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martedì 19 marzo 2013

Mafia. Confermati gli ergastoli per gli assassini del piccolo Giuseppe Di Matteo

ATTUALITA' - «Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l'auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento

Con queste parole Giovanni Brusca si è assunto le sue terribili responsabilità (Giovanni Brusca, dichiarazione tratta dal libro Ho ucciso Giovanni Falcone, di Saverio Lodato, Mondadori). Giuseppe Di Matteo fu rapito il 23 novembre 1993, quando aveva 12 anni, al maneggio di Altofonte da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Ieri a Palermo sono stati finalmente confermati dalla Corte d'Assise d'Appello di Palermo, presieduta dal giudice Roberto Murgia, i cinque ergastoli inflitti in primo grado per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino, ucciso e poi sciolto nell'acido a 14 anni l'11 gennaio 1996 dopo dopo 779 giorni di prigionia.

sabato 16 marzo 2013

A Firenze la XVIII "Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie"

ATTUALITA' - Mentre sui principali quotidiani riecheggia la condanna a 12 anni di reclusione dell'ultraottantenne Gaetano Riina, fratello del più famoso bos Totò,  si sta svolgendo oggi a Firenze la diciottesima edizione della "Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie", promossa dall'associazione Libera e Avviso Pubblico. La Giornata della Memoria e dell'Impegno ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie. Oltre 900 nomi di vittime innocenti delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell' ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perchè, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere. 'Ma da questo terribile elenco - sottolinea Libera - mancano tantissime altre vittime, impossibili da conoscere e da contare'.
Sempre a Firenze centinaia di familiari delle vittime della mafia hanno partecipato ieri sera alla veglia interreligiosa che si e' tenuta nella basilica di Santa Croce a Firenze sempre per iniziativa dell'associazione Libera. Alla celebrazione ha partecipato il vescovo di Fiesole, Mario Meini e, tra gli altri, anche l'imam di Firenze Izzedin Elzir. Una lunga processione di familiari delle vittime ha fatto risuonare nella basilica il nome di ciascuno dei morti per mano della mafia.

La pagina del sito di libera sull'evento

Il sito ufficiale dell'Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia

martedì 5 febbraio 2013

La proposta di un'agenda contro le mafie


POLITICA - Con piacere si legge oggi tra le colonne de La Stampa l'attenta analisi di Federico Varese, docente di Criminologia all'Università di Oxford e autore di importanti saggi sul rapporto tra mafia e globalizzazione. Concordiamo infatti con quanto afferma l'esperto nell'incipit del suo articolo: "Peppino Impastato gridava dai microfoni di Radio Aut: “la mafia è una montagna di merda.” Eppure i partiti continuano a sottovalutare questo scandalo italiano che dura da quasi duecento anni. L’Agenda Monti ha il merito di aver formulato alcune proposte concrete, ma le poche idee utili che circolano in questa campagna elettorale naufragano nella cacofonia assordante dei proclami, dei tweets e dei verdetti sulle apparizioni televisive di Berlusconi. Nessuno sembra capire che la lotta alla mafia è parte integrante dalla riforma dello stato e dei rapporti economici".

sabato 2 febbraio 2013

Proposta per il nuovo Parlamento: dichiarare guerra alla mafia

Ha colpito favorevolmente la nostra attenzione la lettera scritta da Walter Veltroni e pubblicata ieri da Repubblica. Un appello al nuovo Parlamento che nascerà dalle prossime elezioni: dichiarare guerra alla mafia, in tutte le sedi e con tutti gli strumenti. Secondo Weltroni il connubbio mafia e recessione è particolarmente pericoloso e potrebbe essere proprio la corruzione ad impedire al nostro Paese una ripresa nel futuro prossimo. Seguono una serie di proposte concrete e condivisibili: regole essenziali come quelle sull'autoriciclaggio, la messa a regime della banca dati unica delle informative antimafia accessibile alla Dna, l'attuazione della "white list" realizzando presso le prefetture elenchi di aziende davvero pulite. Un appello giusto e opportuno sul quale speriamo che tutte le forze politiche in campo si misurino.

La lettera integrale di Walter Veltroni:
"Caro direttore,
occorre che lo Stato italiano entri in guerra. Che notifichi, all'avvio del prossimo Parlamento, una vera e propria dichiarazione di guerra alla mafia, alle mafie. Lo so, non ci sono ambasciatori e cancellerie a cui consegnare un documento formale. Ma la mafia, le mafie, sanno benissimo lanciare segnali e anche comprenderli. Se la politica, le istituzioni, i cittadini sono uniti (al di là di qualsiasi divisione) i poteri criminali capiranno che la Repubblica fa sul serio.

giovedì 31 gennaio 2013

Quando la politica dà credito a sé stessa, tirando in ballo Falcone e Borsellino

POLITICA - «Ilda Boccassini conti fino a tre prima di parlare. Mi basta sapere cosa pensava di lei Borsellino e cosa pensava di me». Sono le parole di Antonio Ingroia, candidato premier per Rivoluzione Civile, in risposta alle esternazioni del magistrato milanese che lo aveva accusato di un riferimento indebito al nome di Falcone in un suo recente intervento. «Non è un caso che quando Falcone iniziò la sua attività di collaborazione con la politica — aveva detto Ingroia — le critiche peggiori giunsero dalla magistratura. È un copione che si ripete».
«Contino entrambi fino a trenta e lascino fuori mio fratello, Paolo». «Non usi il nome di mio fratello Giovanni per fare politica». Così invece si inseriscono nella polemica i parenti di Falcone e Borsellino.
Ma cosa succede? La scelta di entrare in politica non può essere mai messa in discussione. Qualunque cittadino, ogni esponente della società civile né ha ben diritto. Il ragionamento, vera e propria mission della neonata Lista Monti "Scelta Civica" e del Movimento 5 Stelle di Grillo, vale certo anche per l'ormai ex-magistrato Ingroia. E allora perché tante polemiche? Proviamo a darne conto brevemente, anticipando subito la nostra idea: il problema sta tutto nel non tirare in ballo persone che non possono più manifestare la propria opinione, vedi Falcone e Borsellino. Succede così che alle parole di Ingroia in tanti sentano il dovere di rispondere al posto loro: dal «si vergogni», un po' forte per la verità, della Boccassini, al «paragone fuor d’opera»,dell’ex capo della Dna, neocandidato pd, Pietro Grasso, tirato in ballo anche lui da Ingroia («a lui che ha avuto un incarico nazionale molto più importante del mio nessuno lo rimprovera nulla»). E anche il collega Stefano Dambruoso, candidato con Lista Civica di Monti, rimarca la «caduta di stile». «Falcone non fece mai politica», afferma netto Roberto Saviano. «Sbaglia Ingroia a lacerare l’antimafia», è invece l'opinione di Nichi Vendola. Più attente le parole del ministro Riccardi: "'Credo che figure come Falcone o Borsellino, ma anche altri meno conosciuti, come il cronista Mario Francese del Giornale di Sicilia, ammazzato perché svelava il volto della mafia, siano eroi nazionali. Farei attenzione a paragonarsi a figure del passato, credo che strumentalizzare gli eroi non sia una bella cosa da fare”. A chiudere, speriamo, la sterile polemica, sono giunte opportune le parole del ministro della Giustizia, Paola Severino: «Capisco che in campagna elettorale si usino dei toni alti, mi piacerebbe che nelle campagne elettorali si usassero dei toni più costruttivi, più  programmatici e pacati».

venerdì 25 gennaio 2013

Connivenze tra gioco d'azzardo e criminalità. Il coraggio del giornalista Tizian


Giovanni Tizian è un giornalista della Gazzetta di Modena e inchiestista di Repubblica e di Espresso. Il suo lavoro si è da sempre concentrato sulle interferenze dei clan delle ‘ndrine nel mondo del gioco d’azzardo legale. La sua ultima inchiesta ha portato al sequestro di 1500 slot machine truccate e all’arresto del boss della ‘ndrangheda Nicola Fermia nel corso della maxi operazione della GdF di Bologna.
O la smette, o gli spariamo in bocca“: questa la minaccia esplicita che il boss della ‘ndrangheta Nicola Femia suggerisce al telefono all'imprenditore Guido Torello. Proprio per questo motivo Tizian dal 2011 è inserito nel programma di protezione delle vittime di mafia e vive sotto scorta.
Ieri il boss della 'ndrangheta Nicola Fermia è stato finalmente arrestato in una maxi operazione della Guardia di Finanza che ha portato in carcere altre 29 persone, oltre che il sequestro di 1500 slot machine truccate.

Sul sito personale del giornalista (http://www.iomichiamogiovannitizian.org) troviamo le motivazioni, profonde, del suo impegno civile contro le mafie: il 23 ottobre 1989, a colpi di lupara, veniva assassinato il padre, Peppe Tizian mentre da Locri rientrava a Bovalino dopo una giornata di lavoro. E' la storia straordinaria e insieme normale, in questo Paese, di un cittadino onesto, di funzionario di banca che non si è piegato al malaffare mafioso.

Sono 52 in Italia i giornalisti che per fare bene il proprio mestiere sono finiti sotto scorta. Indagare, scavare a fondo oppure, molto più semplicemente, dire la verità, è ancora una cosa pericolosa. Come sono pericolosi gli intrecci, svelati e dimostrati da Tizian, tra il gioco d'azzardo e la criminalità organizzata al nord: sono milioni gli euro "lavati" e reinvestiti in quel settore, più volte al centro dell'azione del governo che ha cercato di regolamentarlo. Non senza incontrare ostacoli, come ha affermato il ministro Riccardi che ha voluto portare la sua solidarietà a Tizian: "La vicenda del coraggioso giornalista Giovanni Tizia, a cui deve andare tutta la nostra vicinanza e solidarietà, non fa che confermare le mie preoccupazioni per una sottovalutazione complessiva del tema del gioco d'azzardo e dei rischi ad esso connessi (...) Il governo Monti ha sicuramente il merito di aver fatto approvare una prima, incisiva regolamentazione del settore, limitando la pubblicità, introducendo la definizione di ludopatia, salvaguardando le categorie più deboli - ha aggiunto Riccardi - Tuttavia, la prossima legislatura dovrà affrontare con ancor più vigore i nodi di questo inquietante fenomeno. Non basta dire che il gioco porta soldi alle casse dello Stato per superare di colpo tutte le perplessità, le riserve e le preoccupazioni".

Processo per l'uccisione di Rostagno, nuove rivelazioni su Gladio in Sicilia


NEWS DALLA STORIA - Sembra una storia infinita. Sono trascorsi 24 lunghi anni dal 26 settembre 1988 quando il giornalista Mauro Rostagno fu ucciso in un agguato in Sicilia. Nel corso lungo processo, degno di una delle migliori serie thriller, accade anche che l'ipotesi iniziale (il delitto Rostagno fu eseguito dalla mafia ma i mandanti erano politici poiché il giornalista ficcanaso aveva scoperto un traffico di armi con la Somalia) dopo essere stata accantonata per altre decine di ipotesi (delitto d'onore, passionale, ritorsione, cellula mafiosa impazzita) ritorna in auge, grazie alle dichiarazioni di un ex deputato regionale, Camillo Oddo.

Nel corso della sua dichiarazione, tenutasi  mercoledì scorso davanti alla Corte D’Assise di Trapani, Oddo ha riferito le parole riportate durante una conferenza stampa del  27 settembre 1994 (all'epoca faceva parte della segreteria politica del PDS) in cui dichiarò che dietro al delitto di Mauro Rostagno ci potessero essere dei traffici del centro Scorpione di Gladio, la cellula paramilitare che operava a  Trapani. "Nel settembre del ‘94 ritenemmo che ci fosse stata una sottovalutazione investigativa sul delitto Rostagno - ha detto - ragion per cui, dopo aver parlato con i nostri riferimenti in commissione parlamentare antimafia, organizzammo  una conferenza stampa paventando che, dietro l'omicidio potesse esserci Gladio, alla luce anche del fatto che in città operava 'Scorpione', una cellula di Gladio'. ''Ad insospettirci, all'epoca, fu, in particolare, il silenzio dei pentiti sull'omicidio'', ha aggiunto Oddo,  dicendo che ''Rostagno, anche se c'erano altri giornalisti che denunciavano, ha rappresentato un elemento di rottura non soltanto per i temi affrontati a testa bassa dagli schermi di Rtc (l'emittente privata dove lavorava) ma anche e soprattutto per il modo in cui si poneva davanti la tv''.

Oramai in molti, sia sul versante giornalistico che giudiziario, hanno messo in relazione le vicende somale (l'uccisione del maresciallo del SISMI Vincenzo Li Causi e della giornalista Ilaria Alpi) con il traffico di armi tra l'Italia ed il regime di Siad Barre negli anni '80. La vicenda di Rostagno si colloca in questo intreccio per due motivi: il primo è che la comunità di recupero da lui fondata, Samaan, si trovava a poche centinaia di metri dal Centro Scorpione gestito proprio da Vincenzo Li Causi. Il secondo motivo è che la famosa pista di decollo nascosta dai radar, sulla quale Rostagno filmò il traffico di armi italo-somalo era probabilmente proprio quella in dotazione al Centro Scorpione, circostanza, ovviamente, sempre smentita. Staremo a vedere come si concluderà il processo e se l'ipotesi iniziale, tornerà ad essere alla fine l'unica veritiera.

Per approfondire:
La bibliografia completa sull'omicidio Rostagno

venerdì 18 gennaio 2013

"E se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto", un ricordo di Don Puglisi a Torino


NEWS DALLA STORIA - Padre Puglisi fu ucciso il 15 settembre 1993 davanti alla sua parrocchia nel centro di Palermo, condannato a morte dai boss mafiosi per il suo impegno contro la criminalità organizzata: la sua coerenza personale, l'insistenza sull'educazione dei giovani alla legalità e la capacità di motivare altri a questo impegno lo avevano reso un "nemico" da eliminare al più presto, per riportare il pieno controllo della criminalità sul territorio. Quando quella sera di vent'anni fa i due killer gli si avvicinarono con la pistola in pugno, padre Puglisi sorrise ai suoi uccisori e disse: «Me l'aspettavo». Il prossimo 25 maggio sarà celebrata a Palermo la sua beatificazione.

 "E se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto. Padre Puglisi tra spiritualità e impegno civile” è il titolo dell’incontro che si svolge domani alle 20,45 alla Fabbrica delle E del capoluogo piemontese, organizzato da Movimento ecclesiale di Impegno culturale (Meic) di Torino, Libera Piemonte, Azione cattolica e Il Nostro Pianeta, con la collaborazione di Abitare la terra, ACLI Torino, Agesci zona Torino, Centro Studi Bruno Longo, CISV, FUCI, GIOC, Ufficio per la pastorale degli universitari della diocesi di Torino.

Venerdì 18 gennaio 2013, alle 20.45,
Fabbrica delle E, in corso Trapani 91/b
"E se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto"
Padre Pino Puglisi tra spiritualità e impegno civile
Interviene
don Luigi Ciotti, presidente di Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie


lunedì 1 ottobre 2012

La corruzione è la vera tassa degli italiani. Presentato il dossier di Libera


Lunedì 1 ottobre 2012 - L'associazione Libera ha presentato oggi il Dossier "Corruzione, le cifre della tassa occulta che impoverisce e inquina il paese", presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana a Roma.  Il bilancio redatto dal dossier è tragico.

"La corruzione è una mega tassa occulta che impoverisce il paese sul piano economico, politico, culturale e ambientale” ha detto don Ciotti nel corso della conferenza. La corruzione infatti si paga cara: 10 miliardi di euro l’anno in termini di prodotto interno lordo è la stima della perdita di ricchezza causata in Italia. Il fenomeno, spiegano i redattori del dossier, in Italia ormai “è a livelli mastodontici e può crescere ancora, se non si contrasta in modo netto, senza mediazioni, con volontà politica concreta, che vada al di là delle parole”.

I dati del dossier mettono insieme stime e numeri su un fenomeno prettamente italiano provenienti anche da fonti estere,  da rapporti internazionali, dai dati della Banca Mondiale a quelli di dati Eurobarometro. Il risultato è un dissesto economico e sociale che non ha pari in Europa. Secondo la World Bank, nel mondo si pagano ogni anno più di 1.000 miliardi di dollari di tangenti e va sprecato, a causa della corruzione, circa il 3 per cento del Pil mondiale. Applicando questa percentuale all’Italia, spiegano gli autori del dossier, si calcola che annualmente l’onere sui bilanci pubblici sia nella misura di 50-60 miliardi di euro l’anno. Siamo di fronte ad una vera una vera e propria tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini. Si stima che la perdita di ricchezza causata dalla corruzione ammonti ogni anno, in Italia, a circa 10 miliardi di euro in termini di prodotto interno lordo. Sono l’equivalente di circa 170 euro annui di reddito pro capite e di  oltre il 6 per cento in termini di produttività.

Esiste poi la corruzione ambientale, quella che riguarda le grandi opere e lo smaltimento dei rifiuti, quella che si annida nell’edilizia e nella gestione delle emergenze. Ed è stata dimostrata, secondo gli autori del dossier, anche una correlazione fra il tasso di mortalità infantile e la diffusione della corruzione, misurata attraverso l’indice di percezione di Transparency International. Una stima prudenziale porta a ipotizzare che "circa l’1,6 per cento dei decessi di bambini nel mondo possa essere spiegata dalla corruzione, il che significa che, delle 8.795.000 morti annuali di bambini, più di 140.000 possono essere indirettamente attribuite alla corruzione". Il nesso causa-effetto lo si ritrova nel fatto che la corruzione fa finire in tasche private fondi che invece dovrebbero finanziare programmi di cura, assistenza e prevenzione della malattie. Infine secondo gli autori del dossier: “In Italia nel 2010 il tasso di mortalità infantile è stato del 3,7 per mille, pari all’incirca a 12.638 bambini deceduti in quella fascia d’età. Applicando la fatidica percentuale dell’1,6 per cento di vittime infantili della corruzione, soltanto in quell’anno in Italia si arriva a stimare la perdita di 202 bambini a causa delle tangenti”.

Si tratta quindi di una vera emergenza, di fronte alla quale, “il tempo è scaduto”, ribadiscono Libera, Legambiente e Avviso Pubblico, che chiedono “scelte chiare, nette e concrete” alla classe politica: “Bisogna approvare il disegno di legge anticorruzione. Bisogna dire basta a chi ruba. E’ quello che hanno chiesto a viva voce oltre un milione e mezzo di italiani firmando le cartoline con cui Libera ed Avviso pubblico hanno sollecitato l’effettivo recepimento delle convenzioni internazionali contro la corruzione”.
di Roberto Bortone