lunedì 3 febbraio 2014

Il legame tra povertà, corruzione, problemi percepiti e problemi reali

Il 27 gennaio scorso L'indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2012 presentata dalla Banca d’Italia evidenziava con preoccupazione che il  10% delle famiglie con il reddito più basso percepisce il 2,4% del totale dei redditi prodotti mentre il 10% di quelle con redditi più elevati percepisce una quota del reddito pari al 26,3%. Tradotto: in Italia metà delle famiglie vive con meno di 2 mila euro al mese mentre il 10% delle famiglie a più alto reddito, percepisce più di 55.211 euro. Ancora più tradotto: il 10% delle famiglie più ricche possiede il 46,6% delle ricchezza netta familiare totale. Per chi ha saltato le righe precedenti: pochi ricchi e tanti poveri.

Si tratta certo delle solite cifre amare, che dipingono un Paese sempre più spaccato in due, dove il ceto medio, in linea con quanto accade negli altri Paesi dell'euro-zona, sta sparendo. Ma a ben vedere c'è dell'altro.

E' di oggi infatti la notizia che la Commissione Europea ha pubblicato il primo report sulla corruzione in Europa. Scrivono i commissari: «In Italia i legami tra politici, criminalità organizzata e imprese, e lo scarso livello di integrità dei titolari di cariche elettive e di governo sono tra gli aspetti più preoccupanti, come testimonia l’alto numero di indagini per corruzione». Secondo la Commissione in Italia la corruzione equivale al 4% del PIL. Tradotto: Parliamo di circa 60 miliari di euro.  Ancora più tradotto: il gettito della tanto sgradita IMU ammontava a circa 20 miliardi annui. Per chi ha saltato le righe precedenti: il problema non sono i soldi dell'IMU, mini-IMU, TARI, TASI, TARSU, ecc..

Allora la domanda sgorga davvero spontanea e suona tanto banale quanto ingenua: possibile che questi dati, uniti, non costituiscano un elemento di riflessione dell'agire politico? Possibile che il dibattito - siamo ormai entrati in campagna-pre-elettorale - non si focalizzi sul dissesto economico e morale in cui versa il nostro Paese?

A leggere i quotidiani sembrerebbe di no. Non che i tweet vadano meglio. Il termometro politico sale ma si scalda sempre sulle stesse cose: legge elettorale, risse, schieramenti, incarichi multipli, rientri in grande stile di vecchi politici. E, quando va bene, la vita reale del Paese è relegata al qualunquismo di chi identifica l'immigrazione, i rom, i vecchi, i poveri in generale, come i veri problemi da combattere per uscire dalla crisi.

E' forse proprio questo che impressiona di più: lo scollamento tra il dibattito pubblico e la realtà, tra la politica ed il Paese reale. Uno scollamento non privo di conseguenze che conduce all'aberrante conclusione di scambiare l'effetto - la povertà - per la causa del problema, la corruzione. Meno male che c'è Papa Francesco.

Credo che questo Parlamento non mi rappresenti più

POLITICA - Credo che questo Parlamento non mi rappresenti più. Intendiamoci, non dico che sia illegittimo, in molti hanno provato a sostenerlo dopo la bocciatura della Legge Elettorale chiamata Porcellum, su quello però la Corte Costituzionale è stata chiara parlando di un Parlamento legittimo. Credo che non mi rappresenti più dopo aver visto le brutte scene di questi giorni.

I parlamentari non sono nostri dipendenti, o meglio non sono solo questo, sono nostri rappresentanti nelle istituzioni. Rappresentano tutti i 60 milioni di italiani, anche quelli che si sono astenuti. Dovrebbero, con il loro comportamento, dare dignità alle istituzioni. Si chiamano onorevoli e dovrebbero esserlo. Ma le scene di violenza consumata nella Camera dei Deputati è stata fatta da persone poco onorevoli.
La ghigliottina che il Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha utilizzato per contingentare la votazione per non far decadere il provvedimento IMU-Bankitalia è sicuramente un atto forzoso (senza precedenti ma inserito nel regolamento della Camera). Ma non si può parlare in questa occasione di voler far tacere l’opposizione visto i toni e le argomentazioni che l’opposizione stava spiegando nei suoi ordini del giorno (3 minuti per chiedere scusa alle associazioni animaliste per aver paragonato Renzi ad un cane, 3 minuti per urlare Boia chi molla). La Boldrini poteva non usare la ghigliottina e quindi far decadere il provvedimento (per altro il suo partito era contrario) ma ha creduto di comportarsi in maniera super partes. Forse non è stata così e probabilmente non avrebbe dovuto usare la ghigliottina (per altro creando un precedente per il futuro), ma, credo, se si vuole mettere in risalto l’eventuale cattivo lavoro della presidenza, non si può fare con modi e metodi violenti. Ho già spiegato che l’insulto, per me, non è un ragionamento politico.

In passato, anche un quella che viene chiamata seconda Repubblica, abbiamo visto scene surreali: scazzottate, cappi, mortadelle nelle schede per le votazioni e spumante per brindare alla caduta di un governo. A mio avviso però questa legislatura sta andando oltre.
Nei mesi scorsi abbiamo visto tetti occupati e parlamentari che si lasciavano andare a baci saffici per protesta. Abbiamo assistito una escalation di volgarità sia verbale che gestuale (dagli insulti ai gesti dell’ombrello), al continuo utilizzo di cartelli e striscioni più adatti alla curva dello stadio che al Parlamento, ma nell’ultima settimana si è passati dalla volgarità alla vera violenza.

È, sicuramente, un gesto violento, il pugno del questore Dambruoso all’onorevole Lupo (e per questo Dambruosio si dovrebbe dimettere dalla carica di questore della Camera), ma è violento anche il voler fermare il lavoro dell’assemblea e delle Commissione, occupare i banchi del governo e provare a raggiungere lo scranno della presidenza.
La votazione nella Commissione Affari Costituzionali non è sicuramente stata molto chiara, ma le immagini di parlamentari, per altro non di quella commissione, che, dopo aver provato a non far riunire la Commissione stessa, hanno urlato insulti indicibili ad altri parlamentari non è giustificabile.

L’affronto che fa l’onorevole Di Battista all’onorevole Speranza è giustificabile davanti al portone di un liceo non alla sala stampa del parlamento.
La violenza poi genera violenza. Basta vedere i commenti al post di Grillo “Se ti trovassi la Boldrini in macchina che cosa faresti?”, commenti non solo volgari ma sessisti che fanno emergere l’istinto animalesco di certa gente (ed è un peccato che le parlamentari del MoVimento 5 Stelle non abbiamo deciso di prendere le distanze non solo dai commenti, ma anche dal post che rischiava di incitare tale commenti). Una persona che si dichiara vicino al MoVimento 5 Stelle ha pensato bene di prendere e bruciare il libro ai Corrado Augias colpevole, secondo lui, solo di aver criticato il Movimento stesso (ma nella stessa trasmissione la Bignardi ha intervistato per 30 minuti l’onorevole “grillino” Alessandro Di Battista che ha potuto insultare tutti, da Speranza alla Boldrini, senza un vero contraddittorio). Bruciare i libri perché non ti piacciono, o non ti piace chi li ha scritti, è sempre un atteggiamento violento.

Dovremmo pretendere un Parlamento non solo che ci rappresenti, ma che dia il buon esempio, non la succursale dell’Olimpico e di San Siro. Perché, se fosse così, dovremmo pretendere, come è stato fatto per il tifo violento, il Daspo anche per i politici.

venerdì 31 gennaio 2014

Riflessioni sulla legge elettorale

POLITICA - Come molti già sanno, esiste un accordo per una nuova legge elettorale, ottenuto da una mediazione tra il Pd, Forza Italia ed il Nuovo CentroDestra. Questo accordo, fortemente voluto dal neo segretario del Pd Matteo Renzi, ha una impostazione maggioritaria e dovrebbe consentire, secondo i promotori, di evitare governi di larghe intese, visto che al primo classificato andrà un sostanzioso premio di maggioranza. Non entro nello specifico perché i dettagli sono su tutti i giornali, mi limito solo a due o tre osservazioni.

La prima; questa legge non è perfetta, penso sia migliorabile, ma la considero certamente migliore del Porcellum e/o della legge che avremmo utilizzato dopo la sentenza della Corte Costituzionale. A mio parere questa legge ha un grande pregio, garantisce un premio di maggioranza a chi vince. Sembra l’accordo verrà chiuso con una soglia del 37% per garantire il premio di maggioranza (o altrimenti, se nessuno raggiunge il 37%, ballottaggio tra le prime due coalizioni). Insomma, non avremo larghe intese, inciuci, accordi sottobanco. O comunque, se accordi verranno, saranno alla luce del sole e non frutto di chissà quali patti occulti.
Tradotto, se il Pd, o Forza Italia, o il Movimento 5 Stelle raggiungessero il 37 per cento (oppure vincessero il ballottaggio) verrebbero messi nella condizione di poter governare, senza dover essere costretti dai numeri a contrattare con altre forze politiche. Concordo con Renzi quando afferma di scrivere le regole con Berlusconi per poi non doverci governare in futuro.
Seconda osservazione. Come al solito, il Movimento 5 Stelle parla di golpe, di legge fatta contro di loro, come sempre il solito repertorio di parole a vanvera, oltretutto poco chiare. La legge elettorale non è contro nessuno. Se il Movimento si meriterà il voto degli elettori, potrebbe vincere e governare. A mio parere, il Movimento è terrorizzato da un fatto: essendoci un vincitore chiaro, non potrà gridare all’inciucio e perderà così l’unica ragione d’essere della sua strategia politica. Non potendo dare colpe all’inciucio, dovranno fare opposizione sul serio e non vedremo più le scene di  questi giorni, tra occupazioni dell’aula, boia chi molla, offese gratuite. Insomma, siccome il Movimento sembra che non voglia né governare né assumersi responsabilità di essere una opposizione costruttiva e dialogante, sembrano terrorizzati dall’idea che magari Renzi possa vincere le elezioni e magari possa anche essere messo in condizioni di governare. Aggiungo che, per l’ennesima volta, il Movimento 5 Stelle ha rifiutato ogni proposta per sedersi al tavolo dove si facevano le regole del gioco. Potevano con un briciolo di cervello e con meno arroganza contribuire alla proposta di una nuova legge elettorale, hanno scelto di non farlo. Contenti loro, ma non si lamentassero.
Terza considerazione. I piccoli partiti si lamentano  per la soglia di sbarramento al 4.5% che probabilmente lascerebbe fuori dal Parlamento molti di loro. Confesso di non avere molta stima dei piccoli partiti, non tanto dei loro elettori, ma dei comportamenti che i loro dirigenti hanno avuto negli ultimi anni.  Mi spiego con degli esempi concreti. A mio parere, negli ultimi 20 anni, uno dei governi migliori è stato quello di Romano Prodi, anzi direi entrambi i Governi Prodi. Senza entrare nel dettaglio, ricordo Governi messi in enorme difficoltà dai ricatti di Mastella o Dini al Centro, o di Diliberto e Pecoraro Scanio a sinistra. Rossi e Turigliatto, deputati in minoranza già in partiti poco rilevanti come i Comunisti Italiani o Rifondazione Comunista, misero in enorme difficoltà alleanze di Governo.
Un discorso simile si può fare per il Centrodestra. Per tutto il male che io possa pensare di Berlusconi, alla fine il suo ultimo Governo è caduto a causa della mancata fiducia da parte di gruppuscoli della sua maggioranza, magari deputati eletti nel Pdl che dall’oggi al domani avevano fondato un movimento o un partito, spesso in rappresentanza di loro stessi.
(Ricordo una votazione di fiducia, quella volta favorevole a Berlusconi, in cui Francesco Pionati, unico rappresentante in Parlamento della Adc – Alleanza di Centro per l’Italia, disse in Parlamento: Noi, Presidente, siamo con lei).
Concludo. Immagino che con la nuova legge elettorale il potere ricattatorio dei piccoli partiti è destinato ad aumentare e non a diminuire. Provo a spiegare il perché. Prendiamo come riferimento uno dei tanti sondaggi condotti in questo periodo.

http://news.supermoney.eu/politica/2014/01/sondaggi-politici-de-il-mattinale-centrodestra-in-vantaggio-al-28-gennaio-2014-0059713.html

Utilizzo una casa sondaggistica storicamente vicina al CentroDestra, ma comunque questo è indifferente per il mio ragionamento. Premessa, le coalizioni sono forzate, nel senso che si danno per buone quelle delle scorse elezioni e non è affatto detto che si tornerà al voto con le stesse alleanze. Ciò detto, la Ghisleri dà il Centrodestra in vantaggio con il 33.7 ed il Centrosinistra ad inseguire con il 32.5. Altre case sondaggistiche danno in vantaggio il Centrosinistra, quasi tutte attestano il Movimento 5 Stelle come terzo polo al 20-22%. Insomma, è prevedibile una lotta serrata, a colpi di poche migliaia di voti per il primo posto. Cosa comporta questo? Comporta che anche se il Pd è attestato al 28.5% non può fare a meno del 3.2% di Sel. Lo stesso ragionamento vale per Forza Italia, che non può fare a meno del 3 4 o 5% del nuovo centrodestra, del 4% della Lega e cosi via. Allarghiamo lo sguardo al Centro, abbiamo Scelta Civica che gli ultimi sondaggi danno all 1.5% e l’Udc che viene dato tra il 2 ed il 3%. Aggiungiamo il nuovo partito dei Popolari per l’Italia. Insomma, forze ad oggi numericamente deboli, ma chissà, magari quell’1% potrebbe essere determinante per spostare l’esito della vittoria da una parte o dall’altra, quindi già mi immagino che i piccoli partiti saranno pronti a tirare sul prezzo, a contrattare duramente con i più grandi per garantire i loro voti. Per fare un esempio concreto, già mi vedo Mario Monti, che dall’alto del suo 1% ( aveva preso l’8.7 alle ultime elezioni, in meno di un anno ha perso milioni di voti) dirà al Pd che viaggia verso il 30% che se vogliono i loro voti devono rinunciare a quelli di Vendola, già mi vedo Casini che storcerà il naso di fronte alla Lega. Logiche legittime, per carità, nessuno deve essere costretto ad alleanze forzate, mi chiedo però se sia giusto che un partito con pochi elettori debba condizionare l’intera Campagna Elettorale.
In conclusione, penso che la legge elettorale è importante, ma ancor più importanti e decisivi siamo noi cittadini, che col nostro voto possiamo spostare equilibri, cambiare l’esito dei sondaggi, possiamo determinare cambiamenti politici e sociali.
Mario Scelzo

giovedì 30 gennaio 2014

FCA – Fabbrica Cosmopolita di Automobili?

ATTUALITA' - In occasione del primo CdA successivo alla fusione formale tra FIAT e Chrysler, Sergio Marchionne e John Elkann hanno annunciato che il nuovo nome del gruppo sarà FCA (Fiat Chrysler Automobiles). Non è poi così fantasioso (il precedente era FGA – Fiat Group Automobiles), e del resto, questo nome non è un marchio commerciale, bensì solo “burocratico”. Non lo vedremo mai su un'autovettura, ma solo sulle pagine dei giornali e sui documenti aziendali.

La vera novità, e questo fa davvero effetto, è che la società non avrà sede in Italia, ma neppure negli USA. Mentre tutti si chiedevano se la sede sarebbe stata a Torino oppure a Detroit, la sede legale sarà nei Paesi Bassi. E ci sarà una sede "fiscale" nel Regno Unito. Una scelta molto razionale ma che lascia perplessi: nel mondo dell'auto ci sono state molte acquisizioni, fusioni ed alleanze tra aziende di paesi diversi, ma nessuno aveva mai "osato tanto".
 
Diversamente da altri prodotti industriali, infatti, l'auto ha sempre avuto una forte connotazione emotiva. Emotività fa anche rima con nazionalità. Tutti, parlando di auto, abbiamo parlato, almeno una volta, di auto “italiane”, “tedesche” e “francesi” generalizzandone le caratteristiche, al di là del marchio sul cofano o dello stabilimento di produzione. Jaguar, pur essendo da anni di proprietà indiana, ha tuttora sede in Inghilterra. Volvo, di proprietà cinese, continua ad essere legalmente svedese. C'è quindi chi ritiene che la nazionalità sia ben importante.
Sergio Marchionne la pensa diversamente, ed ha scelto di avere le sedi del gruppo lì dove si ritiene sia più conveniente, disinteressandosi della tradizione ma anche delle sedi operative/amministrative (che continueranno ad essere Torino e Detroit). Del resto, che si disinteressasse della tradizione lo avevamo già compreso parlando della triste sorte del marchio Lancia. E dire che da quando anche l'Alfa Romeo era diventata parte del gruppo, gli automobilisti parlavano indifferentemente di “auto italiana” e di “auto del gruppo FIAT”. Visto che dal un punto di vista pratico le due definizioni indicavano la stessa cosa.
 
Da oggi in poi, le auto del gruppo saranno ancora considerate “italiane”? Certo, in Italia saranno disegnate e, in buona parte, anche fabbricate. Ma il fatto che la società abbia scelto di essere “cittadina olandese”, potrebbe essere visto come uno schiaffo all'Italia. E' vero, noi italiani non abbiamo una grande reputazione del nostro paese, siamo soliti criticarlo pesantemente, sostenere che siamo arretrati e che all'estero si vive e si lavora meglio. Ma una scelta così forte, da parte di un'azienda che è stata sempre considerata una “bandiera”, può generare una reazione di orgoglio. Speriamo che non ci siano cali delle vendite "per antipatia" che proprio gli operai delle fabbriche italiane andrebbero a subire.
Sarà strano, sicuramente, parlare di FIAT non più come la più grande delle nostre (piccole) multinazionali, la capofila di un intero sistema industriale. Sarà strano considerarla uno dei tanti gruppi industriali esteri che hanno uffici e/o fabbriche nel nostro paese. Una azienda decisamente più lontana dal mondo politico, industriale e sindacale italiano. Si corona così il processo iniziato con il divorzio da Confindustria, si afferma la logica secondo cui FIAT ritiene di poter investire le proprie risorse ovunque nel mondo, senza riservare all'Italia una particolare priorità.
Su questo ultimo punto è prevedibile che si svilupperanno forti polemiche. FIAT all'Italia ha dato tanto, ha dato lavoro a generazioni di italiani ed ha permesso lo sviluppo di molte altre aziende intorno a sé. La paura è che gradualmente tutto ciò vada a finire. La paura che FIAT, ora che è “straniera”, diventerà spietata nel valutare la competitività del paese e nell'abbandonarlo, se non la riterrà adeguata. Non può piacere che, in questo momento difficile per il paese, una azienda di punta si metta da parte in questo modo. Un modo forse non ingiusto, ma sicuramente indelicato.
 
FIAT ha anche avuto tanto dall'Italia. A parte la cassa integrazione percepita, l'azienda ha fruito negli anni di molti aiuti di Stato, legati soprattutto all'apertura degli stabilimenti del centro-sud. Non sembra che Marchionne abbia tenuto conto di questo, nel chiudere Termini Imerese, ma si spera che i sacrifici siano finiti. Tutti i piani di rilancio recentemente anticipati sono ancora in piedi, per quel che è possibile sapere.
 
Un ultimo aspetto che potrebbe ingenerare polemiche è la scelta di avere sede "fiscale” nel Regno Unito. Lì, nel recente passato, hanno trasferito la loro residenza fiscale numerosi personaggi del mondo dello sport e dello spettacolo, con l'esplicita ragione di risparmiare sulle imposte. Per carità, il Regno Unito non è certo un paradiso fiscale, tuttavia la mentalità anglosassone così diversa da quella continentale da risultare molto adatta alle grandi aziende oppure ai privati con un reddito molto alto.
Sembra però un altro schiaffo all'Italia. Sembra voler dire “non pagheremo le tasse a uno Stato che non ci piace”. Qualcosa di simile alla scelta dell'attore Depardieu di diventare cittadino russo. Non solo una scelta di pura convenienza, ma anche una scelta politica e polemica con il suo paese d'origine. E' possibile che qualche esponente politico chieda di istruire un procedimento contro il gruppo per evasione fiscale? Sarebbe solo l'ennesimo braccio di ferro tra FIAT ed un sistema istituzionale con cui non sembra riuscire a dialogare. Al punto di rinunciare alla cittadinanza.
Sarà la globalizzazione, sarà l'Europa senza frontiere, ma FIAT è ormai una azienda cosmopolita.
  
Alessio Mammarella

mercoledì 29 gennaio 2014

Il decreto IMU-bankitalia

POLITICA -
In queste ore è in discussione alla Camera dei Deputati il decreto chiamato IMU-Bankitalia. Il decreto deve essere convertito entro oggi altrimenti saranno passati i 60 giorni dalla firma governativa e quindi decadrà. Questo porterà, come primo risultato, la reintroduzione della seconda rata dell’IMU (naturalmente il governo potrà fare un nuovo decreto al prossimo consiglio dei ministri).

Il decreto, che ha per titolo completo “Disposizioni urgenti concernenti l'IMU, l'alienazione di immobili pubblici e la Banca d'Italia”, è fortemente osteggiato dal MoVimento 5 Stelle che sta cercando di ritardare le votazioni per farlo decadere, il M5S si dice contrario soprattutto all’ultima parte del decreto (quello relativo alla Banca D’Italia) accusando il governo di privatizzare la Bankitalia e di fare un regalo alle banche che detengono delle quote nell’azionario della Banca nazionale.

Non è facile entrare nel merito della questione senza rischiare di usare troppi tecnicismo, ma vale la pena fare un po’ di chiarezza. La Banca d'Italia fu istituita nel 1893 con la fusione di quattro banche d'emissione e nel 1926 ebbe il monopolio dell'emissione di denaro. Nel 1936 la Banca divenne istituto di diritto pubblico: contestualmente le sue quote proprietarie furono trasferite a banche pubbliche, per un valore nominale di 300 milioni di lire (da all’ora il capitale della Banca non è mai aumentato).

La legge 30 luglio 1990, n. 218, comunemente chiamata Legge Amato, dall’allora ministro del governo Andreotti IV, in vista dell’attuazioni di Basilea I, trasformò gli istituti di credito di diritto pubblico in banche private (spa) e quindi di fatto possiamo dire che Banca d’Italia era finita in mani private (nel 1990 e non oggi) (nel sito della Banca d'Italia c'è la lista degli istituti di credito azionisti ).

Che cosa vuole fare dunque il decreto del governo Letta?

Le novità principali sono due: l’aumento di capitale della Banca Centrale (ferma, come abbiamo detto al 1936 che dovrebbe arrivare a 7.5 miliardi di euro) e mettere un tetto massimo alle quote di partecipazione alla Banca stessa (al massimo, se il decreto entrasse in vigore, la partecipazione di ogni singolo istituto di credito privato potrà avere non più del 3% del pacchetto azionario).

Quali saranno le conseguenze di queste novità? Sicuramente la Banca d’Italia si rafforzerebbe con una solidità economica maggiore e aumenterebbero il valore delle quote azionarie. Questo però porterà agli istituti di credito che posseggono quote di capitale all’interno della Banca ad avere quote con un valore maggiore rispetto al passato ed essendo obbligate a vendere (facciamo un esempio, Intesa San Paolo oggi detiene il  30,3% delle quote quindi sarà costretto a cedere oltre il 27%) “gli enti partecipanti potranno così registrare - pur non intascando nell'immediato nemmeno un centesimo - enormi plusvalenze sui loro bilanci, e lo Stato in cambio otterrà, grazie alla tassazione di questi guadagni, fino a 1 miliardo di euro.” Spiega Daniele Scalea, Direttore Generale Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, condirettore della rivista Geopolitica, in un articolo sull’Huffington Post.

Il vero problema però non è il regalo che si fa alle banche a mio avviso ma quello di dare un vero aiuto di stato (contro le leggi sulla concorrenza dell’Unione Europea) mascherato da vendita di quote.

C’è però un aspetto positivo. Il potere delle banche private diminuirebbe sensibilmente, per altro la stessa banca nazionale potrebbe riacquistare le quote in eccesso delle banche private costrette a vendere (e forse, con questa operazione la banca potrebbe riavere la maggioranza delle quote ritornando ad avere una maggioranza statale).

martedì 28 gennaio 2014

L’insulto non è un ragionamento politico.

POLITICA - In queste ore la notizia del deputato del MoVimento 5 Stelle, Sorial, che da del boia al Presidente della Repubblica sta diventando la notizia del giorno.

Questo atteggiamento può essere deplorevole ma anche controproducente per alcuni motivi.

Proviamo ad andare per ordine:

Alla Camera è in discussione il decreto Imu-Bankitalia. Il decreto deve essere convertito in tempi rapidi (entro oggi per dare la possibilità a Napolitano di firmarlo) altrimenti decadrà. Il MoViemnto 5 Stelle, per farlo decadere, sta portando avanti alla Camera una dura battaglia utilizzando l’unico metodo consentito: l’ostruzionismo con la richiesta di centinaia di Ordini del giorno che stanno impedendo di fatto il proseguimento della votazione. Da qui la minaccia del Presidente della Camera di utilizzare la “tagliola” prevista dal regolamento della Camera, far decadere tutti gli ODG e di andare dritti alla votazione. Durante una conferenza stampa organizzata dal MoViemnto per denunciare questo atteggiamento l’onorevole Sorial se ne esce con il “boia Napolitano avalla queste posizioni.”

La strategia grillina in questi ultimi mesi è chiara, attaccare duramente il Presidente della Repubblica cercando di dividere l’opinione pubblica. Sia chiaro, chiunque può avere un’opinione sull’operato del Presidente della Repubblica, ma è indubbio che rappresenti l’Italia ed il suo ruolo istituzionale deve essere rispettato. Si può criticare ma si deve rispettare.

C’è poi, a mio avviso, un problema di lessico. L’insulto non è mai un ragionamento politico, anzi alle volte delinea l’assenza del ragionamento stesso. Quando si hanno poche idee e proposte si attacca e si insulta l’avversario cercando di spostare l’attenzione da se (e dalla mancanza di idee) all’avversario. Urlare di più e farsi beffa delle istituzioni porta poi a dividere l’opinione pubblica rafforzando magari i tuoi sostenitori ma anche rafforzando i tuoi avversari. In queste ore ci sono stati attestati di solidarietà a Napolitano. Il Presidente del Consiglio per esempio scrive “L'indegno attacco M5S a Napolitano è punto di non ritorno di deriva estremista inaccettabile per chiunque pratichi i principi democratici.” Ma è solo un esempio tra i tanti politici e cittadini comuni che si sono schierati dalla parte di Napolitano

Sorial in questo caso sbaglia due volte, la prima nell’insultare il Capo dello Stato, dall’altra spostando l’attenzione e mettendo di fatto messo in secondo piano i motivi che avevano spinto il MoVimento ha convocare la conferenza stampa.

lunedì 27 gennaio 2014

Omologazione culturale

ATTUALITA' - Oggi, un giorno come tanti, passeggiavo per Trastevere. E’ un quartiere che per vari motivi frequento costantemente da almeno 20 anni, pochi per la storia di un quartiere già conosciuto ai tempi dell’antica Roma (Tras tevere equivale ad oltre il Tevere, era la parte periferica, il Centro, per capirci la zona dei Fori e del Campidoglio rimane dall’altra sponda del fiume), ma abbastanza per farmi notare un radicale cambiamento di pelle.

Premetto subito che la mia non sarà una riflessione su Trastevere, ma vorrei allargarla alle città del mondo, sempre più metropoli anonime e standardizzate.

Ai margini di Trastevere, su via della Lungara, si trova la John Cabot University, Università Americana che ospita molti studenti di passaggio nella Capitale. In qualche modo, la presenza di studenti, oltre al considerevole afflusso di turisti, contribuisce al cambio di pelle del quartiere.

Torniamo alla mia passeggiata. In pochi metri, una bisteccheria americana, quattro o cinque bar/paninoteche che definirei finte, con panini prestampati che potresti trovare identici in molte città occidentali, una lavanderia a gettoni, qualche ristorante italiano  ( del genere che non consiglierei a nessuno ) con le insegne a mo’ di turista occasionale. Ho provato una sensazione di disagio, nel senso che si percepiva come una mancanza di coerenza del paesaggio. Ero a Trastevere, uno dei quartieri simbolo di Roma, potevo trovarmi in qualsiasi parte del mondo.

Identica sensazione di disagio nelle vie attorno a Piazza Navona. American Bar, lavanderie a gettoni, gelaterie pessime, catene di negozi per turisti che prendono il posto dei banchi vecchi che davano il nome alla medesima via.

Pochi mesi fa ero a Firenze. Città incantevole, tra le più belle del mondo. Anche li, però, nella centralissima via che unisce la Piazza del Duomo a Piazza della Signoria, una sensazione sgradevole. Gli stessi negozi che avrei trovato a Roma, a Milano, che ho visto a Londra, che molto probabilmente potrei aver visto a Berlino o che vedrò a New York.

Vado al sodo. Credo che ogni città abbia un anima ed una specificità culturale. Se la città perde la sua anima, ne risente tutta la popolazione. A mio parere, se i corsi delle principali città italiane hanno tutte le stesse vetrine della Tim, di Intimissimi, della Benetton, se a Roma come a New York come a Firenze trovo il negozio della Microsoft, della Apple e della Walt Disney, la città è come svuotata della sua linfa vitale.

Qualche studioso di cui ora non ricordo il nome ha parlato di società di Mac Mondo, una sorta di omologazione simile al Mc Donald’s, città fast-food dove paghi per avere gli stessi servizi.

Attenzione. Questa mia riflessione non vuole essere un invito a radicarsi nella difesa delle proprie tradizioni. Non credo esista nulla di peggiore e più stupido di una società chiusa, sulla difensiva, impaurita dalla diversità e preoccupata del “nemico”, dello straniero visto come invasore. Considero ad esempio Londra una delle più belle città del mondo proprio perché al suo interno convivono miscelate genti di terre diverse, ed ormai non esiste un londinese britannico doc, ma il londinese è una sorta di cittadino del mondo.

Come dicevo, no alle porte chiuse, ma a parer mio, dovremmo saper dire di no alla omologazione capitalista che rende culturalmente simili tutte le nostre città. Senza eccedere troppo nella retorica, sarebbe saggio conservare e tramandare le tradizioni di una città, siano esse religiose, culturali, culinarie. Se passeggio per Trastevere vorrei trovare le vecchie botteghe artigianali, se passeggio per San Gregorio Armeno a Napoli pretendo di trovare i pastori del presepe ( e pretendo di mangiare una vera Pizza Napoletana, non quelle schifezze precotte che puoi trovare da Buenos Aires a Tokyo).

L’Italia ha la fortuna di avere un patrimonio storico artistico di valore immenso, ha anche la fortuna di conservare borghi medievali, città belle, piene di storie e di tradizioni. Siena, Assisi ( apro parentesi, esiste anche un fenomeno di marketing religioso che a mio parere imbruttisce alcuni Santuari, i Mercanti sono rientrati nel tempio ), Lucca, Gallipoli, Cefalù, luoghi come questi sono la bellezza ed il futuro del nostro paese. Manteniamoli vivi, autentici, difendiamo le nostre città dalla omologazione culturale che le rende tutte una uguale all’altra.

A mio parere, il Governo in generale, ed i Comuni nel particolare, dovrebbero in qualche modo tutelare i piccoli negozi, le botteghe storiche, e non incentivare invece la costruzione di anonimi centri commerciali, moderne piazze virtuali che spesso diventano luoghi di aggregazione ma che sanno di freddo, di finto.

Noi, come cittadini, penso abbiamo il dovere di conoscere la storia del nostro territorio, e penso dovremmo rimettere gli anziani al centro della società. Gli anziani sono la memoria di una città, ne rappresentano il capitale umano. Una società giusta non rinchiude gli anziani in squallidi dormitori periferici, ma li tiene in casa, li mette al centro della vita ed anche fisicamente al centro del quartiere.

Se non lo abbiamo mai fatto, facciamoci raccontare dai nostri nonni com’era il nostro quartiere 50 60 70 anni fa, facciamo una ricerca su quelle che erano le tradizioni e le usanze del nostro territorio. Ripeto, questo non deve servire a farci chiudere le porte, è anche giusto che i luoghi cambino, spesso anzi gli stranieri contribuiscono a ridare linfa anche culturale ad un territorio, anche loro però è giusto conoscano la realtà in cui si stanno integrando.

Ognuno di noi può contribuire a rendere la propria città più bella ed accogliente, ognuno di noi può vivere meglio nel proprio quartiere se ne conosce la storia e se contribuisce a farne un luogo animato e vitale. Compito della Politica è di aiutare le città ad essere luoghi vivibili, accoglienti, ma con una identità specifica e con un anima vitale.

Mario Scelzo