giovedì 31 gennaio 2013

Ricordo di Modesta Valenti, donna senza fissa dimora morta trent'anni fa

ATTUALITA' - Modesta Valenti aveva 71 anni. Era una barbona e viveva per la strada, spesso cercava riparo alla stazione Termini, nodo centrale del traffico ferroviario della città, ma anche luogo dove le persone senza fissa dimora provano a fermarsi, soprattutto quando le temperature nella città diventano proibitive.
Era la notte del 31 Gennaio del 1983. Modesta si sentì male proprio alla stazione. Qualcuno chiamò l'ambulanza che accorse dopo poco tempo. Al loro arrivo Modesta era ancora viva. Forse poteva essere salvata se gli infermieri si fossero occupati della povera donna. Ma non lo fecero. Modesta, proprio per le condizioni in cui viveva, era sporca, aveva i pidocchi , quindi gli infermieri decisero di non prenderla, di non toccarla.
Modesta morì poche ore dopo, tra tante sofferenze. Nessuno si preoccupò di prestarle soccorso.
Sembra una storia di altri tempi, una storia che indigna ma che si pensa relegata al passato.
Purtroppo non è così. Solo pochi giorni fa, sempre a Roma, due uomini sono morti in un incendio nel sottopasso di Corso Italia. Secondo gli investigatori la causa della morte sarebbe accidentale, i due uomini avrebbero acceso un piccolo fuoco per scaldarsi e da li sarebbe divampato l’incendio (il 23 gennaio) e nella stessa zona di Corso Italia qualche giorno dopo (il 27) un altro uomo, intorno ai 50’anni, è stato trovato senza vita, morto di stenti.

Quando la politica dà credito a sé stessa, tirando in ballo Falcone e Borsellino

POLITICA - «Ilda Boccassini conti fino a tre prima di parlare. Mi basta sapere cosa pensava di lei Borsellino e cosa pensava di me». Sono le parole di Antonio Ingroia, candidato premier per Rivoluzione Civile, in risposta alle esternazioni del magistrato milanese che lo aveva accusato di un riferimento indebito al nome di Falcone in un suo recente intervento. «Non è un caso che quando Falcone iniziò la sua attività di collaborazione con la politica — aveva detto Ingroia — le critiche peggiori giunsero dalla magistratura. È un copione che si ripete».
«Contino entrambi fino a trenta e lascino fuori mio fratello, Paolo». «Non usi il nome di mio fratello Giovanni per fare politica». Così invece si inseriscono nella polemica i parenti di Falcone e Borsellino.
Ma cosa succede? La scelta di entrare in politica non può essere mai messa in discussione. Qualunque cittadino, ogni esponente della società civile né ha ben diritto. Il ragionamento, vera e propria mission della neonata Lista Monti "Scelta Civica" e del Movimento 5 Stelle di Grillo, vale certo anche per l'ormai ex-magistrato Ingroia. E allora perché tante polemiche? Proviamo a darne conto brevemente, anticipando subito la nostra idea: il problema sta tutto nel non tirare in ballo persone che non possono più manifestare la propria opinione, vedi Falcone e Borsellino. Succede così che alle parole di Ingroia in tanti sentano il dovere di rispondere al posto loro: dal «si vergogni», un po' forte per la verità, della Boccassini, al «paragone fuor d’opera»,dell’ex capo della Dna, neocandidato pd, Pietro Grasso, tirato in ballo anche lui da Ingroia («a lui che ha avuto un incarico nazionale molto più importante del mio nessuno lo rimprovera nulla»). E anche il collega Stefano Dambruoso, candidato con Lista Civica di Monti, rimarca la «caduta di stile». «Falcone non fece mai politica», afferma netto Roberto Saviano. «Sbaglia Ingroia a lacerare l’antimafia», è invece l'opinione di Nichi Vendola. Più attente le parole del ministro Riccardi: "'Credo che figure come Falcone o Borsellino, ma anche altri meno conosciuti, come il cronista Mario Francese del Giornale di Sicilia, ammazzato perché svelava il volto della mafia, siano eroi nazionali. Farei attenzione a paragonarsi a figure del passato, credo che strumentalizzare gli eroi non sia una bella cosa da fare”. A chiudere, speriamo, la sterile polemica, sono giunte opportune le parole del ministro della Giustizia, Paola Severino: «Capisco che in campagna elettorale si usino dei toni alti, mi piacerebbe che nelle campagne elettorali si usassero dei toni più costruttivi, più  programmatici e pacati».

E' morta Ceija Stojka, testimone rom della Shoah

NEWS DALLA STORIA - E' morta all'età' di 79 anni Ceija Stojka, scrittrice e artista rom sopravvissuta all'Olocausto. Attraverso i suoi scritti e le sue opere d'arte, Stojka ha contribuito a diffondere la conoscenza del porrajmos, lo sterminio dei rom da parte dei nazisti. "In ogni momento della mia vita ricordo Auschwitz", aveva detto l'artista in un'intervista recente. Ceija Stojka, nata nel 1933 a Kraubath, un paesino della Stiria, era il quinto di sei figli nati da genitori cattolici appartenenti a un gruppo di rom Lowara. Deportata nel campo nazista di Birkenau e successivamente in quello di Bergen-Belsen, dove è stata poi liberata nel 1945. Dopo il ritorno dal lager ha vissuto a Vienna e nei dintorni della capitale austriaca lavorando come venditrice ambulante. Ha scritto poesie, canzoni e testi sia in lingua rom che in tedesco.

Il ministro Riccardi, da anni impegnato perché la memoria dell'Olocausto sia una memoria viva e condivisa, ha ricordato così Ceija: «Ho appreso con dispiacere della scomparsa di Ceija Stojka, pittrice, cantante e scrittrice  zingara di religione cattolica, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti. Una testimone  del genocidio dei rom e dei sinti, il Porrajmos, un fenomeno spesso trascurato o rimosso dalla memoria collettiva. Ceija è stata una dei pochi rom a mettere per iscritto – nel libro “Forse sogno di vivere” -  i suoi ricordi di bambina nei campi di Auschwitz, Ravensbruck e Bergen Belsen.  In questo libro ricordò tra l’altro che per ripararsi dal freddo, lei e i suoi piccoli amici si nascondevano sotto i corpi delle persone appena uccise nelle camere a gas. Ricordo ancora il suo commosso abbraccio con Benedetto XVI, nel 2012 quando il Papa ricevette in udienza tremila rom e sinti d’Europa e ascoltò dalla viva voce di Ceija gli orrori patiti dal suo popolo sotto il nazismo».

mercoledì 30 gennaio 2013

Ci mancheranno (3)

POLITICA - Quando il presidente del Consiglio Mario Monti ha deciso di “salire” in campo, ai suoi alleati ha chiesto chiaramente, nel compilare le liste, di utilizzare due criteri molto precisi, fedina penale pulita e un tempo relativamente breve nelle stanze dei bottoni, naturalmente con qualche deroga.
Così Pier Ferdinando Casini ha dichiarato “Sulle liste abbiamo fatto un ottimo lavoro, abbiamo liste pulite e per alcuni versi abbiamo fatto anche qualche ingiustizia. Ma abbiamo preferito fare qualche ingiustizia piuttosto che avere imbarazzi”. A chi si riferiva il leader dell’UDC? A Enzo Carra: “Per me che una persona come Enzo Carra debba uscire dalle liste per una condanna ad un anno in anni delicatissimi per il Paese, mentre tutti sanno che è un galantuomo.” L’ex portavoce di Forlani, in parlamento del 2001, era stato condannato infatti negli anni di Mani Pulite . Discorso diverso invece per Mario Tassone, su di lui sono pesati gli anni trascorsi a Montecitorio, dove è entrato nel 1979 (VIII Legislatura). Come per Renzo Lusetti (eletto a soli 28 anni deputato nell’87) e Luca Volontè (parlamentare dal 1996). Nell’UDC non ci sarà neanche Savino Pezzotta. L’ex segretario della CISL lascia il partito con una forte polemica: “Lascio l'Udc, è un errore non aver modificato l'agenda Monti in senso sociale, ed è un errore anche non aver chiuso fin da subito l'intesa con il Pd per il dopo voto.”
C’è poi un nutrito gruppo di parlamentari uscenti, fuoriusciti dal PDL per sposare il progetto montiano, ma che non hanno trovato posto nelle liste del centro, come Beppe Pisanu, eletto alla Camera dei Deputati per la prima volta nel 1972, o Giorgio Stracquadanio  che intervistato da Parorama, con amarezza, dichiara: “Ciao Parlamento? Sì, ma il mio è un ciao che non è un arrivederci perché la vita è lunga e la legislatura può essere breve…. Io non abbandono la politica prima o poi rientrerò in Parlamento.” Non ci sarà Franco Frattini (ex Ministro del Esteri di Berlusconi e molto vicino alle posizioni di Monti, ma per lui si vocifera un posto importante nella NATO), o Alfredo Mantovano (già sottosegretario agli Interni con B., molto vicino a Monti, ma che torna a fare il magistrato).
Non rinuncia naturalmente ad un seggio Casini (entrato in Parlamento nel 1983) ma che punta al Senato (con il desiderio di diventarne il Presidente), ma anche Rocco Buttiglione (parlamentare dal 1996) e Lorenzo Cesa. Al Senato, nella lista di Monti, in Lombardia il professore cala il tris: Pietro Ichino (deputato nell’VIII Legislatura come indipendente del PCI e Senatore nell’ultima con il PD), Mario Mauro (mai eletto in parlamento ma con tre mandati in Europa nelle file del PDL) e Gabriele Albertini (prima sindaco di Milano con Forza Italia e poi Europarlamentare con il PDL, ha ricevuto l’appoggio di Mario Monti per ambire alla poltrona di Governatore della Lombardia contro Roberto Marroni e Umberto Ambrosoli).

martedì 29 gennaio 2013

Ustica: è stato un missile. Lo sapevamo già da 33 anni

NEWS DALLA STORIA - Nella nostra storia è accaduto anche questo. Che una verità scoperta e capita subito ha dovuto essere smentita e inabissata per 33 anni, per poi ritornare prepotentemente a galla. In tanti, in quella lunga notte del 27 giugno 1980, parlavano di un missile che, nel corso di una azione di guerra tra Francia, Stati Uniti e Libia, aveva colpito, per sbaglio, il DC9 italiano della compagnia aerea Itavia, che stava volando sui cieli di Ustica. 81 persone persero la vita in quella tragedia. La parola "Ustica", che fino al 26 giugno 1980 indicava solo una splendida isola mediterranea, subì una mutazione quasi genetica: divenne un neologismo italico, evocatore di qualcosa di oscuro, indicibile, utile per indicare una linea di condotta politica codarda e poco lungimirante, che negli anni post guerra fredda non troverà mai il coraggio di aprire gli archivi, di togliere il segreto di Stato sulle stragi, di suscitare un dibattito sano e costruttivo sul tanta parte oscura della storia del nostro Paese. Si diceva: un giorno la verità storica smentirà quella giudiziaria, fatta anche per Ustica di depistaggi, dolorose assoluzioni e di ricostruzioni farlocche degli eventi, che non vale neppure la pena citare ancora. I procedimenti giudiziari per alto tradimento intentati contro alcuni vertici militari italiani che avrebbero ostacolato le indagini si sono conclusi con la completa assoluzione degli imputati. Eppure ieri, lunedì 28 gennaio, qualcosa è cambiato. La tesi che fu un missile ad abbattere il Dc9 dell’Itavia ad Ustica «è abbondantemente e congruamente motivata». Poche parole che cambiano tutto e aiutano la ricostruzione storica: le ha scritte nella sua sentenza la terza sezione civile della Corte di Cassazione che ha respinto quindi il ricorso presentato dal ministero della Difesa e delle Infrastrutture e Trasporti e ribadito che i parenti delle vittime del disastro vanno risarcite. Lo Stato dovrà pagare perchè non ha garantito la sicurezza della navigazione aerea civile. «Non c’è dubbio - scrivono i giudici - che le amministrazioni avessero l’obbligo di garantire la sicurezza dei voli e che l’evento stesso dimostra la violazione della norma cautelare».

Approfondimenti:
La bibliografia completa sulla strage di Ustica

lunedì 28 gennaio 2013

Non si può giustificare il regime fascista.

NEWS DALLA STORIA - Molte volte i nostri politici perdono l’occasione di tacere. “E' difficile mettersi nei panni di chi decise allora, ma certamente il governo di allora per timore che la potenza tedesca vincesse preferì essere alleato alla Germania di Hitler, la quale impose come condizione lo sterminio contro gli ebrei. Le leggi razziali rappresentano la peggiore colpa di Mussolini che per tanti altri versi invece aveva fatto bene.” È stata la rilettura storica del ventennio fascista fatta da Silvio Berlusconi ieri, Giornata della Memoria, alla cerimonia di inaugurazione del Museo della Shoah a Milano.
Giustificare un regime come quello fascista, provando a sminuire l’orrore e la violenza, provando a incolpare lo scomodo alleato tedesco, provando a sottolineare che furono pochi gli errori di Mussolini e che insieme alle leggi razziali bisogna ricordare le tante innovazioni fatte dal regime come la bonifica dell’agro pontino o la nascita del primo welfare, è storicamente falso.
Con il passare degli anni e la morte di molti testimoni diretti di quei tragici anni c’è il bisogno di ricordare e testimoniare con più forza cosa fu la dittatura fascista in Italia. La totale mancanza dei diritti, con la sospensione della democrazia diretta furono i primi segnali della dittatura. L’uso sistematico del confino per silenziare gli oppositori politici, fino all’eliminazione fisica degli esponenti dell’opposizione come fu per Matteotti, il deputato socialista ucciso della cui morte Mussolini si assunse la responsabilità politica in Parlamento. Fino alla promulgazione, nel 1938, delle leggi razziali, non unico errore ma triste conseguenza di un odio viscerale.
Alle parole di Berlusconi hanno risposto in molti.
“Le dichiarazioni appaiono non solo superficiali e inopportune, ma, là dove lasciano intendere che l'Italia abbia deciso di perseguitare e sterminare i propri ebrei per compiacere un alleato potente, destituite di senso morale e di fondamento storico. Le persecuzioni e le leggi razziste anti-ebraiche italiane, hanno avuto origine ben prima della guerra e furono attuate in tutta autonomia sotto la piena responsabilità dal regime fascista”. Le parole del presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna.
“Non dimentichiamoci che, oltre le leggi razziali, il regime di Mussolini ha cancellato la liberta' di pensiero e di espressione e' stato autore delle stragi in Etiopia e creo' quel tessuto discriminativo contro omosessuali, rom e tutte le altre minoranze a lui invise.” La riflessione di Daniele Nahum, vicepresidente e portavoce della Comunita' ebraica di Milano e candidato alle elezioni regionali in Lombardia nella lista di centro-sinistra 'Con Ambrosoli presidente'.
Anche dal mondo politico c’è una ferma condanna alle parole dell’ex presidente del Consiglio.
Pier Ferdinando Casini (UDC): “Non sono d'accordo con Berlusconi sul bene fatto da Mussolini a parte le leggi razziali: il fascismo e' responsabile di molte altre cose. Certo in qualsiasi regime e' possibile trovare 10 cose buone su 100 cattive, ma e' un fatto fisiologico”.
Anna Finocchiaro (PD): “Le sue parole sono inaudite. Le colpe di Mussolini e del suo regime non sono solo le atroci leggi razziali, ma molte altre cose a cominciare dal soffocamento della democrazia nel nostro Paese e dall'alleanza con il nazismo.”
Mario Marazziti (Lista Monti) riflette come “Il razzismo di Mussolini e del regime fascista che ha precipitato l'Italia nel disastro della guerra e nella corresponsabilità' con il nazismo rimane una ferita terribile e un errore imperdonabile, colpevole della sofferenza e della morte di milioni di persone annientate dalla guerra,  anche se qualche treno arrivava in orario e c'erano le colonie estive per i bambini.”
Nichi Vendola (SEL) “Berlusconi che prova a strizzare l'occhio ai sentimenti dell'estrema destra che torna ad alzare la testa in Italia e in Europa, che torna ad ubriacare frammenti di società ed opinione pubblica con la retorica del razzismo e dell'antisemitismo.”
Stupisce poi che le parole di Berlusconi arrivino a pochi giorni dall’arresto di esponenti di Casa Paund a Napoli. Molti capi d’accusa tra cui la pianificazione di uno stupro contro una ragazza solo perché ebrea.
Il rischio di un antisemitismo oggi è reale e bisogna lavorare perché l’odio e la violenza della dittatura fascista non siano più giustificate in alcun modo, ne tanto meno, ancora più pericoloso, sminuite. Il rischio di odiare l’altro solo perché diverso (colore della pelle, gusti sessuali, religione), non può essere giustificato in nessun modo.
Berlusconi avrebbe fatto bene ad ascoltare gli interventi dei testimoni del l’odio razzista invece di concedersi un pisolino.

venerdì 25 gennaio 2013

Ci mancheranno (2)


POLITICA - Se nel PD la scelta di non ricandidare alcuni esponenti della vecchia classe dirigente è legato soprattutto ad un opportunismo politico nato soprattutto dopo la campagna del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, sulla rottamazione, nel PDL la scelta di far rimanere fuori alcuni parlamentari di questa legislatura è nata intorno alla campagna “liste pulite”. Sembra che alcuni sondaggi in mano a Barlusconi danno una differenza di 2 punti percentuali se nelle liste del PDL ci sono e meno alcuni personaggi che nell’immaginario collettivo sono legati a scandali giudiziari.
Marcello dell’Utri è entrato nel Parlamento italiano nel 1996, una legislazione alla Camera per poi passare al Senato. Su di lui, uomo vicinissimo a Berlusconi, suo segretario personale per molti anni, ha pesato una condanne, non definitiva, per concorso esterno in associazione mafiosa (nei primi due gradi di giudizio è stato giudicato colpevole, mentre la Cassazione ha annullato la sentenza d’Appello e chiesto di celebrare di nuovo il secondo grado). Il suo, come per tanti non ricandidati nel PDL, è un passo indietro per il bene del suo partito “Berlusconi me l'ha chiesto” dichiara il senatore Dell'Utri “ma è stata una scelta mia, ho deciso da solo.”
Ma molte esclusioni nel PDL hanno portato malumori. Alfonso Papa, che durante la legislatura ha scontato 101 giorni di carcere di Poggioreale a Napoli nell’ambito dell’inchiesta sulla P4 (il tribunale di Napoli ha poi ritirato la custodia cautelare per il deputato del PDL). Papa ha dichiarato, dopo la sua esclusione dalle liste del PDL: “Vengono fuori i tratti di un partito a trazione alfaniana, nel quale non mi riconosco affatto dal momento che ben poco rimane del progetto berlusconiano delle origini. In un partito di tale fattura una persona come Enzo Tortora non sarebbe stata candidata".
Decide di fare un passo indietro, anche se polemicamente, Claudio Scajola. Il Deputato ligure dice: “Per la dignità mia e della mia famiglia non sopporto più esami da parte di alcuno sulla mia moralità. Per queste ragioni ritiro la mia candidatura. I miei valori, la mia storia e il mio stile di vita” Prosegue Scajola, “parlano per me. Con buona pace di qualunque arbitro. Per quel che concerne le mie ‘vicende giudiziarie’, tocca ricordare, nero su bianco, che Claudio Scajola ha inanellato solo archiviazioni, proscioglimenti e tanti mal di pancia”. L’addio da parte di Scajola ha però portato non pochi malumori all’interno del PDL ligure, con tanto di minacce di scissione. Motivo del contendere? Ritrovarsi a votare non il loro punto di riferimento politico come Scajola, ma alcuni catapultati da Roma, inseriti in posti sicurissimi, tra i quali Augusto Minzoli.
Ma il parlamentare che sicuramente ha fatto più parlare di se in questi ultimi giorni di trattative sulle liste, è stato Nicola Cosentino. Il deputato campano, su cui spicca un mandato di arresto per presunti contatti con il Clan dei Casalesi, rimarrà fuori dal Parlamento. Nelle ultime ore prima della consegna delle liste era uscito anche un piccolo giallo, un’agenzia di stampa aveva battuto la notizia che Cosentino fosse fuggito portandosi via le liste per la Campagna, notizia poi smentita.
Restano poi fuori dalle liste anche molti ex di Alleanza Nazionale confluiti nel PDL, uno su tutto Mario Landolfi, che, con rancore, dichiara “Contro di noi (ex An, ndr) c'è stato un atteggiamento xenofobo. Nei villaggi se la prendevano con lo straniero, nel nostro partito quando calavano i sondaggi dicevano: è colpa degli ex An”
È più deluso che arrabbiato invece Marcello Pera. Dopo un’attenta riflessione ha deciso di lasciare la politica con una motivazione molto semplice: “Con la presentazione imminente delle liste elettorali termina la mia presenza in politica. La ragione è assai semplice: ritengo che il mio contributo si sia esaurito, anche se non credo che si sia esaurito quel bisogno di rinnovamento, la cosiddetta «rivoluzione liberale», che molti anni fa portò in Parlamento me ed altri come me, i cosiddetti professori di Forza Italia.”
Nel PDL poi, nel caso i sondaggi venissero confermati perdesse le elezioni, i posti a disposizione nella prossima legislatura sarebbero inferiori, e non di poco, rispetto a 5 anni fa.
Infine, sono ben 34 i Parlamentari uscenti del PDL che proveranno ad entrare nella prossima legislatura con più di tre mandati alle spalle (alcuni in posti con buone chance di essere rieletti). Una lista che va da  Giancarlo Galan (in Parlamento dal 1994 per tre legislature), a Maurizio Lupi da Sandro Bondi a Niccolò Ghedini(tutti in Parlamento dal 2001), fino a Fabrizio Cicchitto (entrato in Parlamento per la prima volta nel 1976 con il Partito Socialista), Maurizio Gasparri (Nel 1994 entrava in Parlamento con il Movimento Sociale), Carlo Giovanardi (nel 1992 deputato DC) e Maurizio Sacconi (eletto per la prima volta nel 1979 per il Partito Socialista).
Proverà ad entrare per la 10 legislatura Francesco Colucci, 81 anni, entrato in Parlamento per la prima volta nel 1972 per la VI Legislatura, nel Partito Socialista.

Continua…