martedì 30 ottobre 2012

In Sicilia ha perso la politica

Il fine settimana ha portato, da un punto di vista politico, alcune interessanti notizie.
Indubbiamente il voto per le regionali in Sicilia dovrebbe far riflettere i partiti. Il primo dato, arrivato già nella tarda serata di domenica, è la forte astensione. Nel 2008, quando a vincere fu Lombardo, si recarono nei seggi elettorali il 66.7% degli aventi diritto (va però ricordato che si votava anche di lunedì), domenica ha votato solo il 47.4%, quindi il vero vincitore delle elezioni è l’astensione. Un dato così preoccupante in Sicilia non si era mai registrato (il dato peggiore prima di questa tornata era il 59.2% del 2006, elezioni vinte da Totò Cuffaro). A questo dato, già di per se preoccupante, andrebbero aggiunti i voti avuti da Giancarlo Cancellieri, candidato alla presidenza della Regione Sicilia per il Movimento 5 Stelle. I grillini portano all’Assemblea Regionale 15 deputati (il Movimento prende il 14.9% diventando di fatto il primo partito in Sicilia e Cancellieri prende il 18.2% dei voti, dietro solo a Crocetta e Musumeci), intercettando il voto di protesta rispetto ai partiti tradizionali che negli ultimi anni hanno governato la regione. È la lista legata al comico genovese quindi la vera vincitrice delle regionali in Sicilia, nel 2008, praticamente agli albori del laboratorio del Movimento 5 Stelle, i girllini presero 1.7%.
Sulla carta ha vinto Rosario Crocetta. Sarà lui a guidare la prossima giunta. Ma, leggendo bene il dato, Crocetta potrebbe avere più di un problema nel governare la regione non avendo la maggioranza nel Consiglio. I partiti che lo appoggiano, due liste civiche più il PD e l’UDC, hanno raccolto in totale 39 seggi, la maggioranza è di 46 seggi. Per governare probabilmente si alleerà con l’ex berlusconiano Gianfranco Miccichè (15.4% dei voti con una coalizione che porta all’Assemblea 15 deputati). Ma c’è un aspetto che potrebbe sembrare quasi comico: domenica il neo governatore siciliano ha preso poco più del 30% dei voti, percentuale molto simile a quella presa, quattro anni fa, da Anna Finocchiaro. Di più, nelle liste di Crocetta ci sono gli stessi esponenti del PD che nell’ultimo periodo hanno appoggiato il governatore dimissionario Raffaele Lombardo (che comunque si è aggiudicato il 9% dei voti, forse determinante per la prossima maggioranza.
Alcuni dati sul tracollo dei partiti
Il PD alle regionali del 2008 aveva oresi il 18.7% con 505.420 voti, domenica non è arrivato a toccare le 200 mila preferenze. Bersani gioisce per la vittoria di Crocetta e parla di risultato storico, ma il suo partito ha dimezzato le preferenze.
Il suo alleato in Sicilia, l’UDC, è passato da 336.826 a 144.142 voti. Tutto questo fa sembrare strano come due partiti che perdono, in termini di voti, così tanto, possano dichiararsi vincitori con termini tipo vittoria “storica” e “rivoluzionaria”.
Il PDL, se era possibile, perde anche di più. In quattro anni perde il 20% dei voti (dal 33% al 12%) passando da poco più di 900 mila preferenze a meno di 200 mila. “Che il PDL avese qualche problema ben prima delle elezioni siciliane era noto a tutti.” È stato il commento di Giorgia Meloni. Ma cosa è successo nel PDL nelle ultime ore? Pochi giorni fa Berlusconi aveva annunciato la sua decisione di fare un passo indietro, di non candidarsi più e dare il suo contributo alle giovani generazioni. E poi? Una condanna di primo grado gli ha fatto cambiare prontamente idea e già sabato lo annunciava in una conferenza stampa, minacciando anche l’attuale governo dei tecnici della possibilità di togliergli la fiducia. Naturalmente questa mossa non ha giovato al segretario del partito, Angelino Alfano, che sulla Sicilia ci aveva messo la faccia. Ma sarà lo stesso Alfano a dichiarare: “L'idea che il Pdl sia diviso tra montiani ed anti montiani e che a capo degli anti montiani ci sia Berlusconi è una rappresentazione assolutamente surreale e a tratti comica. Per quanto ci riguarda il governo Monti va avanti.” Intanto si prosegue la marcia di avvicinamento alle primarie del centro-destra. Sarà interessante capire i candidati e come, il vincitore, si comporterà rispetto al governo che ora appoggia.

lunedì 29 ottobre 2012

Ancora violenza in Nigeria

Ennesima domenica di sangue in Nigeria. Un uomo guida una macchina quasi fino all’interno della Chiesa dedicata a Santa Rita a Kaduna, nel Nord del Paese, poi si fa esplodere. Il bilancio è terribile 8 morti e 145 feriti. L’attentato non è stato rivendicato ma si pensa che dietro la terribile violenza ci sia la mano della setta islamica Boko Haram, molto vicino a Al Quaeda.
Ma non basta. La violenza chiama violenza. Dopo l’attentato è scattata una caccia all’uomo: un gruppo di cristiani si è riversato nelle strade con coltelli e bastoni uccidendo due passanti, dando poi fuoco ad una terza persona.
La verità è però che laviolenza nello Stato africano, contro i cristiani, ormai quasi non fa più notizia. Dal 2010 a ieri ci sono stati decine di attentati, soprattutto nel nord del Paese, ad opera di terroristi islamici. A dicembre del 2010, a Natale, alcuni attacchi nelle chiese, con fedeli riuniti per festeggiare il Natale, avevano fatto 86 vittime. Da allora l’escalation di violenza non si è mai fermata. Secondo alcune fonti solo nel 2012 Boko Haram avrebbero ucciso 700 persone.
Proprio sul dovere di ricordare e far conoscere quanto sta accadendo in Nigeria, è intervenuto il Ministro della Cooperazione Internazionale ed Integrazione, Andrea Riccardi, che nel corso di una trasmissione radiofonica di Radio1, ha spiegato: “Noi e la comunità internazionale dobbiamo essere attenti, non dimenticarci delle situazioni come quella nigeriana, non abituarci al loro dolore e alla loro sofferenza e intervenire con gli strumenti della comunità europea. Ci sono tanti Paesi dove la minoranza cristiana soffre, penso al medioriente e all'Asia, noi cerchiamo di monitorare tutto e intervenire come e dove si può.”
Mentre il Ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, in una nota ufficiale afferma, “Siamo di fronte all'ennesimo, odioso attentato che colpisce i cristiani proprio nel giorno della festa religiosa. La condanna deve essere la più ferma perché questi atti vili colpiscono la coscienza di tutti coloro che si battono contro la violenza e per il rispetto della libertà di religione”
Il vice presidente del Senato Vannino Chiti, nel corso di un'iniziativa a Pisa, ha sostenuto che “Dobbiamo far sentire la nostra voce di fronte a ogni forma di violenza fatta in nome della religione, così come per esempio accade ormai da diverso tempo in Nigeria. Il dialogo non ha alternative. Se non si segue questa strada si determina una distruzione della società”.

sabato 27 ottobre 2012

50 anni fa moriva Mattei. Con lui l'idea di una cooperazione responsabile

Il 27 ottobre 1962 l'aereo di Enrico Mattei cade in fiamme a Bascapè, nei pressi di Pavia, mentre sta atterrando a Milano-Linate in mezzo a un forte temporale. Sin dalle prime ore sono in molti a credere all'attentato. Pista mafiosa, complotto internazionale. Interminabili processi e ricostruzioni non sono riusciti a stabilire l'esatta dinamica degli eventi. Soltanto 43 anni dopo, nel 2005, un'ultima perizia tecnica ordinata dai magistrati - sulla scorta di filoni giudiziari riguardanti fatti mafiosi - si concluderà con l'affermazione che l'aereo fu distrutto in volo da un'esplosione.

Ma chi era Enrico Mattei e perchè la sua morte è rimasta avvolta nel mistero?

Mattei fu uno degli ultimi grandi manager di Stato del nostro Paese. Nell'immediato dopoguerra fu incaricato dal Governo di smantellare l'Agip, creata nel 1926 dal regime fascista. La riorganizzazione pensata da Mattei però non fu esclusivamente "tecnica". Le sue idee, lungimiranti per la classe dirigente di allora, convergevano in un unico grande tentativo: quello di rendere l'Italia un grande Paese non solo da un punto di vista industriale ma anche energetivo. Mattei, su mandato governativo, dismise l'Agip e fondò, nel 1953,  l'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), di cui l'Agip divenne la struttura portante. Aiutato da importanti coperture politiche ed economiche diede un nuovo impulso alle perforazioni petrolifere nella Pianura Padana, avviò la costruzione di una rete di gasdotti per lo sfruttamento del metano, e aprì all'energia nucleare. L'ENI iniziò a contare sul piano internazionale, rilevando concessioni petrolifere in Medio Oriente e firmando un importante accordo commerciale con l'Unione Sovietica.

Furono senza dubbio queste ultime iniziative a rompere l'oligopolio delle 'Sette sorelle', che allora dominavano l'industria petrolifera mondiale e a porre l'operato di Mattei sotto i riflettori internazionali. Ma più di ogni iniziativa estera, a pesare sul giudizio negativo delle imprese concorrenti e forse, a segnare la sua fine, fù l'idea, attuata, di introdurre un principio nuovo nel meccanismo di sfruttamento degli idrocarburi nei paesi in via di sviluppo: per Mattei i Paesi proprietari delle riserve dovevano ricevere il 75% dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti.

Un manager di Stato moderno dunque, con una alta idea dello Stato e che, già cinquant'anni fa, proponeva all'Occidente, impegnato in altre questioni, una formula di cooperazione internazionale che ancora oggi, nonostante i processi di globalizzazione la impongano, stenta ad essere compresa e attuata: un utilizzo delle risorse altrui equo e rispettoso può dare sul lungo periodo forza e stabilità alle nazioni che lo mettono in atto.

Per approfondire:
La bibliografia completa sul "Caso Mattei"

venerdì 26 ottobre 2012

Sospesa l'esecuzione di Johm Ferguson, condannato a morte con problemi mentali

Ha trascorso 34 anni nel braccio della morte in Florida e ha quasi 65 anni. Soffre di disturbi psichiatrici. "Nessuno lo va a visitare, i soli suoi amici siamo noi della Comunità di Sant'Egidio" riferisce Joshua, un volontario della Comunità di Sant'Egidio, felice per questa sospensione, "abbiamo pregato per lui". La sua esecuzione è sospesa fino alla prima settimana di novembre.

John Ferguson, riconosciuto colpevole di 8 omicidi, è affetto da una conclamata schizofrenia paranoide, e doveva essere "eseguito" dai boia alle 18 ora locale (le 23 di ieri sera in Italia) in Florida. L'esecuzione della condanna è stata rinviata all'ultimo momento dopo molti ricorsi e azioni giudiziarie, fino a che la più alta giurisdizione del Paese, la Corte Suprema, ha deciso di sospenderla.

Le motivazioni che hanno spinto i giudici ha anche rigettato un ricorso dello Stato della Florida che chiedeva che l'esecuzione, sospesa verso le 20 (l'1 di notte in Italia) da una corte d'appello, avesse luogo come previsto. 'Un uomo che si crede il Signore Iddio - ha affermato uno dei suoi avvocati - dotato di poteri speciali provenienti dal sole, che crede di non poter essere ucciso e che tornera' sulla Terra dopo la sua esecuzione per salvare l' America da un complotto comunista non ha chiaramente alcuna 'comprensione razionale' della sua esecuzione e dei suoi effetti".

La Corte suprema della Florida aveva considerato, invece, che Ferguson era penalmente responsabile, e poteva perciò essere sottoposto ad esecuzione. Gli avvocati di Ferguson hanno giudicato anticostituzionale il criterio dell'istanza in merito alla responsabilità penale del condannato. Sabato scorso un tribunale della Florida aveva fermato l'esecuzione, ritenendo che le questioni sollevate dagli avvocati meritassero "una piena e profonda considerazione". Ma la Corte d'appello aveva rivisto lunedì sera questa decisione, autorizzando la messa a morte del condannato. La Corte suprema ha poi dato ragione agli avvocati in attesa di un giudizio più approfondito. La triste vicenda, umana e processuale, di Ferguson, dunque, non è ancora conclusa.

Per approfondire:
No Justice Without Life - Comunità di Sant'Egidio

Il Manifesto di Montezemolo "Verso la terza Repubblica"

La Prima Repubblica è finita con Tangentopoli e il terremoto politico che ne è scaturito. Fu la scomparsa della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista di Craxi, il Partito Comunista aveva cambiato nome qualche anno prima con la svolta della Bolognina mentre il Movimento Sociale Italiana farà la sua svolta nel 95 con il congresso di Fiuggi dando vita ad Alleanza Nazionale.
I vent’anni successivi hanno visto la scena politica calcata da Berlusconi.

Oggi Berlusconi fa un passo indietro e decide di non candidarsi, mentre i partiti politici perdono ogni giorno consensi tra gli elettori. Il clima di antipolitica, calcato da Beppe Grillo e dal suo Movimento 5Stelle, fa proseliti ogni giorno (alcuni sondaggi lo danno sopra il 20% alle prossime elezioni politiche) e certo non aiutano i continui scandali politici che hanno riempito le pagine dei giornali in questi mesi, l’azzeramento della giunta Formigoni in Lombardia dopo le accuse all’assessore Zambetti e i legami con la criminalità organizzata, i problemi nel Lazio dopo le accuse al consigliere del PDL Fiorito, ma anche la richiesta a 20 mesi di carcere per Vendola accusato di abuso di ufficio, e oggi la politica è fatta dai tecnici e dai professori, con il Governo Monti chiamato a trovare soluzioni ad una profonda crisi economica che la politica non riusciva a risolvere.
Forse per questo che Italia Futura, movimento guidato da Montezemolo, vuole andare “Verso la Terza Repubblica”. Da ieri, sul sito dell’associazione, è comparso il manifesto “Verso la Terza Repubblica, La società civile e il rinnovamento della politica” dando l’appuntamento a Roma il prossimo 17 novembre.

L’incipit del Manifesto “Per uscire dalla crisi italiana è urgente aprire una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale, legittimate dal voto di milioni di italiane e di italiani, in continuità con quanto di meglio ha realizzato il governo guidato da Mario Monti che ha avuto il merito di rasserenare il clima di intollerabile antagonismo della politica italiana e di restituire prestigio e credibilità all’Italia.” Si parte quindi dall’Agenda Monti e dal buon lavoro che fino a qui a fatto il governo dei tecnici, ma non solo, si segna anche la strada per proseguire quel lavoro “Una tale soluzione non verrà dai partiti politici così come li conosciamo, ma da una presa di responsabilità corale di forze sociali, culture civiche e realtà associative capaci di contribuire attivamente alla rigenerazione e al governo della nazione.” Andare quindi oltre ai partiti.
Nel manifesto anche i valori fondanti, come la “sussidiarietà per ogni progetto di rinascita civile ed economica del paese” ma anche “nel valore della coesione sociale e riteniamo necessaria una profonda riforma del modello di welfare, come generatore di opportunità e strumento di promozione umana.” “Crediamo che il ritorno alla crescita dell'economia italiana possa venire soprattutto dalla riduzione della pressione fiscale, premiando il lavoro, la produzione e la cultura come i fondamentali motori di sviluppo della nazione.”
Oltre al presidente di Italia Futura, il manifesto vede le firme, tra gli altri, del ministro per la Cooperazione Internazionale e fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi, del presidente delle Acli, Andrea Olivero, del magistrato Stefano Dambruoso e del segretario della Cisl, Raffaele Bonnanni.

Il manifesto arriva a pochi giorni da Todi 2. in quell’occasione il leader della CISL aveva sottolineato “Una personalità come Monti, stimato dagli italiani nonostante le pressioni per ridurnel'autorevolezza, che gode di grande autorevolezza tra i cittadini, si staglia di fronte a tanti populisti di destra e sinistra. Ha salvato il Paese.”

Quindi una partita politica che si potrebbe giocare tutta al centro, con Cattolici e Moderati della società civile magari uniti nel sostenere un eventuale Monti Bis, operazione che potrebbe trovare anche l’appoggio nell’UDC e in alcuni esponenti moderati del PDL. Mentre sembra improbabile l’appoggio del Partito Democratico, il segretario Bersani lo dice chiaramente mentre incontra il presidente francese Francois Hollande, zero chance “se Monti due vuol dire andare avanti con delle maggioranze spurie”

mercoledì 24 ottobre 2012

Immigrazione, 134.576 richieste di regolarizzazione. Per molti un successo

Alcuni, i più ottimisti, dicevano che non avrebbe funzionato. Altri hanno sostenuto che non sarebbe servita a nulla. Eppure, ad oggi, secondo i dati diffusi dal Ministero della Cooperazione internazionale e l'integrazione, guidato da Andrea Riccardi, i dati sembrano dire altro.

Sono infatti 134.0576 le richieste di regolarizzazione pervenute al ministero dell'Interno nell'ambito della procedura di emersione per l'impiego irregolare di lavoratori stranieri, nota sotto la formula di "ravvedimento operoso". Sempre secondo il report diffuso nei giorni scorsi, le domande per collaboratori familiari sono state 79.315, per assistenza a persone non autosufficienti 33.458, assistenza ad autosufficienti 3.196, lavoro subordinato 18.607.

In sostanza il provvedimento ha dato la possibilità agli stranieri lavoratori - e ai datori di lavoro che li tenevano in nero -  che risiedevano in modo irregolare nel nostro Paese  di far "emergere" e di sanare la propria situazione, pagando una certa cifra. Si è trattato di un primo esperimento nel nostro Paese di un provvedimento ad hoc che ha voluto rispondere a due problemi distinti ma interconnessi: il lavoro nero e la condizione di irregolarità della popolazione immigrata.

Il Ministro Riccardi ha dichiarato: "Abbiamo recuperato 135 milioni di euro. E nelle casse dell'Inps ne finiranno 75 milioni in più, solo per il settore dei lavoratori domestici. E soprattutto abbiamo reso felici, dandogli una prospettiva di dignità, 134.576 immigrati. Vi pare poco?"

La composizione delle categorie regolarizzate mostra, secondo Riccardi, che "le famiglie hanno mostrato un grande senso di realismo e legalità": "Circa 8.000 colf, circa 36.000 assistenti alla persona. Mentre 18.000  sono state le domande accolte per lavori subordinati".

C'è chi ha parlato di flop. Vi aspettavate numeri più alti? "Abbiamo sempre detto che attendevamo tra le 100mila e le 150mila domande", risponde Riccardi. "Ma è paradossale leggere queste critiche dopo aver dovuto fronteggiare chi temeva un'ondata di 800.000 clandestini".


Approfondimenti:
La spiegazione del "Ravvedimento Operoso"
Il report diffuso dal Ministero dell'Interno

martedì 23 ottobre 2012

Rottamiamo tutto?

La prima novità che il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha portato sulla scena politica nazionale è lessicale, anche se non propriamente sua. Tutto era nato all’inizio del novembre del 2010 a Firenze dove l’allora neo sindaco del capoluogo toscano insieme al consigliere comunale di Milano, Filippo Civati, diedero vita ad una tre giorni di riflessione politica. L’idea era di dare un taglio con la vecchia classe dirigente del partito per dare spazio ai giovani, se l’Italia ha gli stessi problemi da vent’anni, era la riflessione, e da vent’anni ci sono gli stessi politici, forse il problema sono i politici. I giornali coniarono per il duo dei giovani democratici il termine rottamatori.

Da all’ora il termine, e tutte le sue declinazioni, e l’idea sono stati usati e abusati in tutti i partiti, soprattutto in questi mesi. I partiti politici, con l’avvento del governo dei tecnici, con Grillo e il suo movimento che stanno aumentando nei sondaggi, stanno perdendo credibilità e consenso. In più nel centro sinistra sono iniziate le primarie, dove a concorrere ci sarà lo stesso sindaco di Firenze, e nel centro destra i malumori sono nati dopo l’uscita di scena di Berlusconi e l’incomprensione  per buona parte del proprio elettorato per l’appoggio al governo Monti.

Nel Partito Democratico il limite delle tre legislature è scritto nello statuto, anche se nello stesso statuto c’è anche la possibilità di avere deroghe alle regole del Partito stesso. Mettendo in pratica lo statuto molti degli attuali deputati e senatori non dovrebbero rientrare nel prossimo parlamento, “rottamando” di fatto il partito. Ma, mentre alcuni deputati hanno già rinunciato alla prossima candidatura altri esponenti di spicco del partito non hanno nessuna intenzione di lasciare i banchi di Montecitorio o di Palazzo Madama.

Il primo segretario del PD, Walter Veltroni, per esempio, ha annunciato da Fazio a “Che tempo che fa”, di non avere nessuna intenzione di ricandidarsi, anche se ha dichiarato di voler continuare a fare politica. Le parole di Veltroni hanno però riaperto il problema nel centro sinistra e di molti politici in parlamento da più di 15 anni. Preso in contropiede, Massimo D’Alema ha subito dichiarato: “La mia disposizione è a non candidarmi, quindi semmai posso candidarmi se il partito mi chiede di farlo.” Ed è nata prontamente una raccolta firme per chiedere al presidente del CoPaSir di rimanere in parlamento, anche se da via del Nazzareno la notizia è stata presa con un po’ di freddezza, mentre Renzi, soddisfatto del  passo indietro dei due leader storici dei Democratici di Sinistra, , non solo si reputa soddisfatto, ma vuole dare inizio ad una fase due del suo programma: “Ho molto rispetto per D’Alema” Commenta infatti Renzi “la sua scelta è stata nobile, una scelta che molti di noi auspicavano e chiedevano, adesso che il presidente D’Alema ha deciso di non ricandidarsi per le prossime elezioni in Parlamento, da parte mia non ci si sarà più mezza parola sull’argomento. La rottamazione fase uno mi pare di poter dire che è finita.”
Ora bisognerà capire cosa faranno molti altri esponenti del Partito Democratico, come Beppe Fioroni e Rosy Bindi, anche se non sembra che abbiano nessuna intenzione di lasciare i loro posti in Parlamento.

La rottamazione, però, trova la sua sponda anche nel PDL. Daniela Santanchè, che negli ultimi giorni sta facendo un forsennato pressing sul Cavaliere per un ritorno a Forza Italia considerando conclusa l’esperienza del PDL, dichiara al Foglio “È un mondo finito e il partito va azzerato. Devono dimettersi tutti, a partire da Alfano.” e ribadisce: “Per vincere occorre spacchettare, ritornare a Forza Italia e alla componente di destra o ex An e appoggiare altre liste civiche''. Naturalmente le parole della passionaria del PDL non piacciono alla vecchia guardia. Il segretario del partito Angelino Alfano le risponde duramente: “Nessun problema di natura personale, il problema e' sulla linea politica ed e' molto importante.” E prosegue “Ci tengo a precisare che il nostro partito non si ispira a Marine Le Pen ne' a partiti di estrema destra antieuropeisti e contro l'euro. Se il tentativo di qualcuno e' di spostare all'estrema destra il partito dandoci un'impronta antoeuropeista e di esprimere un giudizio pessimo sul governo Monti non e' questa la linea del partito. Meglio dirlo prima per essere chiari dopo.”
Il capogruppo alla camera del PDL, Fabrizio Cicchtto, intervistato da La Stampa, si dice preoccupato, tanto da affermare: “Nel linguaggio civile si rottamano le cose mai le persone perché in questo modo si evocano realtà assai sgradevoli. Chi usa queste espressioni abbia la consapevolezza che le parole sono pietre e che richiamano un passato da dimenticare, i campi di concentramento.Limitiamoci a rottamare le macchine usurate.”