mercoledì 26 febbraio 2014

Renzi e la comunicazione politica

POLITICA -
Un vecchio saggio della politica italiana diceva: Il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alla prossima generazione.
Matteo Renzi, non ne fa mistero, è un politico, da segretario del partito Democratico non si può permettere di perdere le prossime elezioni europee di maggio, per questo, forse è la cosa più vera detta nei due rami del parlamento, ha deciso di metterci la faccia. Non si può permettere, nei prossimi 90 giorni, di non iniziare quel ciclo di riforme di cui ha bisogno l’Italia, altrimenti passerebbe in meno di 100 giorni dall’essere il più giovane Presidente del Consiglio d’Italia al più giovane “trombato” uscendo di scena alla tenera età di 40’anni.
I discorsi sulla fiducia, si sono lamentati in molti, erano pieni di spot e poco concreti, con la quasi totale mancanza di riferimenti sulle coperture economiche. Sinceramente non si poteva aspettare qualcosa di diverso, visto il contesto (invito a rileggere i due discorsi di Letta). Il voto di fiducia è un passaggio obbligato per la nostra Costituzione ma, a parte qualche rarissima eccezione, il risultato è quasi scontato. Sono pochi infatti i deputati che arrivano in aula con le idee poco chiare, chi si appresta a votare quasi non deve ascoltare il discorso.
Renzi ha promesso interventi rapidi sui debiti della Pubblica Amministrazione, sull’abbassamento del cuneo fiscale, sull’edilizia scolastica, sui costi della politica. Tanti buoni propositi, ma non essendo a costo zero bisognerà capire se quelle promesse potranno essere realizzate e quali le coperture.
Cosa ben diversa invece è il tipo di comunicazione che il nuovo Presidente ha. Lo abbiamo iniziato a vedere nello streaming con Grillo e con “arrivo arrivo” twittato mentre era ancora al colloquio con Napolitano. Renzi, sarà forse per l’età, è spigliato e diretto. È spiazzante, forse anche presuntuoso ma anche questo potrebbe essere un problema generazionale, e con la battuta pronta (“Grillo esci da questo blog”) e usa i social network in maniera puntuale. A differenza dei suoi predecessori a palazzo Chigi sembra meno imbrigliato nelle liturgie istituzionali, parla senza un discorso scritto, non sono mancate, durante i discorsi, le punzecchiature a chi voleva criticarlo (soprattutto verso il MoVimento 5 Stelle). Prova a unire il suo partito (ed è il PD il partito forse più critico all’interno di questa maggioranza). Ha messo in campo una squadra di governo giovane con un profilo medio-basso dove lui emerge e può esserne il top player.
Sul terreno della comunicazione politica utilizzando soprattutto i social Renzi ha pochi avversari. Gli unici che potrebbero contrastarlo è l’M5S ma in questi giorni sono  troppi gli autogol (basta pensare alla storia dei dissidenti espulsi). Renzi potrebbe cercare di convogliare verso di se quel popolo della rete tanto incensato da Grillo (e non è un caso che lo stesso Grillo si sia scomodato per andare alle consultazioni con Renzi).
Spesso è aiutato anche dai suoi avversari. Il vicepresidente Di Meio mette in rete i “pizzini” tra Renzi e lui. Scrive Renzi: “Scusa l’ingenuità caro Luigi. Ma voi fate sempre così?  Io mi ero fatto l’idea che su alcuni temi potessimo davvero confrontarci. Ma è così oggi per esigenze di comunicazione o è sempre così ed è impossibile confrontarsi?. Giusto per capire. Sul serio senza alcuna polemica. Buon lavoro. Matteo Renzi”
Di Maio gli risponde con dei richiami al regolamento, confermando di fatto l’arroccarsi dell’M5S sulle proprie posizioni.
Fino ad ora, ma sono passate solo una manciate di giorni, Renzi è un vecchio politico (basta pensare alle trattative portate aventi in questi giorni per la formazione del governo e la conferma, per esempio, dei tre ministri del Nuovo Centro Destra) che porta avanti un nuovo modo di fare politica e di comunicarla.
Ma l’Italia ha bisogno, dopo tanti anni, di avere uno statista.

martedì 25 febbraio 2014

Discorsi da taverna

 

POLITICA - Come saprete, il Governo Renzi ha ottenuto la fiducia in Senato e oggi la otterrà alla Camera, nel bene o nel male inizia l’avventura del Sindaco di Firenze ( a proposito, si aspettano doverose dimissioni ) come Presidente del Consiglio.

Vorrei qui soffermarmi su un altro argomento:  le reazioni al discorso di Renzi dei Parlamentari del Movimento 5 Stelle. Sono convinto che i parlamentari del Movimento stiano perdendo lucidità (non che in questo anno ne abbiano dimostrata molta….) perché hanno paura di Renzi e temono di rimanere all’angolo.
A mio parere Renzi, da grande comunicatore qual è, ha trovato una ottima strategia mediatica per confrontarsi con la proposta (vabbè proposta è un parolone) politica del Movimento. Renzi risponde per le rime alle provocazioni dei Pentastellati e mette in risalto le numerosissime incongruenze del Movimento capeggiato da Grillo.

Renzi in Senato ha ricordato al Movimento la mancata presentazione alle Regionali in Sardegna, ed i pessimi risultati elettorali conseguiti nelle elezioni regionali svoltesi nel corso del 2013. Ha sottolineato le difficoltà di un partito, che a detta del proprio leader, non è democratico, ha più volte fatto riferimento al voler provare concretamente a risolvere i problemi piuttosto che urlare nelle Piazze e nelle Aule Parlamentari senza nessun obiettivo concreto.
Ammetto che se per certi versi non mi ritengo un fan renziano, questo suo atteggiamento verso il Movimento mi piace e mi conquista. Bersani fu costretto ad inseguirli, Letta ha provato con mano la fragilità e l’inconsistenza delle loro proposte, Renzi non dipende dai loro voti e giustamente dice loro quello che pensa, senza filtri e mediazioni.

Ovviamente, di fronte alle OFFESE renziane, i parlamentari del Movimento si sono scatenati. Si è distinta Paola Taverna, Capogruppo del Movimento al Senato. La Senatrice ha dichiarato all’Adn Kronos:

24 feb. (Adnkronos) - Il discorso di Matteo Renzi al Senato è stato "surreale. Ci sono sembrate surreali le posture, i sorrisetti, l'arroganza davanti a un Paese che voleva ascoltare un discorso di cambiamento. Rispetto alle cose dette da Renzi, Letta è sembrato un grande statista. Rileggeremo le cose dette dal presidente del Consiglio, ma francamente l'impressione che ci ha lasciato è sconcertante. Lo testimoniano gli applausi abbastanza freddi venuti dai banchi Pd. Forse anche loro si aspettavano qualcosa di più. Noi abbiamo sentito tanto populismo, demagogia e poca, poca concretezza".

 La Senatrice accusa Renzi di populismo, arroganza, demagogia e poca concretezza. Sinceramente sono le caratteristiche che io applico al Movimento 5 Stelle ed al suo leader Beppe Grillo. Leader populista, indubbiamente arrogante, non affatto concreto (pensiamo che col 25% dei voti in un anno non ha ottenuto nulla), campione di demagogia.
Sinceramente, la mia impressione è che la senatrice invece di ascoltare il discorso di Renzi stava sentendo in cuffia una delle tante esternazioni del suo Capo, questo spiegherebbe la sua dichiarazione.

Poi la Senatrice ha parlato in numerose televisioni e successivamente ha tenuto il suo discorso in Aula. Il solito scontato repertorio (tralaltro declamato in un pessimo italiano con enorme cadenza dialettale romano) di accuse a Renzi servo delle lobbbby ( lo scrivo apposta con tante b, come lo dice lei), delle bbanche, servo della Kasta, degli amerikani, della Merkel.
Sui social network i commenti si sprecano. C’è chi dice che il suo cognome è adeguato (fare discorsi da taverna), chi le dà della pescivendola, chi la invita ad un linguaggio più consono all’aula parlamentare.

http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamento/2014/02/sondaggio-chi-tira-le-fila-della-marionetta-renzie.html

Oltre al link, ve lo sintetizzo:
1. Di chi è la mano che tira i fili della marionetta Renzie?

Le risposte possibili sono
•             Delle banche
•             Della Merkel
•             Della finanza speculatrice
•             Della massoneria
•             Di De Benedetti
•             Di Napolitano
•             Di Berlusconi
•             Della Merkel
•             Di tutti quanti insieme
Che dire, mancano solo Topo Gigio, Capitan America, Moggi, Miley Cirus e Paperoga. Scusate se sono diretto, mi chiedo come sia possibile pretendere di dare un minimo di credibilità ad un Movimento ostaggio di un comico e di un esperto informatico, che ha portato in Parlamento persone di dubbia competenza ed incapaci di formulare un ragionamento articolato.
Non amo Renzi, sogno prima o poi di vedere un Governo di Sinistra, ma se l’alternativa è la propaganda grillina, se al posto di Renzi ci saranno le scie chimiche ed i discorsi da Taverna, beh lunga vita a Matteo Renzi.

Mario Scelzo

giovedì 20 febbraio 2014

Le fiamme di Kiev

MONDO - 19 febbraio 2014: 25 morti in Ucraina. La dura crisi politica che sconvolge da mesi il paese dell’Europa orientale è arrivata a una tragica svolta, tanto che molti già hanno iniziato a descriverla come una guerra civile. Un incubo che ritorna, quello del conflitto fratricida, che pensavamo finito insieme alla ex Iugoslavia, almeno nel nostro piccolo e sviluppato continente. Purtroppo, la fine della Guerra Fredda ha lasciato tanti problemi e tante contraddizioni irrisolte nel mondo ex sovietico.
L’Ucraina, dopo la dissoluzione dell’URSS e l’indipendenza, si è mossa verso la democrazia, ma non completamente. Buona parte della nomenklatura dell’era sovietica è rimasta al suo posto, oppure ha lasciato posizioni di potere politico per impadronirsi di banche e aziende. L’unica cosa alla quale hanno rinunciato i grandi del paese è la dottrina comunista: gettata via come un vestito vecchio, e sostituita dal pensiero unico del liberismo. Cambiare perché nulla cambi diceva il Principe di Salina nel celebre romanzo Il Gattopardo. Il Principe ha trovato degli emuli anche molto lontano dalla Sicilia.
Questo cambiamento di facciata ha scontentato molti cittadini. Ha scontentato i meno abbienti, che con la rapida conversione al liberismo si sono trovati privi dei diritti dello stato socialista e completamente spaesati. Ha scontentato coloro che avevano sempre lottato contro il regime sovietico e dal suo crollo si erano aspettati un completo ricambio politico. Da molti anni, in modo più o meno forte, i cittadini ucraini protestano sperando in una vera evoluzione democratica e uno degli “eroi moderni” del popolo ucraino è quella Yulia Timoschenko che è stata perseguitata con le solite, banali, accuse di corruzione (in tutti i paesi liberticidi i leader politici sgraditi sono colpiti da questo genere di accuse).
Anche in politica estera il cambiamento è stato solo di facciata. Dichiarazioni contro il terrorismo islamico, reparti di “cosacchi” inviati in Iraq insieme ai militari occidentali, ma nessuna intenzione di entrare nella NATO. Entrando nell’Alleanza Atlantica, come Polonia ed altri paesi dell’est, sarebbe diventato possibile anche candidarsi a entrare nella UE con tutti i vantaggi che questo può comportare per un paese ancora relativamente povero come l’Ucraina.
Ha sicuramente pesato, in queste scelte, l’influenza della Russia. L’Ucraina è un paese con risorse energetiche insufficienti ed importa gas dal potente paese vicino, che punta su questo per condizionarne la politica.
Questo antipatico atteggiamento della Russia ha però destato un secondo elemento di tensione nel paese: il nazionalismo. L’Ucraina, infatti, non è solo un paese con un deficit di libertà e di giustizia, è anche un paese culturalmente composito. Etnicamente, gli ucraini sono un solo popolo, tuttavia il territorio è profondamente diviso secondo l’asse est-ovest. A occidente, ci sono ucraini che hanno vissuto nel passato a contatto con polacchi, tedeschi, romeni. Sono quindi più aperti alla mentalità occidentale, un numero rilevante di essi segue il cattolicesimo. Nella metà orientale del paese, invece, i legami con la Russia sono molto più stretti, tanto che molti ucraini dell’est sono ortodossi ed usano la lingua russa insieme a quella ucraina.
Profonde, tra queste due metà, le divergenze di opinione sulla Russia e sul ruolo della Russia nella storia dell’Ucraina. A ovest si vedono i russi come dominatori, oppressori, e quasi si considerano degli eroi quegli ucraini che durante il conflitto mondiale si batterono con Hitler contro Stalin. A est, il pensiero della gente è invece molto amichevole rispetto ai russi anche perché proprio il territorio di Kiev, capitale dell’Ucraina è quello dove è nato il primo stato russo. Si può dire, anzi è opinione corrente lì, che l’Ucraina sia stata la culla della Russia. Forse il paragone è inquietante, se si pensa che anche i serbi hanno sempre sostenuto la stessa cosa a proposito del Kosovo.
 
A questo quadro già complesso si aggiunge la particolarità della Crimea, una penisola finita in Ucraina per scelta del presidente sovietico Kruschev e che, potendo, preferirebbero autodeterminarsi. La popolazione della Crimea, di ceppo turco, è infatti tradizionalmente filo-russa. E l’importanza strategica di questo territorio è notevole, perché proprio in Crimea si trova la base della flotta russa del Mar Nero.
Navi e gas: i due aspetti che rendono la sorte dell’Ucraina decisiva per i governi di molti paesi. Non a caso poche settimane fa è scoppiato un piccolo scandalo sulle affermazioni di un alto esponente del Dipartimento di Stato americano circa l’evoluzione degli avvenimenti in Ucraina ed il ruolo dell’Unione Europea. Come al solito, mentre le persone muoiono i politici fanno i loro calcoli.
Noi “comuni mortali” non possiamo fa altro se non pregare e sperare che la situazione non degeneri ulteriormente, ma che anzi si arrivi a uno stop delle violenze ed a una soluzione politica. Forse le dimissioni del Presidente Yanucovich, esponente di spicco della elite conservatrice, potrebbero rasserenare gli animi e riportare il confronto a una normale campagna elettorale. Ciò è però difficile, perché nuove elezioni forse appaiono insufficienti, per la popolazione che protesta. Infatti la storia recente a dimostrato che vincere le elezioni non porta a nessun risultato concreto se esiste un blocco di potere autoreferenziale (esteso dalla magistratura, ai media, alle grandi aziende statali) che impedisce ogni concreto cambiamento.
Alessio Mammarella 
 

mercoledì 19 febbraio 2014

Diretta streaming Grillo-Renzi

POLITICA - Alla fine la reta aveva deciso di prendere parte alle consultazioni e Grillo ne ha preso atto.

A differenza con quelle di Bersani e Letta, dove avevano partecipato i capo gruppo del Movimento 5 Stelle, questa volta, come abbiamo visto in diretta, è stato Grillo in persona a presentarsi a Montecitorio per parlare con il Presidente del Consiglio incaricato. Questo è già un segnale. Renzi può essere figlio dei poteri forti e delle banche ma Grillo sa che ha molto più carisma dei suoi predecessori e può guadagnare un consenso trasversale che ne Bersani ne Letta erano in grado di intercettare.

Se anche fosse vero, come sostiene Grillo, che metà del programma di Renzi è copiato da quello dei 5 Stelle, se Renzi lo mettesse in pratica sarebbe una mezza sconfitta di Grillo che vedrebbe attuato il suo programma senza però avere la forza di incidere sulle decisioni.

Grillo è una persona divisiva, leggere i commenti sui social network subito dopo le consultazioni c’era una netta divisione tra chi lodava il metodo di Grillo e chi ne sottolineava l’incapacità di ascoltare e dialogare sui temi concreti.

Grillo ha perso però la grande occasione, ed è la seconda dopo quella offertagli e rifiutata sulla legge elettorale, per dimostrare che Renzi è un bluff come non smette di ripetere da  giorni. Se si fosse confrontato su temi veri e concreti, l’avrebbe anche potuto mettere all’angolo, ma ha deciso per un’altra strategia, per alcuni versi perdente, quella di non permettere al competitor politico di esprimere le proprie idee. Non ci si confronta sui contenuti, che poi sarebbe il bene del nostro paese, ma si attacca chi ti sta davanti.

Ma la vera sconfitta vera di Grillo, che potrà essere stato vincente per i propri elettori (anche se qualcuno è rimasto deluso dopo aver votato si per partecipare all’incontro) è quella di aver rafforzato il proprio avversario.

Oggi, in qualche modo, il governo di Renzi nascerà più forte di ieri. Ha tenuto testa a Grillo, e non solo per i propri fedelissimi ma anche per chi non ama particolarmente Renzi ma sopporta  ancor meno Grillo. Si è concesso una battuta che già spopola sui social network “Grillo esci da questo blog”, non è caduto nel tranello di rispondere in maniera maleducata alle chiare provocazioni. Renzi ha vinto una partita senza neanche doverla giocare tanti gli autogol che ha visto fare dall’avversario.

Certo, il governo Renzi nasce con la stessa maggioranza di Letta, e probabilmente con tutti i limiti di quella maggioranza, e tra qualche giorno, dopo la lista dei ministri e il discorso nei due rami del parlamento, vedremo anche con quali prospettive, ma se questi sono gli avversari politici c’è il rischio di farlo vincere facile.

lunedì 17 febbraio 2014

L'incarico a Renzi

POLITICA - Con le dimissioni consegnate nelle mani del Presidente della Repubblica venerdì e l’incarico per la formazione di un nuovo esecutivo lunedì si è chiusa una delle crisi più veloci della Repubblica Italiana.

Fuori Enrico Letta e dentro Matteo Renzi.

Il PD è sicuramente un partito che ci ha sempre stupito, riuscendo sempre a prendere la decisione sbagliata riuscendo a non ascoltare mai la propria base. Solo nell’ultimo anno abbiamo visto Bersani dilapidare un vantaggio che sembrava enorme e non vincere le elezioni dello scorso febbraio, impallinare prima Marini e poi Prodi per l’elezione del Presidente della Repubblica per poi chiedere a Napolitano di accettare un secondo mandato (certificando, di fatto, l’incapacità di esprimere una propria candidatura), abbiamo visto un Presidente del Consiglio del PD accettare le dimissioni di un ministro dello stesso partito per poi usare un peso ed una misura diversa difendendo prima Alfano e poi la Cancellieri dal voto di sfiducia in nome della governabilità.

Con queste premesse, e abbiamo parlato solo degli ultimi 12 mesi, la decisione del neo segretario del PD di sfiduciare Enrico Letta potrebbe essere quella sbagliata.

Renzi ha assunto la direzione del partito Democratico dopo aver vinto con un ampio margine le primarie lo scorso 8 dicembre e subito ha dato l’impressione di voler accelerare su temi al centro del dibattito politico: la riforma del mercato del lavoro, la legge elettorale, tagli alla politica.

La scelta di Renzi di accelerare la fine del governo Letta può essere letta in molti modi ma a mio avviso è dettata dalla paura di una possibile sconfitta alle prossime elezioni europee del Partito Democratico a vantaggio delle formazioni politiche che si richiamano all’antieuropeismo come il MoVimento 5 Stelle e Forza Italia. Una sconfitta che avrebbe portato da una parte ad una crisi di governo con il primo partito dell’attuale maggioranza in seria difficoltà, ma anche ad un ridimensionamento del segretario sconfitto al primo banco di prova. Renzi quindi aveva solo due possibilità: quella di provare ad andare alle elezioni anticipate (ma senza una nuova legge elettorale avremmo comunque avuto un problema di governabilità e quindi la certezza di un altro governo di larghe intese, senza calcolare che a giugno si sarebbe apeto il semestre italiano di presidenza europea nella più totale incertezza politica) oppure forzare la mano all’esecutivo assumendo l’incarico di premier e provando a fare lui le riforme di cui il paese a bisogno. La seconda strada era quella più percorribile.

Ma se la strada intrapresa potrebbe sembrare quella più opportuna Renzi si ritrova a fare i conti con i partiti che dovranno sostenere il suo esecutivo.

E forse l’errore di Renzi potrebbe essere questo. Infatti avrebbe dovuto avere già in tasca i nomi del suo governo magari mantenendo la promessa fatta poco più di un anno fa durante le primarie perse contro Bersani dove aveva dichiarato che il suo governo avrebbe avuto solo 10 ministri, magari tecnici e politici a lui vicini che avrebbero lavorato in totale sinergia (una specie di segreteria del PD spostata a Palazzo Chigi), e doveva avere già in tasca un programma dettagliato da presentare alle camere con tempi, modalità ed eventuali coperture di spesa. Invece, almeno secondo alcune indiscrezioni, mentre la crisi politica è stata molto rapida, si pensa che passeranno alcuni giorni prima del giuramento e della fiducia alle camere.

L’idea poi di dover concertare il governo con gli eventuali alleati sembra non dare quella discontinuità che sembrava necessaria solo poche settimane fa. Alla fine avremmo la stessa maggioranza che sosteneva l’esecutivo Letta, con tutti i limiti incontrati proprio dall’ex premier.

Il paese ha bisogno di riforme concrete e se il neo premier riuscirà a farle sarà un bene per tutti, se lui fallirà sarà una sconfitta per l’Italia.

La disoccupazione giovanile e le lezioni di chi nella vita “ha vinto facile”

ATTUALITA' - Il numero dei disoccupati in Italia continua a crescere e molti di essi sono giovani. E' un problema complesso, articolato in molte parti. C'è un trend di lungo periodo dovuto alla tecnologia, alla scomparsa di posti di lavoro per via dell'automazione. Più macchinari e meno persone nell'industria, ma anche più bancomat e meno cassieri, più pompe automatiche e meno benzinai. Il mondo del lavoro è pieno di esempi del genere. Il problema della disoccupazione tecnologica, sempre presente dall'inizio della rivoluzione industriale, sarebbe però perfettamente gestibile, se non ci fossero altre criticità.
 
C'è ad esempio una mancata corrispondenza tra mondo della formazione (scuola e università) e mondo del lavoro. La scuola italiana non tiene il passo rispetto alle innovazioni che modificano continuamente la vita economica e sociale. Cosa ancora peggiore, non sembra riuscire a portare allo scoperto le attitudini di ciascuno. Questo fa si che anche la scelta della facoltà universitaria, momento cruciale nella vita di una persona, sia fatta quasi “al buio”: il triste fenomeno dell'abbandono universitario dipende in gran parte da questo, da giovani che dopo uno o due anni di studi si rendono conto di aver imboccato una strada completamente inadatta a loro. E “mollano”, dopo aver perso tempo e denaro. "Fallire” ancor prima di iniziare a lavorare.
Poi, al di là della formazione ricevuta, chi cerca un impiego deve vedersela con un sistema del collocamento obsoleto e burocratico che non aiuta nessuno a trovare un lavoro. Nessuno: lo dicono le statistiche oltre che la vox populi. E' inutile che lo Stato e gli enti locali si inventino “mance” ed “incentivi” per le imprese disposte ad assumere. Pensare di risolvere la disoccupazione significa credere che le persone siano un oggetto, e che si possano vendere mettendole in “offerta speciale”.
Ben altra cosa sarebbe lavorare seriamente, lavorare per la crescita economica, risolvere i problemi che rendono il sistema italiano non competitivo e fare in modo che le persone abbiano l'opportunità di mostrare le loro capacità. La disoccupazione è un potenziale non sfruttato, è tenere l'energia di un paese dentro un cassetto.
 
Tuttavia la classe dirigente italiana non sembra interessata né a rilanciare la crescita né a correggere i problemi strutturali che rischiano di far perdere nel nulla una intera generazione. L'ultimo esempio è quello di John Elkann, che, parlando ai ragazzi di una scuola, ha detto che i giovani non vogliono davvero lavorare, non hanno fame, vogliono stare a casa. Dimenticatevi quindi tutto ciò che ho appena illustrato, la colpa è dei giovani stessi: viziati, indolenti, ignoranti.
 
Carlo De Benedetti e Diego della Valle hanno subito stigmatizzato queste parole. Il secondo in particolare, ha definito Elkann “un imbecille”. Senz'altro questo episodio si innesta sulla più lunga scia polemica dovuta alla battaglia per la proprietà de “Il Corriere della Sera” il più storico e blasonato tra quotidiani italiani. Ma senza dubbio Della Valle si fa portatore di tanti imprenditori italiani veraci, che non hanno avuto per nonno Gianni Agnelli. Un “divo” su cui probabilmente nessuno oserà mai girare un film biografico non autorizzato.
Eppure, come dicevo, quello offerto da John Elkann è solo l'ultimo esempio. Si può pensare che sia semplicemente come lo descrive Della Valle, ma le parole di Elkann sembrano parole radicate nella classe dirigente italiana. Il primo a definire i giovani “bamboccioni” fu Tommaso Padoa Schioppa. Anche lui, invece di analizzare da buon economista i problemi strutturali, si è limitato a gettare la croce sui giovani. Del resto, il compianto “mr. conti” sembra non si fosse accorto di nessuno dei gravi problemi strutturali dell'economia italiana, problemi che poi sono esplosi dopo la crisi americana del 2007-2008 dovuta alla speculazione sui prodotti finanziari derivati.
Come non citare poi Renato Brunetta, che definì “l'Italia peggiore” i giovani precari in cerca di una stabilizzazione contrattuale. Come non citare Elsa Fornero, che fu pure ministro del lavoro, e coniò il più internazionale “choosy”. Schizzinosi, perché non disposti a fare lavori diversi rispetto alla formazione ottenuta, non disposti ad allontanarsi da casa per lavorare. Poi i giornali scoprirono che la figlia della signora ministro un po' choosy lo era: lavora nella stessa università dei genitori, con possibilità di fare sempre la pausa caffé con mammà.
 
Viene da pensare che sia proprio un problema di darwinismo sociale. I “figli di” sono vincenti a prescindere. Per loro sono ovvi alti stipendi, contratti stabili, condizioni lavorative comode. Per tutti gli altri, a meno che non siano dei talenti assoluti, i diritti sono un capriccio e lo studio è una superflua perdita di tempo. Un vizio che va corretto, spingendo i giovani verso specializzazioni di basso valore. "Ci sono tanti posti nel settore alberghiero” ha detto ancora Elkann. Nell'alberghiero, appunto, non nell'aerospaziale o nelle nanotecnologie. Ed a un altro giovane, che gli chiedeva se, una volta diventato elettricista, avrebbe potuto trovare un posto in Fiat. Risposta di Elkann: “Prima diventa elettricista e poi ne riparliamo.” Per carità, gli fosse passato in mente di rispondere: “Elettricista? Impegnati per diventare ingegnere.” Meglio un elettricista.
 
Mentre in tutto il mondo si cerca di elevare il livello di istruzione, in Italia ci si lamenta del fatto che ci siano troppi laureati e pochi camerieri. Se si ragiona così, in un paese che sta perdendo il suo ruolo di potenza industriale e tecnologica, quale è l'Italia che si immagina il sig. Ellkann nel 2020, nel 2030, nel 2040? Un paese impoverito dove il 50% delle persone sopravviverà lavorando nel turismo?


Alessio Mammarella

venerdì 14 febbraio 2014

Lettera a Matteo Renzi

Caro Matteo,

questa non me la dovevi fare. Chi ti scrive si definisce un elettore di centrosinistra, vicino al Pd, partecipante a quasi tutte le Primarie. Chi ti scrive non ti ha votato alle ultime Primarie, anzi, per deimotivi aveva scelto di astenermi. I 101, la gestione Cancellieri, il Governo col pregiudicato.

Non posso dire di essere un tuo fan o un tuo ammiratore, non ho fatto il tifo per te, ma ho preso atto della tua brillante vittoria alle primarie, e comunque guardavo a te con interesse e curiosità, perfino con un po’ di speranza. Immaginavo che il vento di novità da te rappresentato potesse comunque portare un cambiamento positivo all’interno del partito.

Insomma avevo nei tuoi confronti un sentimento ambiguo: se da un lato avrei sperato in una leadership del Pd più orientata verso sinistra, dall’altro apprezzavo la tua volontà manifesta di un cambiamento strutturale del Partito, un rinnovamento che potesse fare piazza pulita delle tremila correnti del Partito Democratico.

Mi ero comunque detto, ora c’è Renzi, ha vinto, giudichiamolo coi fatti. E, ti dico, Matteo, fino a ieri le tue azioni mi stavano convincendo. Finalmente un leader del Pd dinamico, spigliato, capace di proporre e non inseguire le proposte di B. Finalmente un leader capace di parlare in televisione con un linguaggio dinamico e comprensibile. Poi, le proposte, anche se abbozzate, sullo Job Act, la proposta di una nuova legge elettorale, vero, fatta insieme a Berlusconi, ma a mio parere una legge che avrebbe garantito in futuro maggioranze stabili.

Matteo, tutto lasciava pensare ad un tuo sostegno al Governo Letta, per il tempo necessario a realizzare le due-tre riforme urgenti per il paese, per poi andare al voto nel 2015, e, speravo, in una tua netta vittoria a capo di una coalizione comprendente Sel e parte del Centro. Dal 2015, con le tue idee, la tua maggioranza, la tua squadra, con la possibilità di uno shock generazionale che, speravo, potesse aiutare il paese a liberarsi da vent’anni di declino morale ed economico del Paese.

Invece, Matteo, te lo dico, mi hai profondamente deluso. Non ho capito le motivazioni che hanno portato alla rimozione di Enrico Letta. Anzi, mi spiego meglio, concordo con te, il Governo Letta per tanti motivi è debole ed incapace di una azione forte, ma a mio parere, i tanti motivi, si chiamano Alfano, Giovanardi, Lupi (per fare solo alcuni esempi). Ritengo che Letta abbia operato in condizioni politiche veramente difficili (infatti all’ex premier va tutta la mia stima umana e personale), e che se non è riuscito ad incidere come avrebbe voluto è proprio per le difficoltà generate da un Governo nato male, tra forze estranee. Mi chiedo, perché dovresti essere più capace di Enrico Letta, se i tuoi alleati resteranno gli stessi?

Avrei capito il cambio di Premier se avesse significato un cambio di coalizione. Partiti diversi con un leader diverso, ma in queste condizioni faccio fatica a capirne la logica.

Aggiungo, e questa per me è la motivazione più grave. Da anni ci parli di una nuova politica, di un Partito Democratico che deve superare la logica delle correnti, di un partito non chiuso nelle stanze di Roma ma legato al territorio, e cosa fai? Mi scalzi Enrico con una manovra di Partito, nei palazzi di Roma, nel chiuso delle segrete stanze!  Speravo il tuo partito potesse essere diverso da quello dei 101 che hanno affossato Prodi, prendo atto invece che il tuo partito è capace di sfiduciare il proprio Premier, nonché persona di rilievo all’interno del Partito.

Poi, per favore, Matteo, risparmiaci le frasi fatte sul sacrificio, le citazioni dell’Attimo Fuggente, le frasi stucchevoli sul senso di responsabilità.

Ciò detto, ti faccio i miei migliori auguri, non tanto a livello personale, ma perché comunque amo questo paese, ne diventerai il Premier, spero per l’Italia che tu possa riuscire a realizzare i tuoi progetti, se calerà la disoccupazione ne sarò felice, se le cose ti andranno bene sarò felice per il mio paese. Ma ho forti dubbi tu possa riuscire in una efficace azione di Governo dovendo mediare ogni singolo provvedimento con Schifani e Giovanardi.