte del principale manager Fiat, Marchionne, ci sia quasi un disprezzo o comunque un fastidio verso i bisogni e le esigenze della classe operaia, pensiamo solo al rifiuto di voler reintegrare i 3 operai “colpevoli” di attività sindacale. Pensiamo alla volontà, se vogliamo economicamente legittima ma a mio parere moralmente poco cristallina, di voler generare profitto con le attività estere e scaricare sul contribuente italiano tramite la cassa integrazione le attività lavorative italiane.

Ripeto, ho preso l’esempio Fiat perché emblematico e più conosciuto, ma grossomodo sono dinamiche presenti nelle principali industrie italiane e mondiali.

Negli ultimi anni, a livello mondiale, le dinamiche della finanza hanno sostituito e superato quelle del lavoro, e considero ciò un enorme danno economico, sociale e morale.

A mio parere, quando una azienda perde il legame col proprio territorio, ed inizia un processo di delocalizzazione, quando la logica imprenditoriale segue solo la strada del profitto senza pensare allo sviluppo della comunità e della collettività, si crea un capitalismo amorale, che personalmente ritengo una delle cause dei mali del nostro tempo. Non voglio mitizzare il passato e condannare il presente, ma vorrei sottolineare come ci sarebbe bisogno oggi di imprenditori come Adriano Olivetti, uomini che hanno a cuore non il profitto del singolo ma il benessere della comunità.

Mario Scelzo

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